Verre cominciò dal volere la Diana di bronzo di Segesta; e, poichè non l'ebbe, giù con vessazioni contro i Segestani, aggravî nella compera del frumentum imperatum e nell'esigere il contributo di marinai e remiganti, molestie nel chiamarli in giudizio, tirandoseli dietro per tutte le giurisdizioni della provincia; e, per giunta, minaccie di peggio a tutti, presi insieme o singolarmente. Così la resistenza si fiaccava e veniva meno; venivano vinti, sotto l'impulso della paura, gli ultimi scrupoli patriottici, le ultime superstizioni, e, infine, la statua di Diana, cosparsa di unguenti, coronata di fiori, usciva, tra i pianti delle donne e il muto cordoglio degli uomini, da Segesta e da' confini del suo territorio, e la base, che portava scritto l'atto magnanimo di P. Africano, veniva demolita, quasi a sperdere la memoria del fatto e del misfatto[555].

A Tyndaris, dove il senato gli negava una bellissima statua di Mercurio, dono anch'esso di Scipione, Verre fece in pubblico, d'inverno, legare il proagoro Sopatro alla statua equestre di C. Marcello, e ve lo tenne, sin che la cittadinanza ed il senato, per salvare il concittadino e il magistrato, quasi semivivo dall'onta e dal freddo, assentirono all'importuna richiesta del pretore, e la statua di Mercurio, a spese pubbliche, fu portata a Messana[556].

Ad Enguion, dal tempio, a cui sempre P. Scipione ne avea fatto dono, prese loriche ed elmi di bronzo cesellato, ed urne ed altre opere d'arte[557].

Ad Agrigentum, di soppiatto, fece rubare dal tempio di Esculapio una bellissima statua d'Apollo, che un'iscrizione, incisa nel femore, attribuiva a Myrone[558]. Ma imprese di questo genere non sempre gli riuscirono bene. Agrigentini e cittadini romani, residenti in Agrigentum, messi sull'avviso, stettero in guardia, e quando, sotto la condotta di Timarchide, in una fosca notte, gli emissarî di Verre andarono per rubare dal tempio di Ercole la statua stessa dell'eroe, venerato tanto, che per i baci de' devoti aveva avuto logoro il mento; tutto il popolo accorse ed a sassate li obbligarono a fuggire con soli due piccoli emblemi, mentre già, con forza di corde e con ogni fatica, tentavano di smuovere la statua, senza pure riuscirvi[559]. Ad Assorum uguale insidia fu tesa al nume fluviale indigete Chrysa da' due cani di Cibyra, ed ugualmente fu elusa, chiamando, a suon di buccina, a raccolta i cittadini[560]. Ma questi tentativi, mal riusciti, non disanimavano Verre, nè lo intiepidivano. A Catina, i suoi stessi servi rubarono un'antichissima statua di Cerere da un sacrario, a cui le sole donne aveano accesso; e poi, per distornare da sè l'accusa, fece imputare del fatto un servo, ad esso estraneo ed innocente. Ma il senato di Catina l'assolse, avendo sentore della trama, e quasi in onta al vero colpevole[561].

A Malta spogliò il santuario di Giunone di ogni più bella cosa, perfino di certi ingenti denti di elefanti, che Massinissa avea già avuti come preda e che avea restituiti, poichè ne conobbe la provenienza[562].

Ad Henna dov'era il tempio più antico di Cerere e Proserpina, e dove appunto si credeva che Proserpina fosse stata rapita da Plutone, rubò la statua bronzea di Cerere, la più antica di quelle ivi conservate, e, da un'altra statua di Cerere, posta innanzi al tempio e difficile ad esportare per la sua grandezza, strappò una statuina della vittoria, ad essa posta tra mani[563]. A Syracusae, del tempio di Minerva, posto nell'Insula, fece un vero scempio, spogliandolo del quadro rappresentante la battaglia equestre di Agatocle e di ventisette altri con i ritratti di re e di tiranni di Sicilia, tutte cose, che Marcello, nella presa della città, avea rispettate e che erano care, sia pel loro pregio artistico, che per la memoria de' fatti e delle persone[564]. Dalle porte stesse del tempio, magnificamente lavorate in oro e in avorio, strappò la bellissima testa di Medusa e tutti gli altri rilievi, perfino le borchie d'oro, lasciandole nude e appena adatte a chiudere[565]. Dal Pritaneo, posto in Acradina, prese la bellissima Saffo di Silanione[566]. Dal tempio di Esculapio, prese la statua di Pean; da quello di Bacco, la statua di Aristeo, tenuto per inventore dell'olio; dal tempio di Giove, prese la statua stessa del nume, la statua di Giove Ourio, una delle tre più celebrate del genere, secondo Cicerone; e qua e là, un po' per tutto, mense delfiche e bellissime tazze di bronzo, una quantità ingente di vasi corinzî[567].

Le cospirazioni degli schiavi.

Tutto, insomma, era, dice Cicerone, per Verre buona occasione di guadagno, che che accadesse, che che ne andasse di mezzo. Eccitato dall'imperversante guerra servile d'Italia ad usare una severa disciplina, escogitava immaginarie cospirazioni di schiavi per trarne pretesto a ricattare i loro padroni.

È così che imbastisce, nel territorio triocalino, una simile accusa contro gli schiavi di Leonida, e li mena a Lilybaeum e li condanna; poi, mentre, già stretti al palo, stanno per patire l'estremo supplizio, per ragioni, che a Cicerone non parevano un mistero, li scioglie e li ridona a' loro padroni[568].

In un modo presso che simile si condusse con Aristodamo di Apollonia, con Leonte Imacarense; coll'espediente delle stesse accuse, carpì sessantamila sesterzî ad Eumenida di Halycia, cinquecentomila allo stesso C. Matrinio, cavaliere romano[569]. Da Apollonio, figlio di Diocle, di Panhormus, voleva assolutamente conto di un servo, preposto agli armenti, che quegli non avea mai avuto: in realtà, volea quattrini; e, poichè non n'ebbe, senza regolare accusa, senza giudizio, lo fece prendere e lo gettò a marcire in carcere per diciotto mesi, senza che valessero a liberarlo le pubbliche intercessioni del Senato, de' magistrati, de' sacerdoti panormitani. Poi d'un tratto -- qualche cosa di maggiore efficacia agli occhi di Verre era intervenuto -- senza trattar causa, senza nessuna formalità, lo trasse di carcere[570].