Delle decime, dovute da Agyrium, era divenuto appaltatore Apronio; e venne ad Agyrium, preceduto da minacce e dagli uscieri stessi del governatore, promettendo d'altra parte d'andar via subito e senza far piati, se gli fosse assicurato un lucro conveniente. Ma gli Agyrinensi credevano di non doverlo temere, e di non doverlo placare; ed ecco i loro magistrati ed i loro cinque primarî chiamati a Syracusae, per rispondere di violazione dell'editto del pretore. L'accusa era vaga e perciò stesso insidiosa; giudici i soliti: Artemidoro il medico, il pittore Tlepolemo ed altri simili; pure niente spaventava gli Agyrinensi, e restavano duri perfino di fronte all'offerta mediazione di Timarchide, che, insieme, gl'invitava a transigere e faceva loro balenare innanzi agli occhi l'ingente condanna. Ma, quando intesero dallo stesso pretore la minaccia di essere fustigati sino a morirne, piangendo, si arresero, promettendo di voler dare ogni loro cosa; e poterono dire di essersela cavata a buon mercato riscattando le decime e dando ad Apronio, a titolo di lucro, trentatremila medimni di frumento, un sesterzio a medimno per l'esame del frumento e trentamila altri sesterzî, come lucro, per le decime dell'orzo[501]. Allo stesso trattamento fu soggetta Herbita per tre anni. Nel primo anno furono costretti gli Herbitensi a dare trentottomila ed ottocento modii di frumento, a titolo di lucro, ad Atidio, uno de' noti satelliti di Verre, che aveva preso in appalto le decime di quella città per soli diciottomila modii[502]. L'anno appresso, nella stessa maniera, furono obbligati a dare, sempre a titolo di lucro, ventun mila modii di grano e duemila sesterzî di giunta ad Apronio, che aveva preso l'appalto per venticinquemila modii di frumento[503]. Nel terzo anno finalmente, al modo stesso delle città asiatiche, destinate a fornire di ornamenti le varie mogli del gran re, Herbita fu chiamata a dare un tributo a Pipa e Terzia, le due vezzose amanti di Verre. Escrione, il marito putativo di Pipa, e Docimo, il marito compiacente di Terzia, divennero gli appaltatori, il primo della decima di frumento ed il secondo della decima dell'orzo. Nella gara Escrione avea portato l'appalto ad ottomila cinquecento medimni, una ragione così alta che Verre la ridusse a settemila cinquecento. Gli Herbitensi intanto, trattando da Siciliani a Siciliani, non temevano nè l'uno nè l'altro. Tratti allora in giudizio a Syracusae, sono obbligati a dare ad Escrione i seicento medimni, scemati da Verre all'appalto, e a Docimo dodicimila sesterzî[504]. Altri seicento medimni di frumento furono fatti guadagnare allo stesso Docimo sulla decima di Aceste, costretta a prenderle in subappalto da lui[505]. I Liparensi, le cui decime, povere e scarse, erano state affittate ad A. Valenzio, l'interprete di Verre, furono costretti a riscattarle da lui, pagando in più trentamila sesterzî[506].

I Tissensi, in ugual modo, furono costretti a dare a Diogneto, servo del tempio di Venere, pubblicano di nuovo conio, ventunmila sesterzî nel secondo anno e duemila modii di frumento nel terzo; a Diogneto, che, per la sua qualità e la povertà sua, non poteva essere, come vuole Cicerone, che un prestanome di Verre[507].

