Le vicende del potere giurisdizionale e de' giudizî.
Tali fino a' tempi di Verre erano state le vicende di questa legge, che, introdotta da prima a beneficio delle provincie (sociorum causa constituta)[183], era enfaticamente chiamata da Cicerone arx, spes, patrona sociorum, ius nationum exterarum. E tale si era inteso che fosse; ma, trasportata in mezzo alla lotta delle parti e delle fazioni romane, se ne erano visti storti e snaturati gli effetti. I giudizî pubblici nella repubblica romana, come in tutto il mondo antico, non rimanevano in un campo strettamente giuridico, ma assumevano un'importanza ed un carattere eminentemente politico; e la prerogativa de' giudizî, da' tempi di Gracco a quelli di Cesare, è il pomo della discordia tra l'ordine senatorio da un lato ed i cavalieri e la plebe dall'altro.
Strappati i tribunali all'ordine senatorio da C. Gracco, riconquistati ad esso da Servilio Cepione, ritolti da Servilio Glaucia, adagiati, come sembra, sopra basi miste da M. Plauzio Silvano[184], furono ricondotti in mano a' senatori con più acrimonia da Silla. Il tentativo di comporre il lungo dissidio, riescito, proprio nell'anno stesso e mentre che Verre era sotto giudizio, con la lex Aurelia iudiciaria[185], la quale rese partecipi della funzione giudiziaria l'ordine senatorio, l'equestre ed i tribuni aerarii, avea costato la vita a M. Livio Druso, il quale in diversa maniera avea cercato di giungere ad un componimento[186]. E nel passare da una parte ad un'altra, i giudizî si erano sempre più andati corrompendo, e, piuttosto che campo imparziale di giustizia, eran divenuti mercato d'illeciti e compri favori od arme d'irose rappresaglie. Mentre erano da prima in mano del Senato, come si vede da processi di cui abbiamo notizie[187], i dilapidatori non trovarono che favore presso i membri del loro ordine; e, poichè furono ad essi ridati da Silla, Cicerone potea chiamare corrotti e contaminati i giudizî, «e si sentiva in grado non solo di rammemorare, ma eziandio di mostrare più determinatamente tutto quanto di nefario e di reo» si fosse compiuto in dieci anni ne' giudizi nuovamente deferiti al Senato[188]. Per l'ordine equestre Cicerone, secondo il suo costume, non ha che parole di lode e dice che «in cinquant'anni circa, mentre l'ordine equestre giudicava, non era sorto nemmeno il più tenue sospetto di danaro ricevuto per giudicare[189]». Ma se anche le parole di Cicerone potessero ingenuamente prendersi alla lettera, e potesse l'ordine equestre andare immune dall'accusa di corruzione, chi lo difenderebbe da quella di prepotenza?
Intimamente stretti con gli assuntori di dazî, di appalti nelle provincie ed assuntori essi stessi, esercitavano una superiorità sopra tutti i governatori e magistrati delle provincie, che si convertiva nella più aperta licenza di commettere e perpetrare quanto loro piacesse. E guai a chi osava ribellarsi! I governatori di provincie finivano per essere i loro alleati nelle dilapidazioni, se inchinevoli, e il loro bersaglio, se recalcitranti. Così dilapidate e strette da tutte le parti, fornite di appoggi e garanzie più nominali che reali, le provincie ruinate, taglieggiate, tiranneggiate non aveano schermo di sorta; poichè quello che avrebbe dovuto essere il loro baluardo, era il fonte di tutti i mali. Il male cresceva ogni giorno, ogni giorno le cose volgevano al peggio. Cesare fin dal 59 volle venire loro in aiuto con una legge[190], e questa fu, come varie volte Cicerone ebbe a dire, insieme acerrima, optima, iustissima. Fu anche l'ultima e servì per tutto l'impero di caposaldo alle penalità imposte a quella specie di reato[191]. Ma, più che da una legge, un po' di tregua le provincie potevano aspettarla da un mutamento costituzionale, che avesse spezzata tutta quella rete di dilapidatori, e reso più facile ed efficace il controllo e sottratta la giustizia al mutevole capriccio de' partiti. E Cesare, che con la sua legge era venuto in aiuto delle provincie, fece anche questo, divenendo l'instauratore dell'impero.
IV. INSULA CERERIS
La conquista e l'ordinamento della Sicilia.
È tradizione che Pirro lasciando la Sicilia dicesse: «quale mai palestra, o amici, noi lasciamo a' Cartaginesi ed a' Romani!» (Plut. Pyr. 23). E divenne infatti, non molto dopo, la palestra degli uni e degli altri; e fu per i Romani il premio della vittoria.
Le guerre puniche, e specialmente la seconda, furono per Roma quel che nella tradizione biblica fu per Giacobbe la lotta con l'angelo: la prova delle proprie forze ed insieme la rivelazione del proprio destino.
La battaglia delle isole Egadi (241 av. C.)[192], che chiuse la prima guerra punica, dette a Roma tutto quanto Cartagine possedeva ancora in Sicilia, con aggiunta l'autorità maggiore, nascente dalla maggiore potenza e dalla recente vittoria.
Restava ancora nella parte orientale dell'isola il regno, probabilmente sminuito già dal secondo anno della guerra (263)[193], di Jerone II, alleato in diritto e in fatto poco men che vassallo; ma la seconda guerra punica e la ribellione del figliuolo di lui Jeronimo offersero il modo di incorporare anche quello al dominio romano, e con la presa di Syracusae (212 av. C.)[194] il maggior baluardo dell'indipendenza siciliana venne meno.