Nè in quella pretura, sembra, mancavano a Verre ed a Chelidone l'occasione di rimestare e brogliare. La mancanza di censori faceva sì che gli appalti della manutenzione di pubblici edifici entrassero tra le incombenze de' consoli o de' pretori ad essi sostituiti, e qui anche più, od anche più palesemente, a quanto dice Cicerone[405], Verre si creò un largo campo di azione.
L. Ottavio e C. Aurelio consoli nel 75 a. C.[406] e con essi i pretori C. Sacerdote e M. Caesio non avevano potuto farsi dare la consegna degli edificî sacri, la cui manutenzione aveano dato in appalto, e con apposito senatusconsulto l'incarico di esaurire tale compito venne dato a' pretori C. Verre e P. Celio[407]. A dire di Cicerone, Verre ne fece di tali e tante nel disimpegno di questo suo ufficio, che la voce ne correva in città, e ad attestarlo non facevano nemmeno difetto testimoni anche della sua parentela. Pure ve n'era uno, che, per le sue particolarità e pel suo carattere manifesto, faceva sì che tutti gli altri impallidissero a suo confronto; una cosa non da sentirsi soltanto, ma da vedersi ogni giorno e da tutti.
P. Junio, un uomo della plebe, avea preso in appalto sotto il consolato di L. Silla e Q. Metello nell'anno 80 a C.[408] la manutenzione del tempio di Castore, il celebre tempio votato, secondo la tradizione, nella battaglia al lago Regillo e dedicato sedici anni dopo[409]; ed è probabile che non prendesse quell'appalto per la prima volta, anzi l'avesse già avuto da cinque anni innanzi sotto la censura di L. Marcio e M. Perpenna[410]. Morto prima di dare la consegna, lasciò un figliuolo minore in tutela di L. Habonio o Rabonio[411], di P. Tizio o Tettio[412] e M. Marcello. La grandezza e la magnificenza del tempio potevano fare sperare a Verre di trovare pingui lucri dall'approvazione di quell'appalto, e con tali auspicî Verre si appresta a farla; ma, il pretesto?
Il tetto bellamente ornato, tutte le cose nuove e tenute in ordine non erano fatte per offrirlo. Verre è in imbarazzo e con lui quei bracchi, che, per suo stesso detto, numerosi gli erano intorno, quasi a scovare la preda; nulla promette ad essi neppure il loro fiuto, e un di loro, levando in alto il naso, in aria di sconforto: Nulla, dice, o Verre; nulla, nulla, fuorchè se vuoi chiedere che le colonne sieno messe a perpendicolo. A perpendicolo? È un modo di dire, e, a sentir Cicerone, Verre non lo comprende nemmeno; ma, quando gli viene chiarito, il motto diventa per lui una trovata, ed ha già il capo in mano per volgere la cosa in suo profitto. Ma appaltatore pel nuovo quinquennio è quello stesso Habonio, tutore del pupillo Junio. La cosa dunque gli sfuggirà di mano? Verre non si arrende per così poco, e dopo breve tratto di tempo, avendo a consiglieri la paura e la speranza, Habonio è già dalla sua ed anch'egli vuole le colonne a perpendicolo. La casa di Junio è messa in agitazione; gli zii C. Mustio e M. Junio, il tutore P. Tizio, messi in trambusto, vanno a prendere consiglio dall'altro tutore M. Marcello e costui va egli stesso da Verre per distornare il male minacciato: tutto inutilmente. Dunque non vi è via di uscita? Forse ve n'è una: sotto la pretura di Verre quel che non può Marcello, può Chelidone; e C. Mustio, M. Iunio, P. Tizio vanno, nuovo pellegrinaggio, da Chelidone. C. Mustio è l'oratore de' nuovi legati, e Chelidone, per quella che ella è, li accoglie, si direbbe, onestamente, ed onestamente li congeda. Verre non ama soltanto Chelidone; ama l'oro e Chelidone; e assai guadagno spera avere da quest'affare, nè sa acconciarsi a rinunziarvi. Si torna allora da Habonio: l'opera può costare quarantamila sesterzi, non più; si pattuisce per duecentomila. Ma neppur di questo