Addette le decime di Amestratum a M. Cesio ad un'alta ragione, Eraclio, uno de' legati, fu obbligato, senza mandato del suo senato e senz'altro, a riscattarle con la perdita di ventiduemila sesterzî[508]. La stessa città dovette dare altro denaro a Sesto Vennonio, nel secondo anno, con lo stesso pretesto. Appresso, aggiudicate le decime a Bariobale, un altro servo del tempio di Venere, per ottocento medimni di grano, gli Amestratini furono costretti a riscattarle, dando un lucro di ottocentocinquanta medimni e millecinquecento sesterzî, un lucro maggiore dello stesso prezzo di appalto[509]. I Petrini furono obbligati a dare cinquantaduemila sesterzî di lucro a P. Nevio Turpione su di un appalto di tremila medimni, equivalenti a quarantacinquemila sesterzî, presso a poco[510]. Halycia, dove solo gl'inquilini e non i cittadini pagano, dovè dare allo stesso Nevio quindicimila sesterzî di lucro per una decima di cento medimni[511]. A Segesta, dove era decumano un altro servo di Venere, Symmaco, gli agricoltori, contro ogni norma di legge, sono obbligati a dare sicurtà di stare in giudizio fuori del loro fòro; Diocle Phime di Panhormus, che avea in fitto in quel territorio un podere per seimila sesterzî, fu obbligato a pagare, per decime, sedicimila sesterzî e seicentocinquantaquattro medimni di frumento, non senza una giunta di battiture; lo stesso C. Anneo Brocco senatore fu obbligato a dare danaro e frumento[512]. Per le decime di Thermae un tal Venuleio, concorrente a posticcio, vinse nella gara il legato della città, che voleva aggiudicarsele, portandole sino ad ottomila medimni; e, perchè non andasse sul posto, la città stessa si vide obbligata a dargli settemila modii di frumento e duemila sesterzî[513]. Gli Imacarensi, dopo essere stati ridotti allo stremo, dovettero dare ad Apronio ventimila sesterzî[514]. Gli Hennensi, dopo che le loro decime furono appaltate per ottomila duecento medimni, dovettero darne ad Apronio altri tremila con duemila sesterzî per giunta[515]. I Calactini furono obbligati a dare a M. Cesio in Amestratum le decime, date per lo innanzi sempre nella loro città, anche sotto Verre nel biennio precedente[516]. I Mutycensi furono così vessati da Theomnasto Syracusano, che, per dare le seconde decime, dovettero comperare ii frumento; nè ciò accadde ad essi soltanto[517]. Gli Hyblei finirono col pagare per decima al decumano Cn. Sergio sei volte quello che aveano seminato[518]. Altre simili soperchierie furono fatte a' Menaeni[519], agli Agrigentini, agli Entellini, agli Heracleensi, a' Soluntini, a' Catinensi, a' Tyndaritani, a' Cephaloeditani, agli Haluntini, agli Apolloniensi, agli Enguini, a' Capitini, agli Innensi, a' Murgentini, agli Assorini, agli Helorini, a' Ietini, a' Cetarini, agli Scherini, a tutte insomma le città siciliane[520]. Ad Aetna, ove insieme banchettava nel fòro e smungeva e sberteggiava gli agricoltori, Apronio trasse un lucro di cinquantamila sesterzî[521]. A Leontini lo stesso Apronio, su di un'estensione coltivata di trentamila jugeri, prese in appalto le decime per trentaseimila medimni, in concorrenza di Q. Minucio, che voleva assumerla ad una ragione di cinquemila medimni di più; e, prelevando tre decime invece di una, poi tre cinquantesimi e poi ancora, per ogni medimno, uno o due sesterzî, giunse a fare un guadagno di quattrocentomila modii all'incirca[522].

Le compere di frumento.

Altra occasione di lucri fornì il frumentum imperatum, quello cioè che, come si è detto, giusta la legge Terentia Cassia, i Siciliani erano obbligati a vendere alla repubblica per un prezzo imposto, ed il frumentum aestimatum, quello cioè dovuto per i bisogni del governatore e del suo seguito.

Per l'acquisto del frumentum imperatum, Verre ebbe dalla repubblica circa dodici milioni di sesterzî, più precisamente, undici milioni e settecentomila sesterzî: nove milioni per comperare dalle città decumane, a tre sesterzî il modio, tre milioni di modii, quantità equivalente alla decima già contribuita, e due milioni ottocentomila sesterzî per comperare, indistintamente da tutte le città, ottocentomila modii di grano, a tre sesterzî e mezzo il modio[523]. Questo danaro dovea essergli versato dalla società de' pubblicani di Sicilia, e Verre cominciò dal lasciarlo nelle loro casse, esigendo, non senza loro lamento, un interesse del due per cento al mese[524]; poi, nell'esazione del frumento, rifiutò, quasi non fosse buono, il frumento di molte città, come di Halaesa, Thermae, Cephaloedium, Amestratum, Tyndaris, Herbita ed altre, e, non dando nulla di quanto loro doveva, o le obbligò a comperare il frumento di Apronio, o altrimenti esigette, per ogni medimno, il massimo prezzo corrente, quindici sesterzî[525]; da alcune città, come Centoripae, Agrigentum ed altre, prese il frumento e pagò il denaro, ma facendo notevoli detrazioni per l'esame del grano, per il collybum, il cambio delle monete, e per il così detto cerarium, onde veniva un diritto del quattro per cento a favore dello scriba[526]. Considerando tali detrazioni, l'interesse carpito e i diciotto o ventun sesterzî avuti dallo Stato per ogni medimno e ritenuti, si ha che i lucri ascendevano ad una cifra assai forte. Oltre di che Verre, o la sua coorte, avea modo così di mettere in commercio il frumento arbitrariamente ed indebitamente esatto nella percezione delle prime decime[527].

