I primi maneggi di Verre.

Verre dal canto suo non se ne sta inoperoso.

Mentre egli era ancora in viaggio verso Roma, Timarchide scriveva ad Apronio in Sicilia, suggerendogli i modi di neutralizzare la cattiva fama, in cui si cercava mettere presso Metello tanto lui che Verre; modi che erano quali poteva consigliare un artefice esperto di ogni corruzione com'era Timarchide. «Adoperati con ogni diligenza, perchè non abbia a scapitare l'opinione del pretore. L'abilità e l'eloquenza non ti mancano. Hai di che spendere. Tira a te gli scribi, gli uscieri: con Volteio, che può moltissimo, fai comunella e taglia per diritto e per traverso. Voglio, o fratello mio, che tu presti ascolto al tuo fratelluccio; e tutta la compagnia ti avrà caro. Abbi pronta una pezza per ogni sdrucitura; con l'intercessione tua ognuno è avvezzo a vincere. Sai che Metello è un talentone. Se Volteio sarà con te, tutto si farà come per gioco. Hanno insinuato a Metello e Volteio che tu hai ruinati gli agricoltori. Hanno loro intronato le orecchie dicendo che tu eri il compare del pretore. Fa che sappia la tristizia loro; ed essi avranno da correre un bel po', se gli dèi vorranno[613]

L. Metello infatti doveva essere giunto in Sicilia assai preoccupato, non solo di queste voci, ma della condizione generale della Sicilia, quale che egli potesse crederne la ragione. Ne è prova la lettera, che egli, nell'anno istesso della sua propretura, diresse a' consoli Crasso e Pompeo, in cui accennava alle decime vendute secondo la lex Hieronica; all'opera interposta, con le lettere e con le parole, perchè vi si seminasse quanto più era possibile, malgrado la difficoltà de' tempi ed il numero stremato degli agricoltori, ed a tutti i provvedimenti presi, perchè la percezione presente non fosse tale da esaurire le fonti stesse del reddito[614]. Egli cercò, a quanto pare, di mostrare un'attitudine conciliante e di riparare alle conseguenze di alcuni atti compiuti dal governatore precedente. Reintegrò così Eraclio ed Epicrate nel possesso de' loro beni[615]. Rescisse altri giudicati di Verre, a Panhormus, ad Agrigentum e Lilybaeum; mise da parte il censo fatto durante la pretura di lui, valendosi del precedente: fece insomma cose tali, da far dire a Cicerone che l'opera sua consisteva massimamente nel disfare l'opera del suo predecessore[616]. Ma, improvvisamente, poco prima dell'arrivo di Cicerone in Sicilia, si mutò. Fu questo l'effetto de' consigli dati da Timarchide ad Apronio? Non pare. Cicerone ne attribuisce la causa all'arrivo, da Roma, di un tal Letilio, suo segretario, e ad alcune lettere che gli portò. Venivano direttamente da Verre queste lettere, come alcuni volevano, per rammentargli l'antica amicizia e la parentela e tante altre cose? La lettera che operò il miracolo doveva essere una lettera ricevuta di casa sua[617], e, probabilmente, al mutamento dettero causa ragioni assai più forti d'ordine politico. L'aspetto, sempre più chiaramente politico, che assumeva il processo di Verre, la parte che costui prendeva nelle elezioni di quell'anno, finite poi con la vittoria di Metello; tutto dovea consigliare un mutamento che subito seguì. Verre, da questo punto, ebbe in L. Metello un amico ed un alleato, che non poco vantaggio era in grado di recargli. Alla sua coorte poi Verre potè entrare in grazia, non solo per favore riflesso, ma anche con altri argomenti più positivi[618].

La proposizione dell'accusa. Cicerone e Q. Cecilio.

