L'eredità di Eraclio Siracusano.
Eraclio siracusano[449], già ricco del suo, ha da un altro parente, anch'esso di nome Eraclio, un'eredità di circa tre milioni di sesterzi e con essi una casa ben fornita di stoviglie di argento e di tappeti e di schiavi. La cosa è, come dire, l'avvenimento del giorno e tutti ne parlano. Verre non solo lo sa per sentita dire, ma vi è chi richiama la sua attenzione e gli fa vedere l'agevolezza di entrare come coerede dell'erede. Cleomene ed Escrione, i due mariti compiacenti, Theomnasto, Dionisodoro, gli stanno all'orecchio; Eraclio è vecchio, poco svelto; di protettori altri non ha che Marcello, e Marcello è a Roma: che più? Pel testamento egli ha l'obbligo di ergere statue nella palestra, e, se anche egli ve l'abbia poste, ciò può esser tal rampino da tirar appresso l'eredità ed il resto. E Verre non se lo lascia dire la terza volta; la cosa gli piace e, detto fatto, i palestriti indicono ad Eraclio la causa. Viene il giorno assegnato, ma Eraclio invoca il beneficio del termine che gli viene dalla legge Rupilia e che gli concede trenta giorni. Verre si rassegna, ma dopo i trenta giorni la causa di Eraclio ricomparisce con precedenza su tutte le altre, rinviata per l'occasione: e si è già al sorteggio; almeno Verre fa le viste di farlo. Se non che gli attori in giudizio chiedono che scelga egli cinque giudici da quelle città che convengono a quel fòro pe' giudizi. Eraclio, ed i suoi avvocati con lui, chiedono che si faccia il sorteggio, quale la legge Rupilia vuole; ma invano: cinque giudici sono scelti a piacere, senza sorteggio, senza facoltà di ricusazione, senza alcuna norma prestabilita, e la causa è rinviata al giorno appresso. Che scampo resta ormai ad Eraclio? Nessuno fuori che quello de' deboli, la fuga. Solo la sua contumacia potea riuscirgli di qualche aiuto, rendendo più odiosa la grave condanna, l'assegnazione non legale de' giudici e il resto, e quella notte stessa Eraclio lascia Syracusae. Il giorno del giudizio è venuto, e, poichè è giorno di raccolta, questa volta Verre si è levato di buon mattino per metter mano alla messe. Eraclio è assente? Che importa? ed incita i giudici a condannarlo, ma questi stessi, un po' più peritosi di lui, ottengono che si rimetta la cosa all'ora decima; poi lo stesso Verre ha qualche esitazione, e, ritornando su' suoi passi, scarta i cinque giudici scelti e, ritornando alla legge Rupilia, trae a sorte tre giudici. Ma è tutta una lustra; in fatto, questi han l'ordine di condannare e condannano. E quale condanna! Non solo Eraclio perde l'eredità di tre milioni, ma quello che il testatore, indipendentemente dal testamento, gli aveva dato prima di morire; persino quello che gli era venuto dal padre. La sua casa è addirittura messa a sacco, e l'argento scolpito, i vasi corinti, i tappeti, il meglio degli schiavi prendono la via della casa di Verre. E quando i Siracusani rendono conto in Senato di questi beni di Eraclio e si svolge la lista delle tazze d'argento, delle anfore, de' tappeti, degli schiavi dati a Verre, un senso di segreto dolore serpe tra gli uditori: pur si contengono. Ma quando in un sol capo fu detto che per ordine di Verre si erano dati trecentomila sesterzi, il malcontento, appena contenuto, proruppe in modo che Verre, sgomento, non seppe far di meglio che riversare la colpa sul genero, il quale alla sua volta e con isdegno, respinse l'accusa, e poco appresso lasciò il suocero e la Sicilia. In ogni modo Verre credette uscire d'impaccio, e, quel che è più, i trecentomila sesterzî, usciti così dalla porta, rientrarono per la finestra.
L'eredità di Epicrate.
