Come già da prima era lecito prevedere[744], una folla enorme si pigiava nel Fòro[745], in vista del tempio di Castore, intorno a' banchi destinati a' giudici, alle parti, a' difensori, a' testimoni, aspettando che il dibattimento s'iniziasse; e l'arrivo de' più importanti di loro dovea eccitare nella folla un vario movimento.

Verre vi comparve, ma, pare, non, come gli accusati solevano, in attitudine dimessa e supplichevole, per guadagnarsi la simpatia o almeno la pietà de' giudici e del pubblico; ma in atteggiamento che dovea essere quasi di provocazione, di sfida, se erano vere le dicerie ch'egli spargeva e faceva spargere sull'esito del giudizio. Una sola volta egli diceva di aver trepidato per la sua sorte, quando, tornato appena dalla provincia e fatto segno alle accuse, avea temuto di non avere il tempo necessario ad ordire tutti gli intrighi[746]. Ora, tempo ne aveva avuto tanto, e non inutilmente; ed altro ancora sperava di prenderne, se gli servisse. Egli si ringalluzziva vedendo que' nobili suoi fautori, in cui confidava più che in ogni altra cosa[747]. Non mancava neppure la presenza di qualcuno de' suoi bracchi: Claudio, da' capelli neri e ricciuti, con contegno di saccente, stava a prendere note e dava suggerimenti[748]; Apronio, non di rado atteggiava il volto al riso[749].

Manio Acilio Glabrione, il pretore, intanto, assumeva la presidenza e dava regolarmente principio al giudizio.

Era il dì cinque d'Agosto, ed avea principio l'aspettato duello tra Ortensio e Cicerone.

Ortensio e Cicerone.

Difensore di Verre era anche L. Cornelio Sisenna[750], che avea governata la Sicilia sette anni innanzi nel 77[751]. P. Scipione, al pari di altri nobili, più che difenderla direttamente, era di quelli, che prestavano un'assistenza morale, e che riescivano proficui, secondo un'usanza invalsa, alla causa, sedendo vicino a' veri difensori, patroni della causa.[752] Ma tutto il nerbo della difesa era riposto in Q. Ortensio, ed a lui si dirigeva Cicerone, a lui guardava, contro lui combatteva. Oltre ad esser la causa di Verre, specialmente per parte di Cicerone, questa era la causa loro, degli avvocati; un contrasto determinato dalla loro posizione sociale, e politica, da' loro caratteri personali, dalle condizioni dell'eloquenza giudiziaria in quel tempo.

Ortensio apparteneva ad una famiglia, che, già da tempo remoto, si era resa nota nella repubblica, e le cariche, che gli antenati aveano coperto, e la considerazione che aveano saputo guadagnarsi, aveano dato il battesimo e il prestigio della nobiltà alla schiatta plebea[753]. Egli non avea dunque da farsi da sè un posto al sole, e la sua natura fiacca ed imbelle non lo portava a fare della sua stessa posizione un posto più elevato di combattimento. Alieno da' pericoli e dalla gloria militare, anche se ciò gli portasse il rimprovero d'ignavia[754], cercava con sapiente studio i diletti della vita, e si dimenticava tutto nella cura della sua piscina e delle sue ville[755]; e della voluttà godeva, coltivandola e cantandola.

Il suo volto, privo di espressione, non a torto ha richiamato alla mente di qualcuno quella di Claudio imperatore[756]; ed egli, uomo privo di una vera energia, si era rifugiato nel culto della parola, da cui aspettava tutto e che lo portò infatti a' primi onori. Egli naturalmente faceva causa comune con la nobiltà prevalente e teneva alla continuazione del privilegio, ma senza poter pretendere alla direzione politica della sua parte, ed, anche quando si trovava alla testa di essa, guidato assai più che non guidasse, cercato e corteggiato per la sua facondia e per le stesse qualità negative, che in alcuni momenti della politica consigliavano di metterlo innanzi.

La sua stessa eloquenza si manifestò assai più nell'arringo forense che in quello politico; ed i maggiori servigi alla sua parte li rese appunto nei giudizi, e non sempre, nè solo con l'eloquenza. Uomo del suo tempo, egli avea cercato d'informare al genere greco-asiatico, specialmente a quello venuto in moda a' suoi giorni, l'eloquenza giudiziaria latina; e, tutto quanto di pregio potesse esservi in esso, la parsimonia e la venustà dello stile, il dire caldo e faceto[757], egli li possedeva pienamente. Poi tutto quanto potea giovare a dar nell'occhio e piacere, il gesto accurato, l'eleganza dell'abito e del movimento, la dolcezza della voce, la cura perfino dell'acconciatura; egli lo cercava sino al punto da farsi appiccicare il nomignolo di Dionysia, la ballerina più in voga[758]. Egli voleva essere insomma, e vi riesciva completamente, un virtuoso della tribuna giudiziaria; e la sua eloquenza, che pure gli dava la fama indiscussa di primo oratore, piaceva più al volgo che a' meglio atti a giudicarne; e le sue orazioni, messe in iscritto, perdevano molto di pregio. Queste sue attitudini ora egli le pose interamente al servigio della sua parte, specialmente della consorteria dominante; e tutti i magistrati prevaricatori e concussionari ebbero in lui il più strenuo de' difensori. Tanto più strenuo, perchè, dove non arrivava la parola, giungevano le sue malizie e i mezzucci d'avvocato consumato nell'arte. Era rimasta, così, famosa, tra le sue malizie quella adoperata, allorchè fu difensore di M. Terenzio Varrone, suo cugino; e, per esercitare un controllo su' giudici corrotti, fece sì che le tabelle di cera, distribuite per la votazione, fossero tutte di colore diverso[759]. Egli era divenuto così l'ègida di tutti i governatori concussionarî, che, in cambio, lo sostenevano ne' comizî elettorali, gli permettevano, da edile, di dare i giuochi più suntuosi, gli ornavano le ville e gli davano il vanto di avere le cantine meglio fornite[760]. M. Canuleio, i due Cn. Dolabella, Terenzio Varrone erano stati difesi tutti da lui, ed assai più si accingeva a difenderne[761] in appresso. Egli era il «re dei giudizî, il lume della curia, l'ornamento del fòro».

E contro questo signore assoluto della curia, Cicerone sentiva, prima di tutto, il bisogno d'insorgere.