L'inquisizione di Cicerone in Sicilia, omai poteva dirsi compiuta. Essa era durata cinquanta giorni: egli si vantava di averla compiuta in un termine più breve di quello assegnato, ed in un modo da avere raccolto quanto si poteva, e di non essere stato a carico di alcuno, nè ad alcuno d'impaccio, fermandosi sempre, quantunque senatore, soltanto da' suoi ospiti privati[678]. Pure il suo ritorno, che, anch'esso, come l'andata, a sentir Cicerone, si sarebbe compiuto tra le insidie di Verre e tra pericoli di pirati e masnadieri, dovette essere assai frettoloso, e da Vibo a Velia il tragitto fu compiuto sopra una piccola barca[679]. È inutile qui discutere se fosse stato lecito a Cicerone d'abbreviare il termine ottenuto di centodieci giorni ed iniziare prima la causa, anche per eludere lo strattagemma del processo suscitato contro il governatore di Acaia. Che che si voglia ritenere, in astratto, di questa facoltà[680], Cicerone non avrebbe potuto farne uso; perchè, se il finto accusatore acaico non s'era mosso di Roma, non gli avrebbe mai permesso, non piacendo a Verre, di trattare il suo processo prima di lui. Inoltre Cicerone dà come ragione del suo ritorno, più che affrettato, precipitoso, non il desiderio di affrettare la trattazione della causa, ma il bisogno di trovarsi a Roma allo spirare del termine a lui concesso, per evitare che, nell'assenza dell'accusatore, Verre si facesse prosciogliere dall'accusa. Se è così, si può allora ritenere che Cicerone avesse consumato ancora in Roma, prima di partire, una parte del tempo a lui dato per l'inquisizione; ovvero che, finita l'inquisizione, rimanesse ancora un po' di tempo in Sicilia. Infatti egli dava convegno a molti de' testimoni, perchè tornassero con lui; e ciò potè essere causa dell'indugio; anche perchè la partenza di alcuni era impedita o distornata da Metello[681]. Potea poi anche darsi che attendesse il tempo favorevole pel ritorno. Ammettendo l'una cosa e l'altra, e che tra il termine fissato e la reale trattazione della causa passassero altri tre mesi[682]; Cicerone dovè tornare a Roma sulla fine dell'Aprile. Che se tornò prima, vuol dire che Cicerone dovè trovare opportuno, specialmente in un'orazione non pronunziata, d'introdurre anche quest'altro particolare, per rendere sempre più interessante e drammatico il suo contegno in questo processo.
La candidatura di Cicerone e i preliminari della causa.
Altre cose, del resto, oltre al processo, chiamavano a Roma Cicerone, e gli consigliavano d'affrettare il ritorno. Egli era candidato, ed occorreva ch'egli stesse bene sull'avviso, per non farsi dare dagli avversari il gambetto. Intanto che il processo del governatore di Acaia, montato nell'interesse di Verre, si faceva, (e pare che si trascinasse in lungo per tre mesi), Cicerone non perdeva di vista la sua causa, ed, anche a Roma, radunava altri documenti ed altre prove. Sequestrò così i codices accepti et expensi di Verre e del padre di lui; ma trovò ch'egli li avea fatti sino al consolato di M. Terenzio e C. Cassio, cioè sino all'anno 73[683], epoca della partenza di Verre per la Sicilia; così che non gli servirono che per trarre un argomento dalla loro mancanza[684]. Sequestrò pure presso L. Vibio, già amministratore della società de' pubblicani di Sicilia, la copia privata di due lettere, in cui L. Canuleio, loro agente a Syracusae, denunziava le abusive esportazioni di Verre; lettere che Carpinazio, poichè divenne amico di Verre, avea fatto sparire, insieme alle sue stesse, dagli atti della società[685]. Rinvenne presso L. Tullio le copie delle lettere che P. Vezio avea mandate a Carpinazio, e che Cicerone avea già ritrovate in Sicilia presso costui[686]. Ma tanta parte del tempo di Cicerone, dopo questo suo ritorno, dovette essere assorbito dal lavoro elettorale. La lotta era fierissima. Vi erano impegnati personalmente i Metelli, i consoli per decreto del fato, con due della loro famiglia, che chiedevano il consolato e la pretura; e candidato al consolato era anche l'avvocato stesso di Verre, Q. Ortensio.
Innanzi tutto, occorreva formare il corpo giudicante, il collegio de' giudici. Era soltanto un preliminare della causa, ma un preliminare, che doveva essere il miglior pronostico dell'esito del giudizio, ed, in realtà, dovea decidere di esso. Verre ponea in questo le maggiori, o tutte le sue speranze; e le somme, che avea spese sin dal suo ritorno, quelle che ancora era pronto a spendere, lo facevano tener sicuro del fatto suo[687]. A Cicerone d'altra parte tardava anche di venire alla costituzione della giuria, per assicurare un severo giudizio, e al tempo stesso per dare la prima smentita alle ciarle messe in giro sulla sua collusione con Verre[688].
