Così, sino a quel punto, ne avea contraddetti gli atti, imponendo a' Mamertini, che dall'altro n'erano stati esonerati, la contribuzione del frumento[651]; ne avea rescissi i giudicati[652]; avea messo da parte il suo censo, servendosi di quello di Sesto Peduceo, intanto che se ne facesse un altro[653]; parea insomma più intento a disfare l'opera del predecessore che a menare innanzi la propria, e, in trenta giorni, l'avea già disfatta in gran parte[654]. Ora invece imponeva a' Centoripini di rialzare le statue demolite di Verre[655]; impediva a C. Gallo Senatore di procedere contro Apronio per le sue concussioni, acciò Verre non ne fosse compromesso[656].

E, quasi che tutto ciò non bastasse, cercava costringere le città Siciliane ad assumere la parte di laudatores nel processo di Verre[657], e minacciava, e tratteneva anche quelli che andavano a deporre contro Verre[658], e cercava insomma di porre ostacoli di ogni sorta all'inquisizione di Cicerone. E, fatti tanto più forti del suo esempio, gli tenevan bordone i questori[659]; tutta la sua coorte, divenuta a dire di Cicerone, roba d'Apronio[660]; gli amici che Verre avea lasciati in Sicilia in numero non indifferente[661]. A Messana, nonostante il suo grado di senatore, Cicerone ricevette un'accoglienza, più che fredda, ostile; e, ciò che in nessun altra città mai accadde, non fu pubblicamente ospitato[662].

Ma a tutte queste animosità, a questi piccoli e grandi intrighi, Cicerone resisteva, forte dell'autorità della legge e della particolare funzione, che andava colà ufficialmente a disimpegnare, sotto gli auspicî di Glabrione[663], sorretto anche da' consoli in carica, e specialmente da Pompeo, tra i cui clienti ed aderenti, numerosissimi in Sicilia, reclutò testimoni, denunzianti, fautori. Lo sorreggeva anche tutto il sentimento pubblico e l'aura popolare, che faceva vedere in lui come un vindice ed un liberatore; e a lui si facevano via, per trovare uno sfogo ed un'espressione, tutte le ire, tutti i dolori, tutte le speranze. Quell'accusa era anche un conforto alla loro irrequietezza di soggetti, e, nella rivolta contro Verre, vi era in germe la rivolta contro ogni mala signoria, anzi contro ogni dominio. Ad Henna gli vennero incontro i sacerdoti, vestiti de' loro paramenti sacri, e tutto il popolo che, sotto il peso della superstizione, parea oppresso dal furto della statua di Cerere e prorompea in pianti e lamenti alle parole di Cicerone[664]. Altrove gli andavano incontro, se Metello non riusciva ad impedirlo, le madri e le sorelle degli uccisi. Ad Heraclea, la madre di uno de' navarchi, fatti uccidere da Verre, andò incontro a Cicerone, di notte, al chiaror delle faci, scortata dalle matrone della città, e, poichè l'ebbe visto, gli si gittò a' piedi supplicando e piangendo, quasi egli avesse potere di richiamare in vita il figliuol suo[665].

L'inquisizione ottenne così tutto il suo effetto. Rese la causa in Sicilia anche più popolare di quel che avesse potuto essere da prima; rialzò gli animi de' Siciliani e li rese più tenaci e più coraggiosi nell'accusare, e fece sì che Cicerone potesse tornare in Italia, con testimonianze e prove e documenti di ogni sorta.

Egli frugò negli atti pubblici di tutte le città, attraverso le quali passò, per trarne materia di accusa contro Verre[666]; perquisì la casa di Apronio, per trovare i suoi libri di conti, ma non ne trovò, o che davvero non ne avesse, come asseriva, o, come è anche probabile, che li avesse fatti sparire a tempo[667]; vi trovò bensì la lettera di Timarchide, a cui già si è accennato, e ch'era tanto adatta a mettere in luce il dietroscena del processo[668]. Ad Halaesa, dove un membro del senato cittadino, Enea, avea avuto incarico di rendere grazie a Cicerone, in nome della città, e coadiuvarlo nell'inquisizione, potè guardare gli atti pubblici ed i conti ed averne la prova che, realmente, a Valenzio e Timarchide non si era dato frumento ma denaro[669]. Ad Entella, intervenne nel senato per prendere conoscenza di tutti i torti fatti da Verre alla città[670]. A Leontini, fu più difficile il compito di Cicerone, perchè quel territorio era tutto un latifondo della famiglia di un tale Mnasistrato, e gli altri tutti non potevano avere quindi interesse a denunziare i torti a lui fatti, o ne aveano uno contrario[671]. Egli dunque, qui, si aiutò con quanto gli potè dire Mnasistrato, prendendo dati e tirandone deduzioni[672]. A Syracusae, vi andò sopratutto per guardare i conti de' pubblicani e le somme che Carpinazio, loro preposto, dava a credito per conto di Verre, dopo che ne divenne l'amico, l'uomo di fiducia e il banchiere.

