Ortensio si adoperava per escludere Cicerone, ma con un lavorìo occulto ed insidioso, ora facendo vedere quanto modesta per sè ed indifferente fosse la sua pretesa di avere uno piuttosto che un altro accusatore; ora cercando intimidire i giudici col dire che egli avea nel consesso chi gli avrebbe dato notizia del voto di ciascuno, giacchè il genere di votazione, molto sommario e senza preoccupazioni di segreto, offriva modo di sapere di ognuno il fatto suo[630]. Ma i Siciliani non volevano saperne di Q. Cecilio, di cui pare non avessero avuto nemmeno a lodarsi nel tempo della sua amministrazione, ed erano disposti a tutto, pur di non avere a far causa comune con lui[631]; e Cicerone anche più di loro. Egli, che avea fatto di tutto per acquistarsi la benevolenza de' Siciliani, che si gloriava di aver rintracciato per loro la tomba di Archimede[632], che, sul partire, avea pubblicamente dato saggio della sua eloquenza, promettendo loro dal fòro di Lilybaeum ogni suo appoggio[633]; si credeva il naturale patrono de' Siciliani, e non sapeva concepire che altri gli mettesse il piede innanzi. Tanto più non sapeva concepirlo, considerando l'importanza che per lui avea questa causa, mentre egli si presentava candidato alla carica di edile. Cicerone, da questo contrasto, trasse occasione di una prima avvisaglia oratoria, e venne fuori con quella sua orazione contro Q. Cecilio, chiamata divinatio, probabilmente perchè rifletteva un genere di giudizi, ove la sentenza dipendeva meno da prove e più da induzioni[634]. Fu una vera scaramuccia, ed una scaramuccia fortunata, combattuta con grande abilità. L'ironia, la minaccia, l'argomentazione stringente furono tutte adoperate per ottenere quanto a Cicerone importava raggiungere. Di questo, come di tutti gli altri suoi discorsi, egli mirava a farsi un piedestallo; ma questo suo scopo lo dissimulò con molto tatto. Il paragone con Cecilio, ch'era uno de' grandi argomenti per far decidere la contesa in suo favore, è affrontato e trattato con tanta disinvoltura, che Cicerone ne esce con la sua affermazione di grande oratore, di solo degno competitore di Ortensio, senza pure aver l'aria di pretensioso e vanitoso. Al tempo stesso, mette in rilievo con molta intenzione la speciale figura, ch'egli avea in quel processo; si schermisce dalle censure, che il compito di accusatore, compito oramai discreditato, poteva attirargli, e cerca di togliere assolutamente alla causa l'aspetto di un duello di carattere personale, o di una semplice tenzone oratoria, per ridarle il suo pieno significato politico e civile. Questo valore anzi disinteressato della sua accusa e il sentimento di solidarietà sociale che l'inspira, sono punti, su cui Cicerone torna ed insiste anche più volte in appresso, e la sua eloquenza e la sua persona si rilevano molto, sotto quella favorevole luce e lo mettono a parte, e al di sopra, degli altri oratori semplicemente forensi del suo tempo.
Di questo stesso prologo del giudizio profittò intanto Cicerone per dare come un prospetto di tutta la causa, mettere Verre nella luce più fosca, cercare di sgominare tutte le mene sue e de' suoi fautori e protettori e fare i primi attacchi, benchè in forma velata e condizionale, contro i tribunali senatorî.
Da questa prima prova Cicerone uscì trionfante. Non solo riuscì ad ottenere che a lui si affidasse l'accusa; ma evitò anche che gli si aggiungesse, come subscriptor, Cecilio, che avrebbe potuto essere una spia ed un traditore, e, con lui, scartò anche i due, che Cecilio si era aggregati come coaccusatori, L. Appuleio e Alieno, un uomo questo, che aveva forza più ne' polmoni che nel cervello, e, con loro, tutto l'altro infinito gregge di accusatori di occasione, i quali indifferentemente, a scopo di lucro o di vanità, tenevano ad unirsi nell'accusa con chi che sia[635].
