Ma Verre andava omai a vele spiegate ed era la fortuna che gli gonfiava la vela. C. Malleolo, il questore, viene ucciso ed è una doppia eredità che tocca a Verre, la proquestura, che Cn. Dolabella gli affida, e la tutela del figliuolo dell'ucciso: doppia eredità; chè anche la tutela può, in certi casi e con certe persone, valere come un'eredità.

Qui, a dir di Cicerone, sarebbero cominciate quelle esimie baratterie nelle compre del frumento a un prezzo designato dalla stessa legge che ne ordinava l'acquisto (emptum, imperatum), e nelle riscossioni fatte in luogo del frumento da fornire al pretore ed al suo seguito (aestimatum), che poi in Sicilia assunsero così larghe proporzioni. Nè si tratta di tentativi tanto timidi, se fu poi addebitato un profitto di tre milioni di sesterzî a Dolabella per frumento, cuoi, sacchi, panni, che avrebbe dovuto prendere e non prese, avendone in cambio danaro[363].

E il tutore del pupillo valeva quanto il pubblico amministratore. C. Malleolo, uomo senza scrupoli, per affermazione dello stesso Cicerone faceva il paio con Verre ed era ricco di masserizie, di servi, di crediti verso le città. In tutto questo panno ora Verre avrebbe tagliato a suo agio, senza discrezione: de' vini, che quegli aveva in gran copia, pensò a rifornire le sue cantine; tutte le argenterie, gli schiavi, o che si raccomandassero per la bellezza dell'aspetto o per particolari attitudini, li prese per sè ed i crediti li fece a poco a poco sfumare tra le sue mani. Egli avrebbe esatto due milioni e cinquecentomila sesterzi, ma di dare i conti non se ne parlava; messo alle strette dalla madre e dall'ava del pupillo, perchè dicesse almeno quanto aveva portato, parlò di un milione, poi, per uno scambietto di cui non possiamo comprendere nulla, come nulla mostrava di comprenderne Cicerone, con una dolosa cancellatura, il milione si trovò ridotto a seicentomila sesterzi, che apparivano dati al servo Crysogono ed accreditati al pupillo Malleolo, senza che nemmeno si fossero integralmente versati[364].

Verre e Dolabella in giudizio.

Quelli della provincia erano i giorni della gazzarra; ma, mentre il lampo dell'oro e lo strepito de' tripudî rendeva il governatore ebbro, e come un ebbro sicuro di sè stesso, quelle lagrime di manomessi, di spogliati, di violate talvolta si addensavano lontano, a Roma, per iscoppiare loro, sul capo, al ritorno. Era il fuoco del purgatorio non acceso, oltre la vita, da una trascendente giustizia divina; ma qui in terra, e non dalla pietà verso i provinciali, ma dall'invidia, dall'avidità delusa, dall'ira di parte, dall'ambizione, da tutto il vento delle passioni insomma, che vi soffiava dentro, facendo di quei giudizî una fiamma da tregenda. Un M. Scauro della famiglia degli Aurelî[365], più probabilmente che di quella degli Emilî[366], è forse quello stesso che Cicerone poco innanzi nomina come questore in Asia[367] e che colà poteva avere avuto notizia de' fatti, giovane d'anni ma astuto e corrivo alla vendetta, si faceva nell'anno 78 accusatore di Dolabella, chiedendogli conto del suo governo di Cilicia.

Quanta parte nel malgoverno aveva avuta Dolabella? quanta ne aveva avuta Verre?

Cicerone tendenziosamente ne vorrebbe addossare tutta a questo la soma, facendone quasi il solo responsabile degli stessi fatti, di cui Dolabella riportò condanna: un'esagerazione, comoda certamente a' bisogni della causa, ma manifesta sì per la diversa posizione de' due e sì per le stesse parole di Cicerone, quando fa intervenire Dolabella a metter la polvere sugli atti di Verre od a sperderne la traccia[368] e quando egli stesso, per induzione, arriva a concludere che se Dolabella ne fu l'autore, Verre ne fu l'esecutore materiale[369]. È chiaro in ogni modo che se il governo della provincia avea dovuto farne due amici e la concordia era sopravvissuta anche alla spartizione della preda, ora nel giudizio l'istinto della propria conservazione dovea farne due avversarî; e M. Scauro, intento sopratutto a colpire Dolabella, trasse naturalmente partito da questa posizione di cose, anche senza quell'anticipato e perverso accordo, che forse può essere una posteriore induzione di Cicerone[370].

Cicerone fa colpa anche a Verre di non aver resi i suoi conti prima della condanna di Dolabella; eppure nulla vi era di più giusto. La responsabilità anche amministrativa di Verre e la sincerità de' suoi conti dipendevano direttamente dal grado di responsabilità di Dolabella e dalla provata verità delle sue attestazioni in giudizio; era impossibile parlare di resoconto, mentre si disputava se Dolabella avesse oppur no ricevuto, e se Verre gli avesse dati cinquecento trentacinque mila sesterzî, e se alla sua volta Verre avesse ricevuto altri duecento trenta duemila sesterzî non riportati ne' suoi registri, e di frumento un altro milione ed ottocentomila sesterzî parimenti non riportati. Può darsi benissimo che ne' suoi registri Verre avesse trascurato d'iscrivere i crediti verso Q. e Cn. Postumio Curzio e che avesse pure in Atene versato nelle mani di P. Tadio quattro milioni di sesterzî[371]: in ogni modo da quel processo, donde correva rischio di riuscire come un accusato, ne uscì immune. Fu a proposito di questo giudizio che Verre dovette trattenersi in Roma tre giorni[372], la sola dimora da lui fatta in città dopo l'esercizio della sua questura, a quanto almeno dice Cicerone; e, se ciò è vero, questa sua breve fermata e la lunga assenza valgono anche a togliere credito a' maneggi che Cicerone gli attribuisce nella causa di Dolabella.

La pretura di Verre.

Dove fu e che cosa fece, dopo ciò, per più che tre anni? Poichè era questo il tempo in cui la parte mariana, rifatta ardita dalla morte di Silla, faceva una nuova levata di scudi in Italia e maggiore anche e più fortunata nella penisola iberica; è probabile che Verre non restò inoperoso e contribuì a sostenere le sorti della parte aristocratica di cui era un campione. È notevole che Cicerone per questo triennio e più non gl'imputa niente di determinato, e, benchè dica che la cronaca cittadina non cessa di occuparsi di lui e non per festeggiarlo, non è improbabile ritenere che, durante la sua lontananza, gli echi di fatti suoi non commendevoli, che aveano potuto ripercuotersi nel processo di Dolabella, si andarono spegnendo, e con essi, come per chi è lontano suole appunto avvenire, molte ire e rancori.