La flotta e i pirati.
Questa sua smania d'illeciti lucri non si arrestava nemmeno dinanzi a ciò che riguardava, più da presso, la sicurezza della sua provincia; anzi, sempre secondo Cicerone, ne lo rendeva più dimentico che mai. Così, contro la lettera stessa del trattato, esentò Messana dal contribuire, come sin qui avea fatto, con una bireme e con marinai e soldati alla flotta, mentre vi astrinse Tauromenium, che per trattato n'era esente[571]. Poi l'amministrazione della stessa flotta gli suggerì tutta un'altra lunga e sicura speculazione. Mentre per lo innanzi ogni città dava al suo navarco, che ne dovea dare poi stretto conto, quanto era necessario a mantenere la nave e le persone poste sotto il suo comando; Verre avocò a sè l'amministrazione, obbligando ogni città a mettere nelle mani di lui quel che prima era dato al navarco. Al tempo stesso prese a trattare con le città per dispensarle, dietro un corrispettivo, dal fornire un determinato numero di marinai; trattò privatamente con ognuno di questi, per congedarli innanzi tempo con un compenso di seicento sesterzî a testa; e così, mentre straordinariamente faceva questi lucri, se ne veniva ad assicurare un altro anche più stabile, avendo da mantenere un numero di uomini inferiore a quello calcolato dalle città nel loro contributo[572].
Intanto, una simile condizione della flotta la rendeva inetta a provvedere efficacemente alla difesa contro i pirati. Già, se anche questi talvolta gli capitavano tra mano, non ne faceva un trattamento tale che valesse ad estinguerli e sopratutto ad atterrire con il rigore dell'esempio. Presa una volta presso Megaride, non lungi da Syracusae, una nave piratica da una flottiglia di dieci navi, posta sotto il comando di P. Cesezio e P. Tadio, Verre non pensò che ad appropriarsi la preda assai grande ed opulenta.
Quanto agli uomini, invece di mandarli pubblicamente al supplizio, de' più giovani, più belli, degli istrutti in qualche arte fece dono agli amici ed acoliti; sei, sinfoniaci, ne mandò anche ad una sua amica di Roma; i vecchi, gli inutili li fece uccidere ad uno alla volta, senza pensare a quelli che pretendevano fare l'esatto conto de' presi e degli uccisi. Il capo de' pirati non lo vide nessuno; Verre l'avea mandato a Centoripae, con ordine, dice Cicerone, di trattarlo bene; mentre così sorgeva e si accreditava sempre più la voce che danaro fosse stato dato da' pirati per la sua liberazione[573].
Il supplizio de' navarchi.
Ma questo fortunato evento fu dovuto più al caso ed alla forza evidentemente preponderante che ad altro; ed in ogni modo sarebbe stato unico. Lo stato della flotta e la potenza de' pirati, sempre più minacciosa, erano meglio adatti ad apportare de' rovesci; e non mancarono. La passione per Nice, la bella Siracusana, il pensiero di meglio agevolare la sua tresca, aveano indotto Verre a dare il comando della flottiglia al marito di lei, Cleomene, imbelle ammiraglio di una squadra resa già, essa stessa, sì imbelle. Così la flottiglia uscì dal porto di Syracusae per non più tornarvi; prima di tutte la nave di Centoripae, nave ammiraglia, che portava lo stesso Cleomene, e poi in ordine quelle di Segesta, di Tyndaris, di Herbita, di Heraclea, di Apollonia, di Haluntium. Dopo cinque giorni, era a Pachynum, nel porto; e la gazzarra, che Cleomene vi faceva, fu interrotta dall'annunzio delle navi piratiche, che si trovavano nel vicino porto di Odyssea. Stremate erano le ciurme ed affamate, ridotte a nutrirsi di radici di palme selvatiche: sperò per un momento Cleomene di potersi rifornire con le forze del presidio di terra, ma esse non si trovavano in condizioni migliori di quelle delle navi. Altro scampo non gli parve avere che la fuga, e si apprese a quel partito: le altre navi ebbero per un momento un proposito di resistenza, ma poi seguitarono verso Helorum la nave ammiraglia; senonchè, meno celeri e più esposte come erano, ne caddero già due, subito, nella fuga, in mano a' pirati: quella di Haluntium, il cui capitano, Phìlarco, fu preso prigione e quello di Apollonia, il cui prefetto, Anthropino, fu ucciso. La perdita delle altre venne ritardata soltanto, non evitata; che tutte caddero in mano de' pirati, poichè gli equipaggi, giunti a terra, le abbandonarono in mare, ed Eracleo, l'archipirata, le fece tutte bruciare. La nuova giunse rapidamente a Syracusae nel cuore della notte, destando furore ed allarme, e, dopo breve tempo, vi arrivarono gli stessi pirati, che penetrarono e restarono nel porto, cioè a dire nella città, finchè a loro stessi non piacque d'andarsene. Già, nel tumultuario diffondersi della prima novella, Cleomene sentiva il bisogno di nascondersi, e Verre, esso stesso, si sentiva minacciato dal fermento di tutta la cittadinanza; indi ogni giorno crescevano le vociferazioni e le accuse. Verre sentì il bisogno di mettersi al coverto, e credette di provvedervi, inducendo tutti i navarchi a dichiarare in forma legale che le navi erano bene equipaggiate e ben provviste; ma, quando furono venuti a ciò, poterono dire di aver segnata la loro condanna di morte. Tutti furono accusati a mezzo di Nevio Turpione, uno de' bracchi del pretore, e tutti, per sentenza di Verre e de' peggiori della sua coorte, furono destinati al supplizio che doveva togliere per sempre ogni incommoda testimonianza. Nulla valsero ad Aristeo, il navarco di Tyndaris, le lagrime del padre Desone, già ospite di Verre; nulla a quello di Herbita le difese e le implorazioni del padre Eubulide; nulla a Furio di Eraclea il suo atteggiamento minaccioso e sprezzante; nulla potè nemmeno, in favore di Eraclio di Segesta, l'assenza regolarmente giustificata da malattia. Solo Cleomene rimase senza molestia e senza appunto, tenendosi allato al pretore durante lo svolgimento stesso del giudizio. Phalacro di Centoripae, che era con Cleomene nella stessa nave, dovette alla corruzione più che a questo argomento lo scampo. Gli altri tutti perirono, e come miseramente! Per prezzo i parenti ne ottennero da Sestio, il carnefice, una morte meno lunga e meno penosa; a prezzo, gemendo innanzi alle porte della prigione, ne riscattarono i cadaveri[574].
Ma Verre era crudele non meno che avido, e l'una passione soffiava sull'altra, accendendola.
Quale specie d'inviolabilità potevano avere i Siciliani, dove non era rispettata neppure quella de' cittadini romani? C. Servilio, uomo di affari, del convento di Panhormus e cittadino romano, per non aver voluto dar una cauzione di duemila sesterzî in una causa di furto, indettagli da Verre col nome di un servo venerio, morì dopo esser stato battuto a sangue da sei littori; e da' beni di lui Verre consacrò indi nel tempio di Venere un Cupido di argento[575].
I ricatti e le uccisioni.
Ma gli ultimi resti della guerra sertoriana in Ispagna, la pirateria sempre più estesa e minacciosa, e la guerra servile d'Italia davano maggiormente occasione ed anche pretesto ad ogni maniera di soperchierie. Ogni nave che approdava in Sicilia, da ogni parte, anche di Oriente, era staggita, e, quanto più onusta, tanto più veniva battezzata come proveniente dalla Spagna e cosa di sertoriani.