Verre è contento; egli dunque darà l'opera in appalto, e senz'altro la mette in appalto, senza indire il giorno e senza avvisi, durante gli stessi giuochi romani, nel fòro ornato per quella solennità. Pure i tutori vi accorrono: M. Junio, lo zio, alza il dito, chiedendo per sè l'appalto. La preda sfuggirà dunque di nuovo a Verre? No, sinchè non gli verrà meno un espediente; e d'espedienti egli non è a corto così facilmente. Verre si perde d'animo per un momento, ma poi si riprende, ed una clausola che vieta al pupillo di concorrere all'appalto ha tutto rimediato. Si tratta di un'aggiunta già fatta da tempo, o immediatamente per quel caso? Pare fatta immediatamente. Inoltre, ad escludere ogni altro, si fissa all'esecuzione dell'opera un termine brevissimo, dagl'idi di Settembre alle calende di Decembre. Così l'opera, che M. Junio volea compiere per 400.000 sesterzî, viene data ad Habonio per 560.000. Ma, in compenso, Verre tiene alla regolarità del contratto; abbonda in cautele, è provvido e previdente. Non si tratta che di scomporre le colonne e ricomporne le parti con maggiore regolarità; non vi è dunque materiale vecchio da scartare, nè nuovo da adoperare; tutto consiste nella mano d'opera e nell'impalcatura; in ogni modo Verre prevede ogni danno, che l'appaltatura possa arrecare e gliene impone il risarcimento; gli prescrive di eseguire regolarmente l'opera in ogni sua parte, gli attribuisce infine il materiale di scarto e, tra l'una cosa e l'altra, non dimentica di disporre che il prezzo dell'opera appaltata venga pagato prontamente; dimentica bensì di esigere poi il compimento dell'opera e collaudarla. In cambio ha una mezza resipiscenza, che gli fa condonare a Giunio 110.000 sesterzi su 560.000.
La sortitio iuniana.
Così Verre regolava gli appalti, e a chi creda scorgervi qualche inverosimiglianza -- nè io oserei asserire che non ve ne sieno -- si deve rispondere, riferendosi a Cicerone[413] come l'Ariosto a Turpino. E di questa pretura urbana altro non ci dice Cicerone, solo, egli maestro di sottintesi e di reticenze, sotto la forma della preterizione, lancia, come la freccia del Parto, l'ultima accusa; una gherminella di Verre per riversare, allontanandola da sè, su C. Junio tutta la colpa delle corruzioni avvenute nel processo Oppianico. È un'accusa che Cicerone ripeterà anche alcuni anni dopo, difendendo A. Cluenzio[414]. Ma contro la sua affermazione stava il giudicato da cui era stato condannato C. Junio; perchè i giudici non aveano creduto a costui ma a Verre, e, non trovando confermato dagli atti di Verre il sorteggio de' giudici di Oppianico, aveano ritenuto irregolare il sorteggio e colpevole di corruzione C. Junio. Del resto Cicerone non v'insiste; la gestione della pretura era per lui come un utile preambolo per meglio potersi domandare: Che cosa farà fuori d'Italia costui, se tale si è mostrato nello stesso fòro romano? e quale sarà con i provinciali, chi tale è stato con i cittadini?[415].
Ed un preambolo si può dire fosse per lo stesso Verre la pretura urbana. Già sin dal primo entrare in ufficio la provincia dovea allettarlo con le seduzioni del futuro, e, come più l'anno procedeva, l'isola da' molti armenti e da' floridi campi e dalle piazze fastose doveva attirarlo con il fascino della terra promessa. L'anno 73 spuntava ben auspicato per C. Verre.
In Sicilia risorgono forse tutte le speranze, le aspettative, le illusioni, i timori che un mutamento di padrone suol destare.
O terra di Aceste, è un altro lontano nipote di Enea che viene a renderti il guiderdone dell'ospitalità data all'antenato, e si appresta a scrivere nella tua storia secolare una dolorosa pagina, che non è la prima e, purtroppo, non sarà l'ultima.