Stenio di Thermae era, a quanto dice Cicerone, uno degli uomini più ragguardevoli che allora contasse la Sicilia. Onorato di tutte le cariche pubbliche del suo paese, le aveva esercitate assai onorevolmente; avea con munificenza singolare ornata la sua città, ottenendone da essa pubblici attestati, ed aveva saputo acquistare considerazione ed amicizia presso i principali uomini che al suo tempo fossero a Roma, da C. Mario a Cn. Pompeo. Amante, come tanti Siciliani, delle opere d'arte, sia per soddisfare questa tendenza, assai viva in paesi di coltura greca, che per compire con maggior splendore i suoi doveri di ospitalità verso tanti ospiti illustri, avea ornata con la maggior magnificenza la sua casa della più elegante suppellettile di bronzo di Delo e di Corinto, di pitture, di vasellame d'argento; tutte cose messe insieme sin dall'adolescenza, mentre era in Asia. Tra gli ospiti di Stenio fu anche Verre, e mai non ne partì, senza che qualcosa, mancante dalla casa ospitale, attestasse la sua venuta. Pure Stenio sopportava tutto, con rassegnazione, e in silenzio. Ma all'uomo, che così tranquillamente avea tollerato il danno proprio, vennero meno rassegnazione e pazienza, quando Verre volle mettere le mani su di alcune opere d'arte, che avevano già appartenuto ad Himera e che Scipione Africano, dopo la conquista di Cartagine, avea donato a Thermae, città vicina della distrutta Himera. Erano molte statue di bronzo, figure muliebri, una statua di Stesicoro, una capretta così bella che avrebbe fatto impressione anche ad un Romano non educato al gusto di queste cose. Verre le desiderava ardentemente, ed ardentemente la cittadinanza teneva a conservarle, come cose che si connettevano alle tradizioni cittadine, alla memoria di Scipione, e costituivano quanto di più caro e più prezioso avesse il paese. Stenio si fece il coraggioso interprete del sentimento de' suoi concittadini, e si oppose e rese vano il desiderio di Verre. Per costui fu come una dichiarazione di guerra. Lascia la casa di Stenio per andare a quella de' nemici suoi, che, come suole accadere, perciò stesso l'invitavano. Egli non ha che l'imbarazzo della scelta; andrà da Agatino o da Doroteo, suo genero? La bella Callidama, sua moglie, fa dare la preferenza a quest'ultimo; e l'intervallo di una sola notte lo avea già fatto tale, che si sarebbe detto avesse tutto comune con Doroteo, ed Agatino fosse come un suo parente ed affine. E la sua buona fortuna non lo placa; lo incita anzi di più alla vendetta contro Stenio. I suoi nemici stessi non sanno escogitare nulla contro di lui; ma Verre gl'incita e li aiuta ad imbastire uno de' soliti processi per falsificazione di atti pubblici. Stenio, per la condizione autonoma di Thermae, per la legge Rupilia, chiede che la causa venga trattata secondo le leggi termitane. Verre fa il sordo e, per tutta risposta, indice la causa per l'ora nona.