Quanto al frumentum aestimatum, il senato avea assegnato a Verre quattro sesterzî a modio per comperare il grano e due per comperare l'orzo[528]. Avuto riguardo al prezzo del frumento, secondo ci dice Cicerone, allora assai basso, di due, o al più, di tre sesterzî al modio, Verre seguendo una consuetudine invalsa, avrebbe potuto ritenere il denaro, astenendosi dal comperare il frumento[529]. Servendo questo frumentum aestimatum al vitto del pretore e de' suoi dipendenti, per uso, se non per legge, il governatore era divenuto arbitro dell'acquistarlo oppur no, dell'esigerlo in genere o in denaro, del richiederlo in un luogo, piuttosto che in un altro, della sua provincia. La composizione, che ne potea seguire tra agricoltori e governatore, quando non era fatta con sistema assolutamente leonino, potea riuscire anche a vantaggio de' provinciali, esimendoli dalle noie di trasporti in luoghi lontani, dalle molestie di privarsi del grano, che avevano bisogno d'impiegare in uso proprio o di ritenere, per venderlo in tempi più propizî[530]. Verre si dispensò dal percepire il frumento, ma, invece di esigerne l'equivalente al prezzo corrente di due o tre sesterzî a modio, fece tutto un coacervo dell'orzo e del grano, che avea diritto di esigere, e stabilì, per ogni modio, un prezzo di tre denari, cioè dodici sesterzî, e per conseguenza ritenne i quattro sesterzî a modio, a lui assegnati dal Senato, e per giunta ne esigette altri otto[531]. Cosa affatto ingiustificata, secondo Cicerone; giacchè, nè le spese di trasporto potevano portare a quel prezzo, nè il costo del grano variava da una città ad un'altra di Sicilia[532]. Tutto questo danaro, che Verre veniva così accumulando, serviva, massimamente, a realizzare nella vita quel suo sogno di lusso e di piacere, che era come la mèta di ogni suo desiderio; una vita di dominio e di godimento, allietata da tutti i diletti de' sensi, menata innanzi, giorno per giorno, in conspetto di quanto più potesse allegrare la vista, in ville e palagi magnifici e splendidamente ornati[533].

La caccia alle opere d'arte.

Per la moda incalzante, pel senso dell'arte, che la coltura greca progrediente rendeva sempre più vivo, le opere d'arte di fattura greca, se anche non completamente apprezzate, doveano costituire una delle maggiori, se non la maggiore attrattiva; e l'averne quanto più fosse possibile, l'avere le più belle, per Verre, più che una passione, più che una tendenza irresistibile, costituiva una vera manìa[534], la quale in un paese di coltura greca, come la Sicilia, potea trovare il suo massimo sfogo[535]. Egli vi avrebbe fatta, secondo Cicerone, una vera razzìa. Dovunque arrivavano i suoi occhi, arrivavano le mani; e per vedere, anzi per fiutare più da lontano e per prendere, gli stavano alle costole Tlepolemo e Jerone, i due fratelli; i due cani di Cibyra, a cui nulla sfuggiva, fuori di quello che a loro convenisse non vedere[536].

Così il suo accusatore potea dire, intendendo dare alle parole il loro pretto significato letterale, che non vi era gemma, vaso prezioso, statua, arnese fatto d'oro o d'avorio, dipinto od arazzo, che egli avesse veduto e non avesse preso, pagandoli molte volte a prezzi vilissimi, tanto per salvare le apparenze e mostrare di aver comperato. Si era venuto a tale che, per possedere ancora tutti questi oggetti artistici e di pregio, bisognava possederli clandestinamente. Guai a metterli sotto i suoi occhi in un convito, in una festa, nell'ospitarlo; il giorno appresso essi partivano, seguendo l'ospite[537]. Già una cosa di tal genere era stato il pomo della discordia tra lui e Stenio: ma quello, nell'accusa di Cicerone, non era destinato ad essere che un piccolo episodio di tutto un sistema. Ospite di Q. Heio di Messana, Verre l'obbliga a vendergli per seimila e cinquecento sesterzî tutto quanto formava l'ornamento e il decoro del suo sacrario domestico: un Cupido di Prassitele, uguale a quello famoso di Tespi, un Ercole di Myrone, due canefore di Policleto[538]. Queste apparivano comprate: per alcune stoffe attaliche, intessute d'oro, non occorse nemmeno questa finzione. Semplicemente, spedite ad Agrigentum, per ordine di Verre, trovarono la via dell'andata, mai più invece quella del ritorno[539].