Intanto Cicerone si era presentato innanzi al pretore M. Acilio Glabrione, destinato a presiedere i giudizî de repetundis, facendo la sua postulatio, perchè a nome di tutte le città di Sicilia, meno Messana e Syracusae, venisse egli incaricato della delatio nominis contro Verre per le sue concussioni. Ma, contemporaneamente, o prima, o poco dopo di lui, in ogni modo prima che la querela di Cicerone venisse regolarmente accolta e gli fosse data regolare facoltà d'iniziare la sua inquisizione, Q. Cecilio Niger, già questore di Verre e siciliano di patria, dolendosi anch'egli di essere stato a torto danneggiato da Verre, si presentò alla sua volta per muovere querela ed essere abilitato a menare innanzi egli stesso il processo[619].

La necessità di evitare sentenze contraddittorie menava, senz'altro, all'unità del giudizio; e, nel caso di più querele, specialmente quando riguardavano una sola specie di reati, occorreva, con un procedimento molto sommario e con un giudizio quasi di delibazione, vagliare la condizione giuridica de' vari accusatori per affidare poi ad uno di essi, od a varî congiuntamente, la cura di portare innanzi l'inquisizione e l'accusa. A considerare il nome familiare di Cecilio, può argomentarsi che egli fosse, per tradizione familiare, un aderente de' Metelli, di cui portava il nome. La questura, da lui gerita in Sicilia con Verre, non è fatta per diminuire valore a questa ipotesi, e Cicerone, nella Divinatio, lo accusa apertamente di essere un accusatore simulato. Gl'intrighi e le escogitazioni di Verre crescevano, quanto più il pericolo minacciava ed incalzava; e non sarebbe punto improbabile che, perduta la speranza di mandare a monte il processo, egli avesse pensato, con un accusatore di sua scelta, un nemico compiacente, di farlo finire in una bolla di sapone e magari in un trionfo. Non è men vero d'altra parte che Verre e Cecilio, uniti e concordi forse a' danni de' Siciliani, aveano finito col venire in contrasto al momento della spartizione delle spoglie[620]; la riconciliazione, che potè aver luogo tra loro, non si sa se fosse sincera e tale da mettere del tutto a tacere l'avidità delusa e le vecchie ire[621]. Varî mesi dopo, lo stesso Cicerone parlava dell'inimicizia di Q. Cecilio verso Verre, come di giusta inimicizia[622], e, forse, quest'asserzione di un tempo non sospetto, e in cui, di Cecilio, si poteva parlare senza secondi fini, potrebbe anche essere stata la vera. Due altri Cecilii, Quinto e Lucio, erano testimoni d'accusa contro Verre nella causa[623]. Ma niente di certo si può asserire; perchè, d'altra parte, a poca distanza, Cicerone parla dell'attitudine ostile, mostrata verso di lui da due de' questori di Verre[624]. Era tra questi anche Cecilio?

La Divinatio.

Fosse intanto egli un emissario di Verre, o ne fosse francamente nemico, Verre amava meglio che l'accusa rimanesse affidata a Q. Cecilio, anzi che ad un avversario poderoso, eloquente e politicamente importante, come era Cicerone. La questione venne in decisione probabilmente nel Gennaio del 70 av. C., come si può calcolare, tenendo conto de' cento dieci giorni assegnati a Cicerone per l'inquisizione e di tre mesi perduti per la interposizione del giudizio contro il governatore di Acaia, attraverso cui bisogna rimontare dalla data della causa[625]. Anzi, si può ritenere che ciò avvenne proprio ne' primi giorni del Gennaio, se si crede a Cicerone che i Siciliani erano venuti per accusarlo, mentre Verre non avea ancora lasciata la Sicilia e n'avea ancora in mano il governo[626]. A risolvere la controversia era chiamato lo stesso Glabrione, assistito da un consesso di giudici, che non era precisamente quello stesso che poi giudicò della causa, ma avea parecchi nomi comuni[627]. Di preciso sappiamo che v'era C. Marcello[628].

Questo primo incidente del giudizio era anche come un praeiudicium[629], non tanto per l'esame superficiale dell'ammissibilità dell'accusa, che poteva andar congiunta alla postulatio nomen deferendi, quanto perchè la scelta dell'uno o dell'altro accusatore poteva essere l'oroscopo della fine che avrebbe avuto il processo.