È inverno, e il mare è più infido che mai; pure a Stenio il mare pare meno infido e meno malsicuro di Verre, e si commette al mare per cercare a Roma un aiuto contro il suo persecutore. Intanto Verre, che all'ora nona puntualmente lo aspetta e non lo vede, va in furia, cerca da per tutto per iscovarlo; lascia il fòro alla terza ora della notte per tornarvi il domani e condannarlo in contumacia, per falsificazioni di atti pubblici, a pagare cinquantamila sesterzî al tempio di Venere del monte Eryce. Ancora alcuni anni dopo, Cicerone vi vedeva un Cupido d'argento, consacrato da' beni di Stenio, quasi a rappresentare plasticamente il segreto della sua condanna. Ma non basta; nè Verre si tien pago: in pubblico, dal suo seggio, fa sapere a tutti, che se qualcuno vorrà accusarlo di delitto capitale, egli procederà contro Stenio, comunque assente. Pure lo stesso Agatino non si presta a ciò, e, per trovare chi lo faccia, bisogna ricorrere ad un tale Pacilio, un pezzente ed uno sciocco. Vien fatto precetto a Stenio di trovarsi fra trenta giorni per le calende di Decembre, a Syracusae. Ma Stenio a Roma non perde tempo, e si muove e si agita tanto, che i consoli Gn. Lentulo e L. Gellio (s'era nel 72 av. C.)[454] fanno una mozione, perchè il Senato stabilisca che nelle provincie non sia lecito sottoporre a causa capitale gli assenti. Si stava già per decider questo, e dichiarar nullo ogni giudizio che contro tale regola si fosse fatto a danno di Stenio, quando il padre di Verre, con pianti e con l'aiuto di ostruzionisti, riesce a rimandare la cosa, poi la mette a dirittura in tacere, promettendo di far sì che il figliuolo non dia corso alla causa. Se non che nulla ponno presso Verre le preghiere di suo padre, nulla i pericoli, onde lo minacciano gli stessi suoi atti; le calende di Decembre vengono, ed egli cita l'accusato. Non risponde Stenio, e non risponde, chi sa per qual caso, neppure l'accusatore; nondimeno Verre va avanti. V'è bisogno di un patrocinatore? Gli assegna uno de' suoi satelliti, un Claudio, figliuolo di Claudio, della tribù Palatina, probabilmente un liberto, nimicissimo di Stenio, e così lo condanna.
Con tutto ciò la sua ira può dilaniare i beni, non raggiungere la persona di Stenio; giacchè Cicerone, ospite ed amico di Stenio, ottiene da' tribuni della plebe, che egli possa rimanere in Roma al sicuro, malgrado l'editto che non permetteva di restare in Roma a condannati per delitto capitale.
E questi erano i delitti più perspicui compiuti da Verre nell'amministrare la giustizia: ma accanto ad essi molti altri non si accennavano neppure, per la stessa moltitudine loro[455].
L'ingerenza nelle elezioni de' magistrati locali.
La funzione giudiziaria era un modo per estorquere danaro; ma non era il solo. L'esercizio del diritto elettorale, che in Roma era un cospicuo mezzo di lucro, divenne tale anche in provincia in mano di Verre; e, per far meglio, anche dove non gli competeva, se l'arrogava arbitrariamente. Così avvenne dell'elezione de' senatori, sottratta a' suffragi popolari, resa indipendente da tutte le limitazioni di età, di censo e da ogni altra condizione personale, che le leggi, conservate a' Siciliani o date dal governo di Roma, imponevano[456]. In Halaesa, dove per le leggi date da Appio Claudio Pulcher, non si potea essere senatore che a trenta anni, per danaro furono creati senatori fanciulli di sei, di sette, di dieci anni, ed ogni altro che volle[457]. Ad Agrigentum ed Heraclea, dove al senato doveano avere parte, in proporzioni uguali, i vecchi cittadini ed i nuovi coloni, per prezzo ne fu confusa la proporzione, covrendo indifferentemente con gli uni i posti serbati agli altri[458].
Dove al suo volere si opponevano difficoltà d'ordine naturale, disposizioni recise di legge, se non si determinava a violarle apertamente, le girava riducendo la legge ad un giochetto, tenendo un metodo tutto gesuitico; e così, salvando capra e cavoli, si trovava all'altra riva.
I sacerdoti.
Si trattava di dare il sacerdozio di Giove in Syracusae a Theomnasto, suo familiare, contro la legge che limitava la elezione de' candidati a tre schiatte e dava l'ultima scelta alla sorte? Si faceva, con un abuso, introdurre Theomnasto fra i tre, e poi, perchè la sorte non lo tradisse, si metteva nell'urna, tre volte, il solo suo nome[459].
I censori.