Verre, come uomo di parte, era di una selvaggia energia, implacabile ed ostinata, aliena da tergiversazioni e da scrupoli, e non dovea essere piccolo guadagno per i suoi avversarî metterlo fuori di combattimento. La plebe, da lui avversata specialmente nel periodo della sua pretura; i cavalieri, trattati molte volte senza riguardi in Sicilia e feriti ne' loro interessi sopratutto con la preferenza accordata negli appalti delle decime agli uomini della coorte pretoria, aspettavano ed invocavano una vendetta contro C. Verre, ed, altrettanto o più, l'invocavano tutte le vittime delle proscrizioni e delle confische sillane, le cui piaghe recenti non si erano peranco rimarginate, e che in Verre odiavano non solo l'acolito di Silla, ma l'antico disertore che, passando a Silla dalla parte mariana, vi avea portato tutto l'ardore e lo zelo del rinnegato. Ma, oltre allo sfogo che il processo di Verre potea procacciare a queste ire, oltre ad essere una questione di sentimento; esso avea una presente ed evidente importanza politica, ed era destinato ad avere un'azione immediata sugli avvenimenti del giorno e sull'atteggiamento dei partiti. Non erano trascorsi ancora otto anni dalla morte di L. Cornelio Silla, e già il fondamento politico della sua costituzione era scosso e l'egemonia dell'ordine senatorio vacillava, sì per il crescere delle forze de' suoi avversari, sì per la cattiva prova che aveva fatta nel suo esclusivo reggimento del governo.
In questo stesso anno del processo, nell'anno 70 av. C., sotto gli auspicî di Cn. Pompeo, l'antico e massimo aderente di Silla, ora console con M. Crasso, si veniva ad una serie di concessioni, da cui la costituzione sillana usciva tanto modificata. Pompeo, giunto ad un grado elevato di potenza e guardato con gelosia dalla parte aristocratica, era attratto verso la parte popolare, di cui, ogni giorno più, crescevano l'ardire e le forze. Il tribunato, per la cui completa reintegrazione si lottava già da parecchi anni, e che era riuscito a liberarsi da qualcuno de' vincoli ad esso imposti da Silla, vi acquistava già in principio di quest'anno, per opera di Pompeo[602], la pienezza de' suoi diritti e delle sue prerogative[603]. L'altro validissimo privilegio del giudicare veniva minato con la proposta di ammettere a giudicare altresì i cavalieri ed i tribuni aerarii, fatta da L. Aurelio Cotta, zio di C. Giulio Cesare e fratello di quel C. Aurelio, sotto il cui consolato, nel 75 erano state abrogate le incapacità de' tribuni a coprire le altre magistrature[604].
La democrazia riprendeva le sue posizioni, attaccando la reazione in tutti i suoi baluardi; ed, in un tale momento della lotta politica, il processo di Verre si presentava come un'arma di combattimento di prim'ordine. Un processo che svelasse tutte le prepotenze, le ruberie, gli abusi di ogni sorta di un membro della fazione aristocratica, com'era Verre, riusciva già per sè solo, quale che ne fosse l'esito, di non piccola efficacia; poichè ne sarebbe risultata chiara la cattiva amministrazione delle provincie, e le colpe individuali si riflettevano, in ogni modo, sull'intero ordine. Ma anche più imbarazzante era questa volta il processo per gli ottimati. Una condanna li obbligava a volgersi contro uno de' più validi loro sostegni, a togliersi un appoggio ed a confessare quasi lo sgoverno delle provincie, che all'ordine veniva rimproverato. Un'assoluzione, quando la colpa fosse dimostrata, o ne fosse indotto almeno il sospetto nella cittadinanza, faceva anche più apertamente assumere all'intero ordine la responsabilità de' fatti imputabili a Verre e non poteva a meno di provocare una reazione, la quale si dovea manifestare specialmente col togliere all'ordine senatorio la prerogativa de' giudizî, così caduti in discredito.
Il processo di Verre acquistò per ciò stesso un'importanza di gran lunga maggiore di quella che poteva venirgli dall'alta posizione dell'accusato, e dall'ingente valore delle concussioni, di cui gli si dava colpa. C. Verre diveniva come il vivente segnacolo di una grande e decisiva battaglia politica, ed il suo processo era destinato a destare tutto l'interessamento de' contemporanei e ad avere, anche per i venturi, un'importanza storica più assai di molti altri processi consimili.
Cicerone.