E riuscì, pure bene nell'una cosa e nell'altra[689]. Un Q. Curzio, consorte di Verre, che, falsamente, è stato da qualcuno ritenuto presidente di questa causa di Verre, ma che in realtà, come è stato ampiamente dimostrato[690], non poteva avere in questa causa un ufficio, che consta essere stato gerito da Glabrione; venne in aiuto di Verre, cercando di perturbare il regolare e sincero sorteggio de' giudici. Sembra, benchè ciò sia un'ipotesi e null'altro, che tutto l'albo de' giudici fosse diviso in tante decurie, quante erano le quaestiones[691]. Ora Q. Curzio, delegato a presiedere una delle quaestiones, cercò comprendere nella decuria, assegnata alla sua quaestio, molti di quelli, che doveano invece prendere parte alla quaestio, innanzi a cui era rinviato Verre e che potevano essere giudici non grati a costui. Ma Cicerone pubblicamente sventò il suo inganno, e gli tenne testa, mentre alle rampogne sue si univano quelle di tutto il popolo[692]. Così il sorteggio seguì la sua via regolare e ne venne fuori un corpo giudicante, che Cicerone, con una amplificazione, molto naturale nell'oratore che parlava o fingeva parlare a giudici presenti, dice superiori per dignità e splendore a tutti quelli che si erano visti sin qui[693]. Tanto era un'amplificazione la sua, che, qualche tempo dopo, ed altrove, non si peritò di parlare di parecchi di loro in maniera affatto diversa[694].
I giudici della causa.
A noi non sono noti tutti i giudici, ed anzi non è nemmeno noto il loro numero. Ma sappiamo che v'erano tra loro M. Cesonio, anch'esso, insieme a Cicerone, creato edile per l'anno successivo[695] e noto già pel processo di calunnia[696] contro Cluenzio[697]; Q. Manlio; Q. Cornificio, homo sobrius et sanctus e di famiglia che avea dato consoli allo Stato[698]; M. Crepereio, C. Cassio, Cn. Tremellio, P. Sulpicio, M. Metello, P. Servilio, Q. Lutazio Catulo, Q. Titinio[699], C. Marcello[700]. Verre, che, per la sua qualità di senatore, non avea ristretto a tre soltanto il numero de' giudici da ricusare[701], ricusò sei giudici: P. Cervio, che era stato suo legato in Sicilia e con cui probabilmente era venuto in disaccordo[702]; Sesto Peduceo, che l'avea preceduto nel governo della Sicilia, e che non poteva avere verso lui i migliori sentimenti, sopratutto per l'impedimento posto ad una manifestazione del Senato di Syracusae in suo onore[703]; Q. Considio, uomo di animo forte[704], giudice probo, amico di Cicerone probabilmente, se tale possono farlo credere le lodi con cui sempre lo menziona[705]; C. Cassio, uomo consolare, giudice severo, della cui moglie avea offeso gl'interessi nel Leontino[706]; Q. Junio, avverso a Verre per la tradizione popolare della sua gente, e ancor più, se come è probabile, congiunto al iudex quaestionis, condannato in seguito al giudizio di Oppianico ed al pupillo Junio, vessato per l'appalto del tempio di Castore[707]; P. Galba, appresso competitore di Cicerone nel consolato[708]. Sesto Peduceo, Q. Considio, Q. Junio li ricusò, nonostante che Hortensio ne lo dissuadesse[709]. Nel collegio giudicante, così come riuscì composto, v'erano familiari di Verre, amici del padre; almeno egli ne menava vanto[710]; e, stando infatti anche a quelli soli qui nominati, era notevole per lui il nome di M. Metello. Tuttavia, per quello che Cicerone ne dice, il complesso de' giudici sarebbe riuscito affatto contrario a' suoi desiderî: egli anzi ne sarebbe stato sgominato e disanimato al punto di credere senz'altro perduta la sua causa; e gli altri credevano altrettanto con lui[711]. In verità, parecchi di questi nomi non erano fatti per alimentare le sue buone speranze. Cesonio, candidato all'edilità, in quell'anno, con Cicerone e trionfato indi con lui, era probabilmente del suo stesso partito; e in ogni modo il processo di corruzione, a lui intentato per la causa di Oppianico, cui avea preso parte, se anche era finito con la sua completa assoluzione, non gli avea potuto lasciare l'animo ben disposto verso Verre, che avea avuto in quel processo la parte che sappiamo[712]. Q. Manlio e Q. Cornificio, oltre a tutti i caratteri personali, che potevano renderli contrarî a Verre, o refrattarî alle sue corruzioni e che Cornificio