Verre e i suoi accoliti in Sicilia.

E con quanti bracchi, o fondo del popolo romano, il tuo padrone manda in caccia il suo ministro! Sono e saranno con lui il figliuolo[416], il genero[417], i legati, tra cui Q. Tadio suo parente[418] e P. Cervio[419], i questori T. Vezio[420] fratello di suo cognato, P. Cesezio[421], Postumio[422]; ma non tutti sono buoni bracchi e ad ogni conto sono pochi. Egli ha perciò la sua coorte, l'aruspice Volusio, il medico Cornelio[423], il liberto Timarchide, suo ministro[424] Cornificio lo scriba[425]; ed, a coadiuvarlo ancora, intorno a lui, come per un misterioso richiamo, si aggruppano altre umane arpie, quali venute d'Italia, quali attratte presso al governatore da ogni punto della Sicilia: Nevio Turpione, uomo corrotto e violento[426], Volcazio, cavaliere romano[427], Valenzio, interprete, non della lingua greca soltanto, ma della rapacità del pretore[428]; Claudio il cinico, bruno e da' crespi capelli[429], Theomnasto siracusano[430]; Escrione e Cleomene i due mariti indulgenti[431], Atidio[432], Jerone e Tlepolemo, i due cani di Cibyra[433], Carpinazio, preposto all'azienda de' pubblicani in Sicilia[434], Papirio Potamone[435]; e con questi tutta un'altra schiera di liberti, servi fuggitivi, aruspici, medici, prefetti, banditori, littori[436], che andavano da Apronio[437], uno stratega della corruzione, la mente e il braccio di Verre, a L. Sestio[438], il carnefice, la mano passiva, che colpiva inesorabilmente.

Non mancano veramente i bracchi a Verre per iscoprire la preda e per impadronirsene, e poi egli ha già tutto un piano prestabilito: il suo fine odorato l'ha già da Roma messo sulle tracce, ed egli sa già di là dove metter le mani[439]. E non perde tempo.

L'eredità di Apollodoro Laphirone. L'eredità di Sosippo e Philocrate.

Apollodoro Laphirone è morto ed ha lasciato erede il figliuolo di Dione di Halaesa con l'obbligo di porre alcune statue nel fòro, e con la minaccia di una multa a favore di Venere Erycina, se ciò non faccia. L'eredità si è devoluta sotto C. Sacerdote, la condizione è adempiuta, e l'erede gode in pace la ricca eredità. Ma Verre è appena giunto a Messana, la città complice, la ricettatrice delle sue ruberie[440] e il giorno stesso in cui vi giunge[441] (proprio il giorno stesso?) fa chiamare Dione, uomo primario, fatto poi da Metello cittadino romano, e gli dice di voler giudicare dell'eredità pervenuta al figliuolo di lui. Giudicare di che, se non vi è ombra di dubbio o di contesa? Ma Venere è la dea del gioco, e, se la sorte aiuti, qualcosa ne uscirà. Il tempio del monte Eryce ha un magistrato, che ne può rivendicare i diritti, uno de' questori; pure chi si presenta a rivendicarli è quel Nevio Turpione che sappiamo. La causa si fa, e Dione vince la causa, ma perde la lite. Venere non ottiene la multa; ma un milione di sesterzî dalle mani di Dione passa in quelle di Verre, e branchi di cavalli ed argento lavorato e tappeti dalla sua casa passano ad ornare quella del pretore[442]. Venere in verità, non ha campione più disinteressato di Verre. Due fratelli di Agyrrium, Sosippo e Philocrate[443], hanno avuta per testamento dal padre l'eredità sotto condizione di pagare una multa a Venere, se in un certo luogo si faccia una certa cosa. Nel ventesimo anno, dopo che tanti pretori, tanti questori e tanti calunniatori v'erano stati in Sicilia, viene loro mossa la causa; e quattrocentomila sesterzî dati a Volcazio fanno loro vincere la causa; ma la vittoria loro è più nefasta di quella di Pirro[444].

I metodi giudiziarî di Verre.

Tutto l'ampio e, si può dire, infinito potere che è nel diritto di giudicare e ch'è la condizione della conservazione di ogni avere e di ogni diritto, Verre l'usava, a quanto dice Cicerone, in maniera da raggiungere l'effetto opposto, determinando in forma equivoca la questione della causa, storcendo l'ordine de' giudizî, violando le giurisdizioni e le competenze.

Con la divisione della procedura in iure e in iudicio, in questa seconda fase del giudizio non si faceva che applicare e trarre alle sue conseguènze concrete una premessa posta dal magistrato. Perciò, malgrado l'apparenza contraria, il destino della causa era in mano di costui, e il iudex poteva divenire in mano sua il materiale strumento del suo volere. A sentire Cicerone, Verre poneva i giudici del fatto alle prese con questioni del genere di queste[445]: «Se pare che il fondo capenate, intorno a cui verte la lite, appartenga, secondo il diritto quiritario, a P. Servilio, nè tal fondo verrà reso a Q. Catulo -- fa che gli sia reso[446]»; oppure: «Se non accetta ciò che tu dici di dovergli, menalo in giudizio; se agisce per ottenere quel che pretende, menalo in carcere[447]». Riesce evidente che con questi responsi sibillini, anzi con queste trappole, non v'era alcuno che potesse sfuggire ad una voluta condanna, nè il iudex, fosse stato un uomo comunque si voglia dotto e ligio al dovere, poteva evitare di compiere una madornale ingiustizia.

Similmente tutte le leggi riflettenti l'ordinamento giudiziario in Sicilia e l'autorità chiamata a giudicare ne' vari casi di controversie sorte tra Siciliani e Siciliani o tra privati e città, o tra Siciliani e cittadini romani, o tra agricoltori e decumani od in altri casi ancora, erano, come Cicerone vuole[448], completamente eluse da Verre, mercè una pena comminata nel suo editto a chi indebitamente si attribuisse la funzione di giudicare. Una tale minaccia, pendente, come la spada di Damocle, su chiunque si accingesse a giudicare, facea sì che, pur restando ferme astrattamente le norme di rito giudiziario, in realtà tutto si facea a posta di Verre; giacchè o il giudice designato cedeva il campo, o giudicava, ma senza libertà di coscienza. E, nella massima parte de' casi, il posto che avrebbero dovuto avere giudici tratti dal conventus e dai negotiatores, lo prendeva la coorte, e qual coorte! di Verre.

La violazione di queste forme era della massima conseguenza, perchè la loro eliminazione, specie se fatta a disegno, privava di ogni garanzia i litiganti; e Cicerone tende appunto a dimostrare con varî esempi i fatti ed il motivo di essi.