Perciò, quando i Siciliani si presentarono in Roma, per proporre regolarmente l'accusa, non mancarono loro appoggi, nè costò difficoltà il trovare chi la volesse sostenere; se pure, come non è ardito il supporre, non furono essi stessi allettati ed incitati a venire. E sicuramente l'invito a sostenere la loro causa, se non fu sollecitato da Cicerone, fu in ogni modo accolto da lui più che di buon grado e ricevuto come una buona ventura: giacchè questo processo era destinato anche a rappresentare, come rappresentò, una tappa notevolissima nella carriera politica ed oratoria di Cicerone.
Il conterraneo di C. Mario, che egli, quale che ne fosse la ragione[605], avea preso anche a soggetto de' suoi versi giovenili, non poteva proprio avere le maggiori simpatie per Silla ed il suo ordinamento, che, tra l'altre cose, non era destinato ad agevolare il suo cammino, a lui homo novus ed aspirante a farsi una via con l'eloquenza. Nè i tempi, nè forse la natura dell'animo suo lo potevano spingere a mettersi sulla via di un'opposizione ostinata ed aperta; pure i suoi primi passi, le sue prime prove nel fòro lo posero contro ad aderenti di Silla e all'azione diretta o indiretta di lui. La difesa sua di Roscio Amerino, nell'80 a. C., fu una lotta fortunata, massimamente contro L. Cornelio Chrysogono, uno de' potenti liberti di Silla[606]; e, quand'anche si voglia far la tara al suo coraggio, supponendo che alcune frasi fossero posteriormente inserite nell'orazione e che lo francheggiasse la protezione de' Metelli, di Servilio, e degli Scipioni, amici di Roscio[607], mentre Silla non prendeva vero interesse alla cosa; resta nondimeno quell'orazione a prova delle sue antiche tendenze. Le quali si mostrarono anche più manifeste, e in forma più recisa, nell'anno seguente, quando, essendo ancora vivo Silla, fece ritener nulla da' giudici la disposizione, con la quale Silla avea privato dell'jus civitatis gli Aretini[608]. Ora, l'incarico di sostenere l'accusa contro Verre non era solo l'occasione di richiamare una pena sul capo di uno de' più appassionati e meno scrupolosi adepti di Silla, ma era anche la via per portare un ultimo colpo alla costituzione del dittatore, per attaccare nel fòro apertamente tutta quella fazione di ottimati, orgogliosi ed intransigenti, che niente più mostravano di spregiare, quanto gli homines novi[609], alla cui categoria Cicerone apparteneva.
Oltre a tutto poi, o forse innanzi tutto, questa causa era il tornèo, tante volte invocato ed aspettato, in cui l'oratore dovea e potea fare la prova della sua eloquenza. I trionfi di L. Ortensio, del famoso oratore, di otto anni più vecchio di lui[610], non gli aveano lasciato i sonni tranquilli; e, per una natura ingenuamente ambiziosa, come quella di Cicerone, così innamorato della sua arte, emulare e superare il più grande oratore del suo tempo, era al tempo stesso un'aspirazione ed un bisogno.
Già, in una delle sue prime cause, la prima, di cui l'orazione ci sia rimasta, quella di P. Quinzio nell'a. 81[611], Cicerone si era trovato a fronte del grande avvocato; ma la causa, una contesa d'interessi privati, poco si prestava ad un vero duello oratorio, e poi Cicerone allora era giovane, e stette a fronte del suo contraddittore, così come i tempi, la diversa fama, la diversa posizione sociale esigevano. Ma d'allora undici anni circa erano passati: il giovane era divenuto un uomo maturo di trentasette anni; si era valso del volontario esilio, che si era imposto negli ultimi anni della vita di Silla, per compiere i suoi studî filosofici e retorici, nella culla stessa della cultura e dell'eloquenza; avea fatto le sue prime prove di magistrato; avea preso il suo posto nella lotta de' partiti, e potea bene sperare d'ingaggiare la tenzone desiderata col suo emulo, da pari a pari, in una causa a cui doveano essere rivolti, non solo gli occhi di Roma, ma di tutto il mondo romano, ed in cui egli potea sperare di avere la miglior parte.
Nè solo la fama di primo oratore dovea dargli quel singolare duello giudiziario; era anche un'altra spinta sulla via degli onori. Dopo avere nel 75 a. C. coverta, in Sicilia, la carica di questore del propretore Sesto Peduceo[612], egli, ora, trascurando di chiedere il tribunato, che forse non credeva interamente conforme alla sua indole e al genere di politica che intendeva seguire, chiedeva l'edilità; e lo speciale compito, che disimpegnava in questo processo, lo metteva in vista come l'uomo del giorno, e faceva sì, che sul suo nome, più che su di ogni altro, la sua parte avrebbe affermato i suoi sentimenti e il suo programma.