specialmente sembrava avere[713], erano stati eletti tribuni della plebe per l'anno seguente[714] e, per coerenza alla loro carica stessa, doveano essere avversi al dispregiatore della plebe, al puntello della fazione sillana. Di P. Sulpicio, di cui come si è visto, è stata confusa la persona, non si sa molto. Anzi, mentre il Pseudo Asconio[715] lo dà come tribuno della plebe, v'è chi[716] mette in dubbio tale dato, per il cominciare che faceva l'anno tribunizio il 10 Decembre, e non il 5. L'esclusione di questa carica è anche meglio dimostrata, benchè non incontrastabilmente, dalla sua qualità di patrizio e dalla considerazione, che Cicerone l'avrebbe menzionato insieme a' due altri tribuni, Manlio e Cornificio. Al tempo stesso non poteva essere edile, perchè tali erano Cicerone e Cesonio. Non resta dunque a ritenere se non che egli fosse questore, e come tale entrava in ufficio alle none di Decembre[717]. L'esempio recente tra i Sulpici di un altro P. Sulpicio (Rufo), che avea aderito alla parte mariana, poteva non farlo prevedere favorevole a Verre; e, in ogni modo, per tale non dovea darlo la sua qualità di iudex iustus et integer[718]. C. Cassio, oltre all'appartenere alla famiglia di quel L. Cassio, la cui severità era passata in proverbio[719], dovea risentire le ire del console C. Cassio, offeso e danneggiato da Verre in Sicilia. M. Crepereio apparteneva ad una famiglia equestre, e ciò dovea bastare a renderlo avverso a Verre; per giunta poi, nella sua famiglia, era ereditaria l'acrimonia e la severità[720]. Cn. Tremellio, se è quello stesso che ci appare poi legato in amicizia con Cicerone[721], non poteva nemmeno essergli benevolo; e, studioso di cose agricole[722], dovea vie maggiormente sentirsi spinto a prendere le parti degli agricoltori siciliani. P. Servilio era nipote di Q. Metello il Macedonico[723]; ma l'alta posizione, ch'egli avea, poteva far concepire a Cicerone la speranza di un retto giudizio. Del resto, un altro P. Servilio, preposto della società de' pubblicani, e che non sappiamo in che rapporti fosse con questo, avea avuto a dolersi degli abusi di Verre[724]. Q. Lutazio Catulo apparteneva, è vero, alla fazione sillana, anche per tradizione paterna, ed era divenuto, o dovea divenire, il cognato di Ortensio; ma, oltre all'essere di riconosciuta probità[725], avea la ferma persuasione che l'essere severi ne' giudizî era ancora una delle poche cose, che potessero fare argine al rifluire della parte popolare[726]. Q. Titinio, di una famiglia plebea, che avea dato alla repubblica tribuni, i quali si erano opposti in altro tempo (193 av. C.) al trionfo di Q. Metello, e cavalieri, che avevano lottato per le prerogative dell'ordine[727], dovea ora vedere in Verre non solo l'aderente di Silla e de' Metelli, ma anche il pretore, da cui il suo fratellastro C. Junio era stato, o pretendeva di essere stato danneggiato[728]. C. Marcello, discendente dell'espugnatore di Syracusae, era anche stato pro-pretore in Sicilia (79 av. C.)[729] e, mentre da un lato era legato da un vincolo di patronato ereditario a' Siciliani[730], dall'altro era imparentato con la famiglia Junia[731].
Di tutti questi, che conosciamo, se non il solo favorevole, certamente il più favorevole era M. Metello, per i rapporti di famiglia, per l'aiuto da lui avuto nelle elezioni, per tradizione politica.
Cicerone ne dovè ricusare degli altri ben più compromessi, se si adattò a ritenere M. Metello; tra gli altri dovette ricusare quel M. Lucrezio, che rimproverava quasi a Verre di aver voluto ritenere e che non sappiamo in quali rapporti fosse con Verre[732].
Tuttavia, o che guardasse agli altri giudici -- ve ne doveano ben essere molti altri; nel processo di A. Cluenzio erano trentadue[733] -- o che, chiuso in quelle distrette, prendesse a fare quell'alchimia, che gli accusati sogliono fare, almanaccando su tutti i possibili rapporti con i giudici[734]; cominciò forse a riaversi un cotal poco da quell'abbattimento, che Cicerone gli appone. Che quando, con l'intervallo di pochi giorni, l'elezioni ebbero luogo e dettero la vittoria alla sua parte, ogni abbattimento era dileguato, ed egli credeva vedere in esse l'auspicio e l'augurio della vittoria.