A Cephaloedium, l'elezione del sommo sacerdote avveniva in un mese determinato e, per le particolari condizioni locali, quell'onore spettava ad un tale Erodoto. Perchè invece l'ottenesse un tale Artemone Climachia, sarebbe stato, con l'introduzione di un mese e mezzo intercalare, turbato l'ordine de' mesi in tal modo, che Erodoto non potè giungere a tempo da Roma, e rimase, nella maniera più strana, deluso nella sua aspettativa[460]. Ma il peggio avvenne nella creazione de' censori. Quell'ufficio era tenuto in gran conto per le grandi conseguenze pratiche che venivano dalla redazione del censo; e l'elezione di essi, fatta città per città, da' rispettivi concittadini, costituiva una garanzia di non piccola importanza. Verre ne avocò a sè la nomina e pose ognuno di que' posti all'incanto. A trattare la cosa non v'era forse persona più adatta di Timarchide, di lui, che aveva un fiuto finissimo, che in Sicilia conosceva uomini e cose e sapeva trar partito dalle amicizie, dalle inimicizie, dall'avidità, dalle debolezze umane, e, servendo Verre, dominava e Verre e la Sicilia. Egli teneva questo mercato a Syracusae nella stessa casa del pretore, e poche volte, forse, alcun mercato fu tanto ricco come quello, onde uscivano in quell'anno i centotrenta censori della Sicilia; la quale finì per pagarne a dovizia le spese; perchè il censo fu quale da siffatti censori poteva attendersi, e quale loro conveniva che fosse per rifarsi ad usura della compera della carica[461].
Inoltre, quasi che tutto ciò non bastasse, ognuno de' censori fu obbligato a contribuire trecento danari per rendere onore di statue a Verre; e con quest'altro pretesto sarebbero stati estorti, nella maniera più aperta, altri trentotto mila denari[462].
Le statue.
Questa delle statue era un'altra delle ubbie di Verre. In parte era vanità, quella stessa vanità, che gli aveva fatto sostituire le feste, designate col suo nome «Verria», a quelle già esistenti in onore di Marcello e che prendevano nome da costui «Marcellia»[463]. Egli ne avea fatta mettere una, dorata, nella Curia di Syracusae[464], e un'altra innanzi al tempio di Serapide[465], un'altra equestre, a Roma, innanzi al tempio di Vulcano[466]; altre erano state dedicate dalla rappresentanza comune delle città siciliane[467]; altre ancora ne erano state erette a Tauromenium[468], Tyndaris[469], a Leontini[470], a Centoripae[471] e altrove, con gli epiteti più altosonanti di patrono, di soter perfino, quasi che i Siciliani avessero bisogno di chiedere alla loro propria lingua un vocabolo appropriato[472]. A Syracusae ne erano state fatte anche al padre ed al figliuolo[473]. Ma non era tutta e sola vanità, era almeno vanità e qualcos'altro. Cicerone pretendeva provare che, col pretesto delle statue, Verre avesse estorti dalla Sicilia circa due milioni di sesterzî[474]; da' soli Centoripini avea tratto a tal fine duecento mila sesterzî[475]. La sola Syracusae era stata costretta a contribuire tante volte: per le statue da porsi nel fòro, per quelle da erigersi in Roma, per quella che elevavano gli agricoltori, per quella che offriva la Sicilia collettivamente[476]. Contribuzioni simili avevano fatto Halaesa, Catina, Tyndaris, Henha, Herbita, Agyrium, Netum, Segesta, per tacere di tante altre[477], e con esse gli agricoltori ed i negotiatores di Syracusae di Agrigentum, di Panhormus, di Lilybaeum[478]. E, per assicurare meglio il profitto, l'esecuzione delle statue veniva appaltata allo stesso Timarchide[479].
La cosa era proceduta a tal punto che i Siciliani dovettero fare una petizione ridicola in apparenza, pratica in fondo; dovettero chiedere cioè «che non fosse loro permesso di promettere statue ad alcun magistrato, se prima non avesse lasciato il paese[480].»
Le esportazioni abusive.
La più gran parte intanto, di ciò che Verre espilava in Sicilia, non era destinata a rimanere quivi, ed occorreva pagare il cinque per cento di dazio sulla roba esportata. Verre volle esimersi dal pagamento di questi diritti, e tale sua condotta provocò qualche dissenso tra lui e i pubblicani. Dal solo porto di Syracusae esportò in pochi mesi quattrocento anfore di miele, molti panni maltesi, cinquanta letti per triclinî, una grande quantità di candelabri, per un valore di un milione e duecento mila sesterzî; e L. Canuleio, rappresentante della società in quel porto, che mal sapeva rassegnarsi alla perdita di sessantamila sesterzî di dazio, non seppe fare a meno di scriverne a' suoi, mandandone vivo lamento[481]. Ma il dissenso fu presto appianato. L. Carpinazio, che sopraintendeva agli appalti di Sicilia, da vero pubblicano, pensò che, come suole avvenire in questi casi, perdere qualche cosa col pretore, potesse essere anche un buon affare per sè e per la società stessa; e non solo largheggiò col pretore, ma anzi divenne il compagno indivisibile e familiare di lui, un altro Timarchide insomma, e si costituì suo banchiere. Era egli che poneva a frutto i capitali del governatore; inoltre in tutti quei loschi affari, in cui occorreva sborso di danaro ed i poveri ricattati non l'avevano pronto, egli era sempre disposto ad anticiparlo, e poi lo accreditava a Verre, al suo scriba, a Timarchide[482].
