Era un seguito di ricatti; mentre le lautumiae, le carceri di Syracusae, si riempivano di cittadini romani, che quando non ne uscivano già cadaveri, ne uscivano a capo coperto per esser menati all'estremo supplizio[576]. Liberti di P. Granio ed altri liberti e mercatanti di Puteoli furono così messi a morte[577]. T. Herennio, banchiere a Leptis, venne ucciso in cospetto di tutta Syracusae, mentre v'erano almento cento cittadini romani, che potevano dar contezza dell'esser suo[578]. P. Gavio, del municipio di Compsa, fuggito dalle lautumiae, fece troppo presto a vantarsi e ad inveire contro di Verre; che, mentre si apprestava a salire in nave per tornare in Italia, fu consegnato da' Mamertini a Verre, allora soppravvenuto; e, confitto alla croce, come una spia degli schiavi ribelli d'Italia, gli fu dato solo per ischerno di guardare, morendo, la terra, in cui egli avea sperato di ritrovare, con l'impero della legge, la sua salvezza. Nè gli valse a nulla l'invocare la sua qualità di cittadino romano; a nulla l'offrirsi a provarla[579].

Lo stato della Sicilia sotto Verre.

Tali secondo Cicerone sarebbero stati i fasti di Sicilia sotto l'imperio di Verre. Un cupo e tetro sentimento emana dalle impetuose orazioni dell'accusatore; quasi che un alito di morte passasse, tutto abbassando e piegando, sul bel paese degli idilli siracusani, sulla feconda terra di Cerere. I campi parevano quali avrebbe potuto renderli una guerra accanita ed ostinata, che vi avesse portato la devastazione. I piani ed i colli, innanzi verdi e fiorenti, erano ornai brulli e deserti, sì che la terra stessa pareva invocare e rimpiangere l'agricoltore[580]. E n'era il caso; perchè gli agricoltori, ridotti agli estremi dalle vessazioni e da' dissesti, abbandonavano la coltura, esulavano, ponevano persino termine violentemente a' loro giorni[581]. Ad Henna, a Murgentia, ad Assorum, ad Imachara, ad Aetna l'abbandono era tale che non appariva più traccia di quello che la Sicilia era stata una volta. Nell'agro leontino gli agricoltori si riducevano da ottantaquattro a trentadue; nel mutycense da centottantasette ad ottantasei; ad Herbita da dugentocinquantadue a centoventi; ad Agyrium da dugentocinquanta ad ottanta[582].

I furti delle opere d'arte lasciavano tristi le case, che ne rimanevano spogliate[583]; e, specialmente quando si trattava di arredi del culto, di oggetti sacri, non ne uscivano che lasciando immerse in pianti e lamenti le donne[584]. Quelle statue di divinità, strappate o fatte scomparire da' templi, lasciavano dietro di sè un'impressione di superstizioso terrore, che faceva attribuire a quella violazione religiosa la scarsità de' ricolti ed ogni male che ne seguisse[585].

Le gazzarre del pretore e della coorte.

E, mentre la Sicilia giaceva così oppressa e le sue piazze erano insanguinate, e compromessa n'era in ogni modo la pace e la sicurezza[586]; Apronio andava banchettando per tutti i fòri, e Verre attendeva a rallegrare ogni giorno di un novo gaudio la sua vita. L'inverno lo tratteneva a Syracusae, la città dove è fama che mai il giorno sia così brutto che non lasci per qualche ora vedere il sole, ed i conviti gli davan modo d'impiegare lietamente i giorni brevi, e gli amori le notti lunghe nella bella reggia di Jerone. Al più, lo richiamava talvolta l'officina artistica, che avea costituito nel suo stesso palazzo, ed a cui egli assisteva in pallio e tunica pulla[587]. Al venire della primavera -- e solo il rifiorire delle rose era per lui nunzio verace di primavera -- cominciava le sue peregrinazioni di città in città, condotto in una lettiga, della quale non aveano una più bella i re di Bitinia, adagiato su molli guanciali di Malta imbottiti di rose, avendo in testa una corona, avendone al collo, mentre un tenue lino, appena mosso, diffondeva anch'esso tutt'intorno soave odore di rose.

Di là non iscendeva che per entrare nel cubicolo, dove riceveva magistrati e cavalieri e dove si ordivano gl'intrighi e si maturavano i suoi responsi. Più spesso ancora amava ricevere le più belle donne del luogo: se aveano più ritegno, esse vi venivano evitando gli sguardi indiscreti; se erano più libere, prendevano parte anche a' conviti, che spesso, vere orgie, finivano in risse: in una battaglia di Canne del vizio, dice Cicerone. L'estate poi non lo sorprendeva già sulle aie polverose, tra l'opera faticosa della mietitura e gli schiavi congregati: essa lo trovava di nuovo a Syracusae, ma non più nella reggia. Come in un accampamento estivo, nell'isola che sta quasi a guardia de' due porti, sotto tende di tela finissima, egli seguitava là il costume della sua vita invernale[588]. Quivi veniva Terzia, la figlia del mimo Isidoro, portata via a un rodio sonatore di flauto, e Pipa, la moglie di Escrione, e Nice la moglie di Cleomene, che, vinte forse da Terzia nella gara della bellezza e nell'affetto di Verre, sollevavano alterchi, mostrando di averne a schifo l'ignobiltà dell'origine[589]. E il figliuolo adolescente era con lui[590].

L'addensarsi della tempesta e gli scongiuri.

Intanto i Siciliani aspettavano, affrettandone il termine co' voti, che l'anno del suo governo finisse, che arrivasse Q. Arrio[591] il successore; ma Arrio non veniva. La morte l'avea colto per via. Così Verre vi rimase ancora un anno; poi un altro anno ancora[592].

Per tutta vendetta i Siciliani esercitavano contro di lui il loro spirito frondeur.