La vittoria di Cicerone dipese essa, tutta, dalla sua eloquenza, o dalle premure di tutti que' legati di Sicilia, che, mentre parlava, gli facevan corona? o dalla considerazione da lui stesso messa innanzi che l'accusa sua fosse quella meglio atta a dispiacere a Verre e soddisfare a' Siciliani? o finalmente dalla persuasione che Cecilio fosse davvero un falso accusatore? Tutte le ragioni vi contribuirono un po'; ma, oltre alle considerazioni politiche e al merito di Cicerone, dovè concorrere molto a fare escludere Cecilio, secondo un'antica consuetudine[636], la stessa carica di questore, ch'egli occupò già presso Verre e che lo avea fatto, se non proprio partecipe, assenziente almeno in qualche modo agli atti di Verre[637].
L'inquisizione di Cicerone.
Cicerone si fece assegnare per la sua inquisizione un termine di centodieci giorni, un termine assai breve, a parer suo[638], ma che in ogni modo (poichè gli riuscì di sbrigarsi in più breve tempo) gli avrebbe permesso di fare le cose ad agio, se altro non fosse sopravvenuto a dargli fretta. L'accusatore del governatore di Acaia (Cicerone non ne dice il nome e, secondo il Ps. Asconio[639], si sarebbe trattato di un Rupilio che accusava un Oppio, o addirittura di Q. Metello Nepote che accusava Curione), mentre Cicerone avea chiesto un termine di centodieci giorni per la inquisizione contro Verre, ne chiese due di meno, cent'otto per la propria.
Secondo Cicerone quest'accusa e quest'accusatore sarebbero stati escogitati e suscitati nell'interesse stesso di Verre, perchè, a misura che il processo si presentava sempre più come inevitabile e pericoloso e se ne avvicinava il tempo, non restava altra speranza nè altro aiuto che il prender tempo, il differire, finchè fosse stato possibile, sino all'anno successivo in cui tutto faceva sperare, come avvenne, che il consolato sarebbe venuto nelle mani di L. Ortensio e Q. Metello; ed a M. Metello, nominato pretore, probabilmente avrebbe potuto toccare in sorte la direzione della sua causa[640]. L'unica, o la maggior preoccupazione di Verre, a quanto sembra, fu questa che il tempo potesse mancargli[641].
Questo anonimo accusatore acaico non giunse neppure a Brindisi, non si mosse da Roma. Bene invece partì Cicerone. Egli stesso ci dice[642] che era in Sicilia nel cuore dell'inverno, e da altri luoghi[643] si desume che vi arrivò, poco meno d'un mese dopo di L. Metello. Se si deve credere a Cicerone, ogni maniera d'insidia, per mare e per terra, gli fu tesa; ma egli, or con la propria diligenza, or col benevolo aiuto degli amici, ne uscì sempre sano e salvo, e con lui il cugino che l'accompagnava[644].
Arrivò così in Sicilia, e si mise subito all'opera. Suo proposito era quello di appurare tutto, tutto vedere, tutto toccare e sapere per propria scienza. Un conveniente concetto delle condizioni della regione glielo dava già, a suo dire, la vista dello stato stesso della campagna squallida e derelitta[645]: le valli e i colli d'Agrigentum, il fecondissimo e famoso territorio di Leontini[646], ora mesti e desolati; e, nelle città stesse, le statue di Verre demolite e spezzate, mentre i piedestalli e le epigrafi rimanevano là a testimoniare l'onta patita[647]. Ma tutto ciò non gli bastava. Egli dice che andava a cercare gli agricoltori nelle loro stesse capanne per udirne le doglianze; li cercava sul luogo stesso del lavoro, ne' campi, e li ascoltava, mentre, interrotta la faticosa opera dell'aratro, con la mano sulla stiva, gli narravano tutte le offese ed i danni[648].
Certo gli si paravano difficoltà gravissime e, qualche volta, quasi insormontabili. L. Metello, che il messaggio di Letilio, giunto due giorni prima di Cicerone, avea del tutto mutato, non vedea più in Verre che l'affine, l'amico e, forse più di tutto, il grande elettore de' suoi fratelli: forse lo stringevano a lui anche argomenti del genere di quelle tabellae tributariae[649], a cui una volta Cicerone allude, benchè altre volte si affretti a dissipare ogni siffatto sospetto[650].