Ad Aristone di Palermo, a Cratippo di Tyndaris, a Phylarco di Centoripae estorse alcune splendide collane; nè l'averle nascoste riuscì a quest'ultimo di giovamento per salvarle[540]. Pamphilo di Lilybaeum perdette nello stesso modo un'anfora (hydria) d'argento, lavorata da Boetho di Calcedonia, splendida per fattura e preziosa per qualità di materia; e salvò due sue coppe lavorate a rilievo, a stento, intendendosi co' cani di Cibyra e rimettendovi mille sesterzi[541]. Diocle il genero di lui, anche di Lilybaeum, dovette pentirsi di far delle mostre, perchè Verre gli portò via tutti i vasi d'argento, così come li avea esposti sulla mensola, facendo, come al solito, mostra di pagarli[542]. Da M. Celio, cavaliere romano, prese quel che volle; da C. Cacurio tutta la sua suppellettile; da Q. Lutazio Diodoro, cittadino romano per beneficio di Q. Catulo, una magnifica e grande tavola di cedro. Con Apollonio di Drepanum, figlio di Nicone, chiamato poi, dopo l'acquisto della cittadinanza, A. Clodio, prima saccheggiò i beni de' pupilli affidati alle cure di lui, e poi lo spogliò di tutto l'argento lavorato. Da un altro pupillo, Heio, posto sotto la tutela di C. Marcello, portò via quantità di denaro e nappi di fine lavoro. Da Lysone, uno de' primarî di Lilybaeum, portò via una statua di Apollo, per un prezzo irrisorio di mille sesterzî[543].

Diodoro di Malta, anch'esso dimorante a Lilybaeum, possiede molti vasi di fine lavoro, e, tra gli altri, alcuni nappi, lavoro di Mentore, il famoso cesellatore, chiamati tericlei dalla forma, che il vasaio Tericle dette primo ad essi. Verre non sa starne senza, e manda per averli, nè sa privarsene Diodoro. Così, tra i due, comincia una vera scherma per depredare e non essere depredato. Non sono a Lilybaeum; sono a Malta? Verre manda anche colà. Ma prima di Verre, ha mandato anche Diodoro a Malta, e fa che i vasi non si trovino. Così il giuoco continua, ma Diodoro sta per uscirne con un'accusa capitale, da cui lo scampano solo l'intervento del padre di Verre e l'essere Verre ancora novizio: si era al primo anno della sua propretura. Pure la cosa costa a Diodoro un volontario esilio di tre anni[544].

Più fortunato fu invece con L. Curidio e con Gn. Calidio, a cui l'essere figlio di senatore non giovò a salvare certi suoi bicchieri di argento (eculei)[545]. A L. Papirio, cavaliere romano, tolse semplicemente il fregio dell'incensiere, restituendogli il resto, quasi fosse vago non del metallo, ma del lavoro; e così del resto fece con molti altri; che in ogni casa, si può dire v'erano arredi, specialmente sacri, con qualcuno di questi fregi attaccati[546].

Ne fecero esperienza, fra gli altri, Cn. Pompeo di Tyndaris, già, prima di essere cittadino romano, chiamato Philone; Eupolemo di Calactae ed altri. Eschilo e Trasone di Tyndaris, Nymphodoro di Agrigentum, intanto, vi rimisero, oltre al fregio, anche gli arredi, un incensiere, una tazza, un vaso (patella)[547].

Una caccia speciale dava agli anelli, alle gemme. Vien portata un giorno una lettera al suo interprete Valenzio. Verre ne vede l'impronta che gli piace, e non ha pace, sin che l'anello non passa dal dito di chi avea spedito la lettera, di L. Tizio, nelle sue mani[548]. Ma questi erano gli amminicoli, presi qua e là, come l'occasione si presentava, in mancanza di preda maggiore. Le razzìe assumevano talvolta proporzioni più vaste e forme ufficiali, o quasi. A Catina chiama il proagoro Dionysiarco, a Centoripae Phylarco, ad Agyrium Apollodoro, ad Haluntium Arcagato, tutti primi cittadini o magistrati de' luoghi, ed impone loro di fare una regolare requisizione di vasi d'argento cesellati, di vasi corinti, che egli si faceva portare e, fidato al fiuto de' cani di Cibyra, ne faceva la scelta. Ad Arcagato, secondo Cicerone, dette anche il compito di essere in questa occasione, suo banchiere, ma senza mai rivalerlo[549].

A Syracusae poi, nello stesso palazzo del pretore, sotto i suoi occhi, per rifondere e foggiare a nuovo tutta questa preda raccolta[550], si era impiantata una vera officina per allestir vasi d'oro, staccare fregi e adattarli. Per tutta la Sicilia, a Segesta, in casa di Lamia, a Netum, in casa di Attalo, a Lilybaeum, in casa di Lysone, ad Aetna, in casa di Critolao, a Syracusae in casa di Escrione, Cleomene e Theomnasto, ad Helorum, in casa di Arconida, tanti telai lavoravano indefessamente per Verre, a tappezzare i letti delle sue molte ville[551]. Altrove si facevano i letti stessi e i candelabri.

Quella sua manìa degli oggetti d'arte lo metteva a tale da non perdonare a nessuno, non a re, non agli dèi. Antioco l'Asiatico, figliolo di Antioco il Pio, reduce da Roma, dove era stato a brigare per l'eredità di sua madre Selene[552], traversava la Sicilia, e avea con sè un magnifico candelabro, che intendeva dedicare nel tempio di Giove Capitolino e che riportava con sè, non essendo stato ancora, dopo l'incendio, rifatto quel tempio. Verre riuscì per favore speciale a vederlo, e gli fece tale impressione, che, avendolo avuto a casa per inganno, lo ritenne per forza; senza che dal suo proposito potessero rimuoverlo l'autorità, le lagrime stesse del principe, le sue promesse, il dovere dell'ospitalità, o la paura di un futuro gastigo[553].

Contro un gastigo degli uomini si sentiva bene agguerrito, e, quanto a Giove, pensava che il dio non guardasse a ciò; od egli almeno non guardava al dio, troppo lontano.

I sacrilegi.

Verre era sulla via del sacrilegio, e seguitava a batterla, spensieratamente. Era una guerra dichiarata, insieme, al sentimento religioso ed a quello patrio de' Siciliani; giacchè da' loro templi rapiva le statue delle divinità, ed erano quelle stesse che, prese da' Cartaginesi, erano ritornate in Sicilia, dono insigne di Scipione, come testimonianza e trofeo della distruzione di Cartagine[554].