Carpinazio, che avea già cercato di rendersi utile a Verre, facendo scomparire le denunzie fatte da L. Canuleio delle sue abusive esportazioni, cercò di sperdere anche queste altre tracce, facendo di Verre un C. Verrucio; ma la cancellatura, sempre ripetuta e mal dissimulata, la coincidenza delle somme a lui accreditate e di alcune prevaricazioni di Verre, rivelavano facilmente, dice Cicerone, la magagna, che si rese più aperta, quando, in pubblica piazza, non vi fu nessuno che potesse attestare l'esistenza di questo Verrucio.

Così Cicerone ne prese copia, anche con l'autorità de' testimoni presenti (giacchè que' registri de' pubblicani non potevano asportarsi); e fu assai pago della scoperta, che gli dovea poi appresso permettere anche di ricamarvi su delle facezie[673]. Altro non si riprometteva da una città come Syracusae, che non aveva nemmeno veduta rappresentata nelle legazioni venute per accusare Verre[674]; che dovea essere affezionata a Verre per l'ottenuta eredità di Eraclio e per i cuori conquistati delle sue donne e le benemerenze acquistate presso i loro mariti[675], e che, finalmente, avea ancora, nella curia, la statua dorata di Verre[676]. Vi si tratteneva dunque Cicerone, più che altro, per ripigliare un po' fiato nella sua inquisizione ed attingere quegli elementi, che gli potevano essere forniti da cittadini romani. Ma, sembra che con la partenza di Verre, avesse perduto il sopravvento chi ne teneva le parti, e la preeminenza l'aveano omai i suoi avversarî; o, quali che fossero, almeno gli si erano ora voltati contro. Eraclio, che avea la suprema magistratura, invitò Cicerone e suo cugino ad intervenire in Senato, dove seguì uno scambio di dichiarazioni e spiegazioni, per cui si rigettava tutta sugli amici di Verre l'odiosità della statua eretta a Verre nella curia ed ancora in piedi, la dilapidazione dell'eredità di Eraclio e la dissidenza dagli altri Siciliani, andati a Roma, per proporre l'accusa contro Verre. L'ansia di allontanare ogni sospetto di favore verso Verre, di provare la nuova cordialità verso Cicerone, andò tant'oltre che Cicerone e il cugino suo furono dichiarati ospiti pubblici; a Cicerone fu data comunicazione degli atti pubblici, che provavano le ruberie di Verre, e fu messa a partito e votata, a pieni voti, la proposta di rivocare la laudatio, concessa già a Verre a malincuore, sotto la pressione di L. Metello.

Ma, quando Cicerone andò per avere copia di questa deliberazione, P. Cesezio, già questore di Verre, benchè non ne avesse facoltà, cercò impedirlo; e Metello, a cui Cicerone ricorse, in quel giorno cercò di evitarlo, e, nel dì appresso, non solo non volle aderire alla sua richiesta, ma gli fece rimprovero dell'aver parlato greco ed in un senato greco. Cicerone non ebbe altro rimedio che prenderle per forza, non senza aver dovuto impegnarsi in una rissa con Theomnasto, un mattacchione, zimbello de' Siracusani, da essi chiamato Theoracto, forse quello stesso che Verre a suo tempo avea fatto gran sacerdote.

Ma l'ebbe; l'ebbe, malgrado la rinnovata opposizione di Metello; e Theomnasto, vedendolo più forte, com'era natura dell'uomo, non pensò che a rabbonirlo, e finì, come soprassello, per dargli un libretto, dov'erano scritti tutti i furti da Verre compiuti a Syracusae[677].

Il ritorno di Cicerone.