Le elezioni.

Le elezioni ebbero luogo, probabilmente, tra la fine del Luglio ed i primi di Agosto, epoca solita, poichè l'entrata in carica avea luogo nel Gennaio[735]; prima i comizî consulari, e ne uscirono trionfanti Q. Metello e Q. Ortensio; poi i pretori, e ne uscì eletto M. Metello.

Parve il trionfo di Verre. Alla notizia della riuscita di Q. Ortensio, L. Curione, che s'imbattè in Verre presso l'Arco Fabiano, lo fermò e l'abbracciò, auspicando d'allora la sua assoluzione; e la sua opinione era l'opinione di tutti[736]. Quando poi si seppe che a M. Metello toccava presiedere per l'anno appresso i giudizî de repetundis, Verre mandò un messaggio in sua casa, perchè la moglie sapesse subito la fausta notizia[737]. Pure il trionfo non era completo, nè certo l'auspicio, se le elezioni non si chiudevano con la disfatta di Cicerone; e a ciò tendevano ora gli sforzi. Prima e soprattutto si ricorse al danaro. Dieci scrigni di danaro siciliano furono lasciati presso un senatore, perchè servissero contro Cicerone. Mestatori elettorali furono chiamati a congresso e, con i ricordi delle passate largizioni, con l'eloquenza del danaro e con le promesse di somme maggiori, furono incitati e confortati nell'opera loro contro Cicerone. Pure il còmpito parve ad alcuni difficile e fin disperato; solo Q. Verre, della tribù Romilia, consanguineo di Verre, si riprometteva la riuscita della cosa, quando fossero depositati cinquecentomila sesterzi. Cicerone sapeva tutto per mezzo de' suoi clienti, di uomini di sua fiducia; ma, messo com'era tra l'elezioni ed il giudizio, che si seguivano a poca distanza di tempo, non poteva far tutto quello che voleva. Non poteva attendere esclusivamente all'una cosa ed all'altra. Le convenienze delle elezioni gli vietavano di dare addosso alle corruzioni, che minacciavano il giudizio; e, d'altra parte, i corruttori delle elezioni, sapendolo già tutto avvolto in quella bèga, si tenevano sicuri del fatto loro[738]. Intanto, quasi che tutto ciò non bastasse, si era messa in giro la voce che anche Cicerone fosse stato corrotto e comprato[739]; calunnia fatta per compromettere a un tempo l'elezioni e la causa, ma già sfatata dalla maniera onde era avvenuta la costituzione del corpo giudicante.

Alla vigilia del giudizio.

Ma, a dispetto di tutto, malgrado tutto il da fare che si dettero e Verre e il figliuol suo, Cicerone riuscì eletto; e, avendo omai le mani libere, potè attendere tutto al giudizio, che era imminente e richiedeva ogni sua cura.

Verre avea bene tratto profitto della lunga mora, che avea saputo procacciarsi. Sin da prima che Cicerone partisse, aveva mandato per avere attestati laudatorî (laudationes) di città siciliane, e ne avea avute due, una di Messana, l'altra di Syracusae, rilasciato, secondo fu detto di Cicerone, quasi a denti stretti, e senza molto entusiasmo. Poca roba; ma, in ogni modo, si trattava di due delle città più importanti, una la più amica a' Romani, e l'altra nella quale egli avea vissuto per tre anni.

Avea poi, a dire di Cicerone, cercato aiutarsi in ogni altra maniera col corrompere, con l'insidiare, col placare. Avea promesso di restituire alcune delle cose, che avea estorte e rubate[740] salvo, come fece, a non mantenere la promessa, quando, messo in piazza l'intrigo, gli nuoceva più che non gli giovasse. Sopratutto poi avea sparso danaro a dritta e a manca. Cicerone lo accagionava anche, ma chi sa con quanto fondamento, d'aver fatto aggredire ed uccidere M. Lollio, figlio di quel Q. Lollio, che era stato vessato ed ingiuriato a suo tempo da Apronio, e il cui figlio superstite veniva ora a portare la vendetta in giudizio[741]. Nell'imminenza stessa del dibattimento Q. Ortensio, già designato console, fece chiamare i Siciliani, perchè desistessero dall'accusa; ma essi presentirono la ragione della chiamata e non vi andarono[742]. Rinnovò la prova l'altro console, e fu più fortunato, soprattutto, perchè fratello di Lucio, il governatore di Sicilia. Questa volta i Siciliani andarono da lui, ed egli fece di tutto per dissuaderli, per disilluderli sulle conseguenze dell'accusa; ma non approdò a nulla[743]. Essendo essi in gran parte legati della città, forse non avrebbero potuto desistere, anche volendo.

Così si venne finalmente alla causa.

La causa.

L'interesse politico, l'importanza dell'accusato, la fama degli oratori, la passionata attenzione di tutto un popolo, fanno rievocare da alcuni, per trovare alcun che di simile, Warren Hastings, quando comparve innanzi alla Camera alta per essere giudicato. E, certo, sotto vari aspetti, il richiamo non è fortuito e il paragone è calzante. Per noi, cui è toccato assistere a processi come quelli del Panama e della Banca romana, vengono spontanei alla mente anche questi, che, meno conformi a quello di Verre nel loro aspetto esteriore, gli si accostano tanto in quel che hanno di più intimo, e son così adatti a far comprendere l'ambiente viziato, in cui quello si svolgeva, il turpe dietroscena e la sua importanza, come indizio di un irrimediabile decadimento e decomposizione di certe forme economiche e politiche, di cui fatti come questi sono la diretta conseguenza. L'attenzione non di Roma soltanto, ma di tutto il mondo romano, si può dire, dovea essere rivolta a ciò che avveniva in que' giorni nel Fòro di Roma. Non era veramente nè la prima volta, nè la seconda che un personaggio, anche più importante di Verre, si vedea tratto a rispondere di un'accusa così grave. Ma ora non si trattava come già altre volte di un interesse esclusivamente locale, o di una contesa meramente personale. L'accusato avea già spesa l'opera sua in Italia, in Sicilia, in Oriente, lasciando dovunque tracce del suo passaggio ed ire e rancori: inoltre, il suo giudizio era uno degli ultimi episodi della lotta contro la parte sillana, mescolato alla lotta elettorale, alla legge iudiciaria, che, in Roma, pareva fatta per modificare seriamente le condizioni de' partiti, e, ne' soggetti, poteva destare l'illusione di una norma adatta ad infrenare alcuni abusi de' magistrati.