L'amministrazione frumentaria. Verre e la lex Hieronica.
Ma di tutte queste cose si poteva dire che fossero appena delle riprese per Verre; cose messe a profitto qua e là, e secondo l'occasione si dava. Il vero campo, in cui Verre mieteva con tutta la larghezza, era il tributo della Sicilia, nelle varie sue forme, che, per la sua opulenza e per la sua ricorrenza costante, offriva la mèsse più ubertosa a' suoi lucri.
A tale scopo, prima di ogni altra cosa, Verre cercò mettere da parte la legge Hieronica, se non con l'abrogarla apertamente, coll'aggiungere varie clausole al suo editto e con l'eluderla nel campo pratico. Anzi fece in modo che il decumano poteva trovarsi in una condizione privilegiata, mettendosi senz'altro in possesso della quantità di frumento che a sè credeva dovuta e lasciando all'agricoltore il compito di farsi attore in giudizio e ripetere quanto gli fosse stato tolto contro ragione. Tanto l'agricoltore era obbligato a dare al decumano, quanto costui diceva che gli fosse dovuto a titolo di decima[483]. Con tali innovazioni, tra le altre cose, anche l'onere della prova ricadeva sull'agricoltore, e, sotto ogni rapporto, la sua posizione diveniva meno favorevole. Seguiva a questa, è vero, un'altra disposizione, per la quale, a giudizio finito, il decumano doveva restituire otto volte quello che arbitrariamente avesse preso, e l'agricoltore quattro volte quello che ingiustamente avesse negato di dare[484]. Ma queste sanzioni legali, dice Cicerone, divenivano un'irrisione, perchè i giudici e i recuperatores non erano presi, secondo la legge, dal conventus[485], bensì dalla coorte di Verre, ed erano satelliti di costui, complici de' complici suoi. E infatti, a dire di Cicerone, non solo nessuno di questi giudizî era stato mai risoluto a favore di qualche agricoltore, ma non v'era stato neppure uno che ne avesse tentata la sorte[486]. E l'editto proseguiva per questa via, arricchendosi di altre clausole, quali ironiche, quasi, per gli agricoltori, quali fatte per rendere ancora più difficile la loro posizione. Si promettevano per esempio i recuperatores, ma solo nel caso che l'uno e l'altro de' litiganti li volessero[487]; e l'uno de' litiganti, che solitamente avrebbe dovuto essere Apronio, certamente non li voleva. S'imponeva agli agricoltori di fare la dichiarazione dell'estensione di campi da essi coltivati, per trar motivo di altre molestie dalla inosservanza o dalla pretesa violazione di questa parte dell'editto[488]. Si dava facoltà al decumano di scegliersi la sede del giudizio, obbligando l'agricoltore a dare, dove quello volesse, sicurtà di comparire in giudizio[489]; e, per gente aliena dalle controversie, trattenuta dal genere stesso delle sue occupazioni nella propria città, può immaginarsi quanto ciò riescisse molesto. Quasi che non fosse stato già abbastanza aver concesso al decumano di impossessarsi della quantità che a lui piaceva; si ordinava al magistrato siculo di mettere in esecuzione questo privilegio, già accordato al decumano[490]. Altre volte si trattava di aggiunte escogitate per una particolare persona, per un caso particolare, per togliere ogni via di scampo, che la legge o l'editto avesse ancora potuto lasciare. Tale per esempio era stata la disposizione che metteva la scelta del luogo del giudizio nelle mani del decumano; tali furono quelle sulla rimozione e sul trasporto del frumento al mare. Un cavaliere romano Q. Septicio -- i Siciliani erano per necessità più ossequenti -- non volea saperne di venire a patti con i decumani: opportunamente viene l'editto ad imporre che, prima d'essersi accordato co' decumani, non si può portar via il frumento dall'aia. Q. Septicio cede più al dispetto che all'interesse e gli piace meglio veder marcire il frumento, sotto la pioggia, nell'aia, che non vederlo finire ne' granai di Apronio e di Verre; allora ecco un'altra volta l'editto, che impone ad ognuno di trasportare al mare le decime a tutto il mese di Agosto[491]. Che fare? Dove volgersi? Erano gli ultimi colpi di Verre, i provvedimenti presi nel terzo anno del suo governo, a raccolta già fatta, per dare l'ultima mano, gli ultimi ritocchi all'editto e scagliarli, come la freccia del Parto, alla Sicilia che stava per abbandonare[492].