L'altro tratto dell'editto[392] riguardante la validità del testamento e la trasmissione dell'eredità, consente l'esame anche meno, se si considera che in un punto è d'incerta lezione[393].
La giustizia di Verre.
Guardando specialmente a' casi precedenti, appare quanto fosse esagerato ed anche ingiusto il biasimo di Cicerone; e, messo invece l'editto in rapporto con tutta l'evoluzione della coscienza giuridica romana e delle sue forme, non appare che Verre si fosse veramente allontanato dall'una e dalle altre. Nè depone veramente contro di lui il fatto che alcuni di quei precetti da esso introdotti nell'editto urbano scomparvero dal provinciale[394], giacchè e l'esperienza fatta e le diverse condizioni di vita potettero suggerire il mutamento.
Ciò intanto non vuol punto dire che Verre fosse il modello de' giudici e che, nel campo pratico specialmente, la giustizia trovasse ne' suoi pronunziati la migliore espressione.
Uomo di partito, eletto co' voti e con l'appoggio di un partito contro di un altro, egli non trovava modo di scordarsene nell'amministrare la giustizia. A lui, campione della parte aristocratica, quei liberti, que' plebei e tutti in fine gli avversarî doveano parere gente da potersi impunemente mettere fuori della legge, conculcare, taglieggiare anche all'occasione. I nomi di quelli che si dicono lesi da lui durante la sua pretura, Annio[395], Junio[396], Ottavio fors'anche, sono nomi di plebei, e plebei erano pure con poche eccezioni i Minucii, che aveano dati già tribuni alla plebe[397]. Trebonio era un cavaliere ed era un proscritto. Pare che la sua pretura ebbe questo carattere prevalentemente partigiano, tanto che L. Pisone[398] suo collega nella pretura dovette più volte colla sua interposizione impedire l'esecuzione de' suoi atti. Q. Opimio tribuno della plebe, menato in giudizio innanzi a Verre, o che, nella gestione del suo officio, avesse semplicemente detto, come vuole Cicerone, qualche cosa contro il volere di qualche nobile, o che davvero avesse interposto il suo veto contro la legge Cornelia; dopo una causa di tre ore semplicemente, ne uscì privo de' suoi beni, di ogni avere, di ogni grado[399].
Ma non soltanto per passione politica pare che traviasse Verre: l'oro che tutto poteva e tutto faceva, a' suoi tempi come o un po' più che in certi altri, riesciva a tirarsi dietro a sghimbescio la sua giustizia. Almeno, salvo il valore delle loro testimonianze, erano in parecchi ad attestarlo in giudizio, anche per questo periodo[400].
Chelidone.
Sopratutto poi a' varî fonti di diritto conosciuti sin qui se ne era aggiunto un altro: Chelidone. Col crescere della raffinatezza e del lusso, Roma era invasa pure da una folla di quelle etère che già in Grecia avevano tenuto lo scettro; e la Grecia vinta signoreggiava il conquistatore anche con le deboli e delicate mani di queste sue donne. Esperte di tutte le arti di piacere, colte anche qualche volta, piene di capricci e di bizzarrie, strano impasto di tenerezza e di malizia, quali ci appaiono specialmente nei poeti del secolo che finisce e di quello che incomincia; esse erano fatte per abbagliare, attirare e conquistare i conquistatori del mondo, e, in tempo di prosperante arbitrio e di crescenti poteri personali, portare più che mai il coefficiente dell'alcova nell'alchimia della politica contemporanea. In una di queste amabili panie era andato ad invischiarsi Verre. Lei si chiamava, o si faceva chiamare Chelidone: rondine; un nome, specialmente per l'epoca quasi sentimentale, il nome dell'uccello commisto alla triste favola di Tereo, dell'uccello cantato da Anacreonte, un nome bello e sonoro che aveva in sè come un'eco indistinta di risorgenti primavere e d'autunni morenti, di lunghe lontananze e di fedeli ritorni. Lui, n'era preso, pare, alla follia, e la piccola mano che regge col freno il pretore, reggerà anche la pretura ed i giudizî[401].
O litiganti, a che affollare la casa del giureconsulto ed impetrare il parere di Scevola e l'opera dell'avvocato? Benchè sia la via diretta, nondimeno è la più lunga e spesso non vi conduce in porto. La chiave della pretura e del cuore del pretore è nelle mani di Chelidone; e nella sua casa s'agitano e si decretano le sorti d'ognuno. La sua casa è gremita, come non mai casa di giureconsulto, ed ella si asside, sibilla del nuovo oracolo; chi chiede di essere messo in possesso, chi di non esserne espulso, chi di essere posto al coverto da un giudizio che non vuole, chi l'attribuzione delle cose contese e chi numera quattrini e chi suggella scritture[402]. È la casa dell'etèra o l'aula della giustizia? L'una cosa e l'altra, che tendevano -- e forse non allora soltanto -- a divenire una cosa. E l'oro che affluisce colà, ora e poi, per una via o per un'altra, pure va a finire in mano di Verre! Anche morendo due anni appresso (72 a. C.) Chelidone è provvida tanto da pensare a che il gaudio dell'erede renda meno amare le lagrime dell'amante[403]. Chelidone infatti morì sotto il consolato di Cn. Lentulo e L. Gellio[404].
La manutenzione de' pubblici edificî.