Le città di Sicilia possono calcolarsi, anche nel periodo della Repubblica, a sessantotto[209].
Il numero di sessantasette, mentovato da Diodoro[210], sale a sessantotto se vi si aggiunge, come bisogna aggiungervi, Syracusae, ed allo stesso computo si giunge con Livio[211], considerando, come sembra riesca evidente, che nel numero di sessantasei, cui accenna, non ha potuto comprendere Syracusae ed Agrigentum, della cui espugnazione ha subito prima dato conto. Similmente in niente contrasta a tutto questo la menzione fatta da Cicerone[212] di centotrenta censori, eletti, in numero di due per ciascuna, da sessantacinque città; giacchè niente toglie (ed anzi la relazione di que' tratti col contesto lo suggerisce) che siano state lasciate fuori le tre città federate.
Di queste sessantotto città, tre -- Messana[213], Tauromenium[214] e Netum[215] -- erano città federate; cinque -- Centoripae, Halaesa, Segesta, Halicyae e Panhormus -- benchè senza trattato, erano libere ed immuni da tributi (liberae et immunes); trentaquattro comuni -- quelli degli Agyrinenses (Cic. in Verr. A. S. III, 27, 67), Aetnenses (id. 44, 104), Acestenses (id. 36, 83), Agrigentini (id. 43, 103) Amestratini (39, 88), Apollonienses (43, 103), Assorini (l. c.), Catinenses (l. c.), Calactini (43, 101), Coephaloeditani (43, 103), Citarini (l. c.), Capitini (l. c.), Entellini (l. c.), Enguini (l. c.), Gelenses (l. c.), Hennenses (42, 100), Heraclienses (43, 103), Haluntini (l. c.), Helorini (l. c.), Herbitenses (32, 75), Hyblenses (43, 102), Imacharenses (43, 100), Inenses (43, 103), Ietini (l. c.), Leontini (44, 104), Mutycenses (43, 101), Menaeni (43, 102), Murgetini (48, 103), Petrini (39, 90) Soluntini (43, 103), Scherini (43, 103), Thermitani (42, 99) Tissenses (38, 86), Tyndaritani (43, 103) -- erano città decumanae: le rimanenti città erano censoriae. Il numero preciso ed il nome di queste ultime non ci sono stati tramandati; ma, per via indiretta[216], è sembrato poterne fissare il numero a ventisei, anche per argomento di una notizia già citata di Livio[217]; e, quando si ritenessero prive di valore le critiche fatte all'indice pliniano, riescirebbe molto ovvio averne anche il nome, detraendo da quell'elenco le quarantadue città di altra categoria già menzionate. In tal caso le ventisei città censorie dovrebbero riconoscersi in quelle di Megara, Syracusa, Camerina, Lilyboeum, Mytistratum, Acrae, Bidis, Drepanum, Ergetia, Echetla, Eryx, Herbessus, Hadranum, e quelle degli Iponenses, Macellini, Naxii, Noini, Parapini, Phintienses, Semelitani, Selinuntini, Symaetii, Talarienses, Triocalini, Tyracinenses, Zanclaei[218].
La condizione delle città.
Questa varia classificazione delle città siciliane era stata determinata da criterî di governo, tendenti a rompere ogni unità di consenso ed ogni formazione di un maggior senso di solidarietà nella regione, da considerazioni di opportunità rispondenti alla maggiore o minore importanza militare ed economica delle varie città, e, come i fonti, anche frammentarî ed incompleti, sono in grado molte volte di dimostrare specificatamente[219], avea avuto la sua causa immediata e la sua base nel diverso atteggiamento tenuto dalla città durante le due guerre puniche, e nel modo, come erano venute all'amicizia od in potere de' Romani, e ne' diversi servizî che potevano ancora rendere[220].
Città federate ed indipendenti.
Le tre città foederatae, congiunte a Roma da un foedus, e materialmente comprese ne' termini della provincia, legalmente ne erano fuori, e teoricamente formavano come tre distinti stati rimpetto a Roma, con completa autonomia politica e legislativa e proprietà esclusiva del suolo del loro territorio rimpetto a tutti. Messana nondimeno avea l'obbligo di fornire una nave oneraria al popolo romano, la qual cosa, agli occhi di Cicerone, era quasi come un'impronta di servitù (quasi quaedam nota servitutis)[221]. Che quest'obbligo si estendesse anche alle altre due città foederatae ed alle liberae sine foedere, è sembrato a qualcuno[222], ma in realtà nelle orazioni di Cicerone, e negli stessi tratti citati a documento (Cic. in Verr. AS. IV 9, 19; 67, 150; V, 17, 42; 20, 51; 24, 60), si fa riferimento sempre a Messana. Altrove (Cic. in Verr. AS V, 19, 50) si dice espressamente che Tauromenium era stata esentata da quest'obbligo; e quindi, anche a voler ritenere inerente al foedus l'obbligo di contribuire la nave, non si sa se l'altra città ne fosse esentata; e in ogni modo nulla se ne può dedurre riguardo alle città liberae et immunes sine foedere.
Le città libere ed esenti da tributo, benchè non in virtù di trattato (liberae et immunes sine foedere), materialmente erano nella stessa condizione delle alleate, e la differenza vera tra le une e le altre era, anzichè nella loro posizione, nel fondamento di queste, che, non risultando da contratto ma da concessione unilaterale, era necessariamente precario.
L'immunità poi loro concessa, se questa condizione non era limitata alla sola Halicya, non rifletteva tutto il territorio, ma il territorio coltivato da cittadini de' comuni immuni; sicchè gl'incolae pagavano il tributo, se coltivavano parte di quel suolo (AS. III, 40, 91). Ciò spiega e dimostra alla sua volta la natura d'imposta insieme personale e fondiaria della decima in Sicilia (Voigt, op. cit. II, p. 403, n. 475).
A queste, come alle città alleate, era stato imposto, dal 73 a. G. C. con la lex Cassia Terentia, come obbligo straordinario, la provvisione del frumento commesso da Roma e pagato ad un prezzo dallo stesso committente fissato a tre sesterzî il modio per la seconda decima che davano le città decumane, ed a tre sesterzî e mezzo per l'altro che veniva indistintamente prelevato da tutte le città[223].