Il Console M. Valerio Levino, succeduto a M. Claudio Marcello nel governo della Sicilia, prese Agrigentum e finì di pacificare l'isola[195].
La Sicilia era così venuta tutta omai in potere de' Romani e, compiuta la conquista, si attese a darle uno stabile assetto. M. Valerio Levino che avea compiuto l'impresa di guerra, attese anch'esso ad esaurir questo compito.
Già, da quando alla fine della prima guerra punica la Sicilia era stata costituita in provincia, avea dovuto esserle dato un particolare ordinamento, ma è ignoto a noi quale precisamente si fosse. Che vi venisse mandato uno speciale annuo governatore sin dal principio, lo dice Appiano[196], ma quale speciale grado egli avesse, non par chiaro. Un pretore, no di certo, quantunque tale apparirebbe dalla parola usata dallo storico greco (στρατηγός); giacchè è noto che solo tra il 525 ed il 529, verosimilmente nel 527[197], si portò a quattro il numero de' pretori, per destinarne uno al governo della Sardegna ed un altro a quello della Sicilia; ed il primo, di cui si sa che andò in tale qualità a reggere la Sicilia, fu C. Flaminio[198]. Sino a quel tempo fu dunque uno dei due pretori in carica ad amministrarla direttamente, o l'amministrò una persona eletta da un d'essi? o eletta dal popolo[199]? e fu un questore[200], o un praefectus iuri dicundo[201]? Ecco tante domande, le cui risposte possono poggiare soltanto sopra più o meno fondate induzioni.
Del resto le condizioni anormali e lo stato di guerra in cui la Sicilia si trovò ancora avvolta dopo il 527, fecero sì che consoli vi prendessero la direzione della guerra, ed allora i pretori, destinati al suo governo, ebbero limitata ad una zona più ristretta la loro attività e dovettero subordinare il loro imperio a quello del magistrato superiore[202]. In virtù di questo suo imperio M. Claudio Marcello[203], espugnata Syracusae, nel ricevere le legazioni di altre città, ne determinò in varia maniera la condizione, prendendo consiglio dall'attitudine da esse tenuta. Ma ordinata definitivamente non avea potuto essere la Sicilia, già neppur tutta riconquistata e sgombra de' Cartaginesi; e, poichè li ebbe scacciati anche da Agrigentum[204] ed ebbe ricondotto l'ordine in tutta l'isola, di nuovo in gran parte turbata e fatta ribelle dopo la partenza di Marcello[205]; fu M. Levino (210 av. C.) che dette alla provincia il suo stabile assetto, la sua forma; e, per chi volesse accettare l'ingegnosa interpretazione fatta da un autore[206] di un noto passo di Livio[207], quell'assetto rimase poi immutato sino a' tempi di Verre e di Cicerone. Tuttavia noi dell'ordinamento di Levino abbiamo così poche notizie e tanto generiche, che non ce ne consentono una conoscenza ampia e sicura; e poichè, per giunta, qui si parla dell'amministrazione della Sicilia solo in via d'introduzione al processo di Verre e per quel tanto che giovi a meglio intendere e chiarire quel fatto storico, non è possibile, e non importa neanche molto, trattar qui alcune quistioni d'ordine assai speciale, che esigono una trattazione indipendente.
Tra il governo di Levino e quello di Verre nuovamente fu sconvolta la Sicilia, non più da guerre esterne, ma da un moto intestino, dalle due guerre servili di Euno e di Atenione; e, chiusa che fu la prima di esse, secondo la saggia politica romana che non si preoccupava soltanto di vincere, ma ancor più di assicurare i frutti della vittoria, non s'affidava soltanto all'opera breve e violenta delle armi, ma ancora a quella più lenta e durevole di proficui ordinamenti; dieci legati furon dal senato mandati in Sicilia perchè insieme al Console Rupilio, vincitore della ribellione, componessero le cose di Sicilia; ed è la Sicilia, quale uscì riordinata dalle mani di questi suoi legislatori, che noi conosciamo relativamente un po' meglio, grazie a Cicerone; ed è quello che anche a noi importa meglio sapere per il nostro argomento.
A che cosa precisamente si limitasse o si estendesse l'opera di Rupilio e de' dieci commissari, non possiamo in maniera certa trarre dalle fonti che ce ne danno notizia[208]. Per quanto è possibile dedurne, l'opera loro dovette principalmente rivolgersi a regolare la vita giuridica ed economica, sopratutto nell'intento di allontanare quelle cause, che aveano prodotta la prima guerra servile e, non molti anni di poi, benchè per periodo più breve, fecero riardere la seconda.
Secondo un'ipotesi già accennata, potè ben darsi che ne' privilegî delle varie città, nella loro condizione rispetto a Roma non venissero introdotte mutazioni, od almeno mutazioni notevoli.
Non si dovea trattare, infatti, per la natura della guerra, di punire o premiare città, che avessero parteggiato a favore o contro di Roma, ma piuttosto di riordinare i rapporti interni, ed eliminare sopratutto ogni forte ragione di malcontento, e temperare i danni dell'economia servile e scongiurare o frenare i moti minacciosi che ne derivavano.
Ma, che che sia di ciò, come ultime venute nel tempo, sotto il periodo della Repubblica, per quel che poterono innovare e per quello che confermarono, per quello che largirono e per quel che riconobbero, le leges Rupiliae (Lex Rupilia, leges Rupiliae, decretum) valsero come la carta fondamentale della vita pubblica siciliana.
Le città di Sicilia.