E l'esempio, com'era da attendere, faceva scuola. Muore un parente d'Epicrate[450], il maggior proprietario di Bidi, ed ecco i nemici suoi già pronti a rinnovare con lui il giuoco così ben riuscito con Eraclio. Ottantamila sesterzi sono versati a Volcazio, come prezzo degli accordi presi col pretore, e i palestriti di Bidi, al modo stesso di quelli di Syracusae, son pronti ad intentare la causa. Ad uguale attacco uguale difesa; ma Epicrate è più pronto di Eraclio, e fugge a Reggio prima ancora d'esser tratto in giudizio, così che sventa quasi con la sua fuga la trama che gli era stata tesa. I suoi avversarî, i palestriti, rischiano questa volta di fare come i pifferi di montagna e lo seguitano a Reggio per patteggiare con lui ed uscire almeno senza danno dall'impresa abortita. Se non che Epicrate si sente al sicuro e li respinge e non li ascolta. Il caso va di bocca in bocca e se ne parla tanto che Verre è obbligato ad occuparsene direttamente ed a far rendere da Volcazio a' Bidini la mancia pagata. Ma anche questa volta si trattava di una lustra: infatti non solo non allontana da sè Volcazio, il corrotto, e non punisce i corruttori; ma fa in modo che la causa si rinnovi in altro modo e con sorte anche peggiore. I Bidini chiedono di nuovo l'eredità, poichè sanno che Verre farà dritto alla domanda anche contro l'assente, i procuratori di Epicrate chiedono che la causa si svolga secondo le leggi patrie, o secondo la legge Rupilia. Nell'imbarazzo della risposta gli avversarî dicono dolosa la fuga di Epicrate e chiedono di essere immessi nel possesso de' beni; ma, come ottenere tutto ciò, se gli amici di lui, che non doveva nulla ad alcuno, sono là pronti a dare ogni più ampia malleveria? Allora, come pensiero rampolla da pensiero, in quella nuova contesa dell'agnello e del lupo, viene fuori un altro addebito, quasi che Epicrate avesse falsificato atti pubblici. Gli amici di lui resistono ancora, chiedono che la causa non venga fatta contro l'assente; invocano le leggi patrie, e quando si accorgono che è vana ogni resistenza o difesa, abbandonano la causa e Verre immette i Bidini in possesso de' beni di Epicrate; non solo di quelli di cui era contesa, ma de' suoi propri che ascendevano ad un milione e cinquecentomila sesterzî. E di questo genere di ricatti giudiziarî Cicerone non ne addebita a Verre uno o due soltanto: per estorquere denaro (100000 o 400000 sesterzi?) ad Eraclio di Centoripae[451], rescinde giudicati, gl'interdice l'accesso al senato e ad ogni luogo pubblico, lo mette a dirittura fuori della legge; proclamando altamente che non punirebbe qualunque violenza a lui fatta, e ad ogni domanda farebbe diritto che venisse proposta contro di lui.
Veramente, a quanto dice Cicerone, i giudicati aveano per Verre un valore molto relativo.
La condanna di Sopatro di Halycia
Sopatro di Halycia[452], già giudicato da C. Sacerdote, veniva ora chiamato nuovamente in giudizio capitale innanzi a Verre per la stessa accusa da cui era stato assolto. Sicura gli pareva la cosa; pure Timarchide sa circonvenirlo e carpirgli ottantamila sesterzî; ma, dopo un po' di tempo, gli sembrano pochi, e la causa è rinviata, ed intanto egli torna per avere altro danaro. Il giudice si metteva all'incanto, ed i suoi avversari erano disposti a pagare di più. Gli amici sconsigliano Eraclio dal dare di più; con maggiore impulso ancora lo sconsiglia il suo modesto stato di fortuna; egli dunque tien duro; infine vi sono de' giudici a Syracusae! E v'erano proprio i giudici, che l'avevano assolto la prima volta. Ma è ingenuo far questi calcoli con Verre. Quando l'udienza sta per aprirsi ed i giudici convengono numerosi, e tra essi quelli sperati da Sopatro; Verre ordina a M. Petilio, cavaliere romano, di attendere alle cause private, ed una obbiezione di Petilio è occasione per fare allontanare tutti gli altri e far restare Verre solo a giudicare con la sua banda.
Q. Minucio, cavaliere romano, difensore di Sopatro, ha per un momento ancora l'illusione che la causa venga rinviata; e, quando n'è disilluso, abbandona l'udienza. Verre cerca trattenerlo; è in furia poichè non vi riesce, ed esita; quando una parolina, susurrata al suo orecchio da Timarchide, lo rimette in carreggiata, e si riprende, e fa sfilare a tamburo battente i testimoni e chiude il dibattimento e condanna.
Che quando poi, alla speranza del lucro, si aggiungevano l'ira, il dispetto, l'amor proprio offeso; allora i giudizî sotto Verre assumevano una forma anche peggiore; come fu il caso di Stenio[453].
Il caso di Stenio da Thermae.