L'esame delle prove e de' testimonî.

A svolgere dunque quest'accusa, si venne senz'altro all'esame delle prove e de' testimonî; e, poichè era peculiare degli antichi processi che venisse in essi in discussione tutta la vita dell'accusato (del giudice antico, specialmente, si poteva dire, come Vergilio di Minosse: vitasque et crimina discit), non si trascurò d'introdurre tutto quanto potesse concorrere a mettere in cattiva luce la vita e la persona di Verre.

Quello che di nuovo Cicerone portò in questa causa, come si è detto, non fu già l'eliminazione di una lunga orazione preliminare di accusa, ma il sistema di presentare per gruppi, secondo i diversi delitti, i testimoni e le prove, premettendo all'esame di essi un'esposizione ed un esame del fatto che si voleva provare. E il metodo seguito da Cicerone e queste stesse esposizioni e discussioni, noi possiamo dire di conoscerli. Si sa infatti che il giudizio non ebbe, come dovea, la sua seconda fase, a seguito della comperendinatio: tuttavia, a ben considerare le cinque orazioni, comprese nella secunda actio, si vede che son fatte precisamente con questo metodo; sicchè non è punto improbabile supporre che, ridotte in iscritto e pubblicate, fossero foggiate in modo da comporre come una seconda accusa, ampliate, coordinate ed arricchite di dati e di fatti; ma, in realtà, in esse bisogna cercare lo schema primitivo di queste introduzioni e commenti, fatti alle singole prove. Per esempio quelle apostrofi a' giudici, fatte ora di minacce, più o meno larvate, ora di lusinghe[799]; quegli eccitamenti, fatti anche più spesso e più direttamente al popolo, col solletico del suo amor proprio, del suo sentimento religioso e del suo interesse[800]; quello studio di aizzare ora i Marcelli[801], ora lo stesso ordine senatorio[802], e gli stessi Scipioni[803] contro Verre; mentre, d'altra parte, faceva l'apologia degli homines novi contro la nobiltà ereditaria[804]; quelle insinuazioni contro Ortensio[805]; quegl'incensi bruciati sotto il naso di Pompeo[806]; son tutte cose che ben potettero e forse dovettero trovar luogo in questi intermezzi di Cicerone.

Così i testimonî, come le altre prove, si seguirono in gran copia, come era stato promesso[807].

Cittadini romani in gran numero, appartenenti anche all'ordine senatorio ed a quello dei cavalieri, e, con essi, Siciliani, intesi sia come privati, che come delegati delle loro città, vennero a deporre su fatti compiuti da Verre, tanto in danno loro che d'altri; e furono esibiti pure atti pubblici e privati, lettere, sentenze ed ogni altra specie di documenti[808].

Su' furti di Verre a Samo, fu udito Caridèmo di Chio[809]; sull'episodio di Lampsaco, P. Tettio, già tribuno militare[810], e si lessero, inoltre, la deposizione resa da Verre nella causa contro Artemidoro, e varie lettere da lui mandate a C. Nerone[811]. Sull'amministrazione della tutela del figlio di C. Malleolo, furono prodotti come testimonî questo stesso, la madre e l'ava[812]. Quanto alla pro-questura di Verre, forse, furono letti alcuni degli atti della causa fatta a Cn. Dolabella, suo pretore[813]. Per ciò che Verre avea fatto nel periodo della pretura, M. Ottavio Ligure depose sulla sentenza da Verre resa nella sua causa[814]. Sulla sua corruzione nel collaudo degli edifici pubblici, deposero C. Fannio, dell'ordine equestre e Q. Tadio, congiunto di Verre, che confermò la sua deposizione con i suoi libri di conti[815]. Sulla dilapidazione, a cui, in quell'occasione, andò soggetto il pupillo Junio, e sulle ingerenze di Chelidone negli affari dell'ufficio, furono condotti, per rendere testimonianza, lo stesso pupillo Junio, i suoi tutori P. Tettio e M. Iunio, e fu pure udito L. Domizio; ed è verosimile che Cicerone si avvalesse anche de' registri del sedicente appaltatore Habonio o Rabonio e delle norme dell'appalto, di cui si serve nella seconda accusa[816]. Sull'eredità fatta dal figlio di Dione di Halaesa e sul ricatto compiuto in suo danno, furono uditi molti testimonî: Sesto Pompeo Cloro, Q. Cecilio, Dione, L. Cecilio, L. Ligure, T. Manlio, L. Caleno, M. Lucullo, con l'accenno a registri e documenti[817]. Lo stesso Sesto Pompeo Cloro ricomparve per deporre, con Cn. Pompeo Theodoro, Posidio Mucrone Soluntino e Cn. Lentulo, sul caso di Sthenio[818]; caso che non sappiamo se, anche nella prima accusa, fu illustrato come nella seconda, con accenni a una seduta del senato, con una petizione di Siciliani, col registro delle sentenze di Verre, con la menzione di un provvedimento de' tribuni, con un'epigrafe posta in suo onore a Thermae e con le laudationes di molte città sicule; perfino con la menzione di un Cupìdo d'argento del tempio di Eryce[819].

Molti testimoni, ma non sappiamo quali, furono anche uditi per provare il danaro estorto a Sosippo e Philocrate di Agyrium, in occasione della successione paterna[820]. Eraclio di Centoripae depose sulla somma che gli era stata estorta da Verre[821]: Q. Minucio, già difensore di Sopatro, su quanto era stato fatto a danno del suo cliente[822] e del re Antioco[823]; Q. Vario e C. Sacerdote sulle corruzioni giudiziarie di Verre[824]. Sull'abusivo e venale conferimento degli uffici pubblici, e specialmente de' posti di senatori nelle città siciliane, deposero legati di Centoripae, di Halaesa, Catina, Panhormus e di altre città ancora, e molti privati[825].

Molti testimoni riferirono, pure, su i ricatti fatti da Timarchide[826], tanto nel campo giudiziario, che in quello amministrativo.

Di tutti gli illeciti lucri fatti nell'esigere le diverse contribuzioni di frumento, Cicerone si propose di dare maggiori prove e trattare più a lungo nella seconda accusa[827]. Pure non si trascurò di sentire molte testimonianze pubbliche di città siciliane[828]. Resero la loro testimonianza alcuni legati agyrinensi[829]; Philino Herbitense[830]; i legati etnei presieduti da Artemidoro[831]; Mnasistrato, il latifondista di Leontini[832]; Arconida di Helorum, che parlò de' suicidî degli agricoltori[833]. Per meglio sfatare la laudatio di Messana, in onore di Verre, Cicerone chiamò a deporre C. Heio, presidente dell'ambasceria mandata da Messana, e l'obbligò, senza alcuno sforzo, a dire delle opere d'arte a lui carpite da Verre e della nave oneraria, che s'era fatta donare dalla città[834]. Phylarco di Centoripae[835] e L. Papinio[836], deposero delle cose a loro tolte; L. Curidio di quello, che gli era stato prima tolto, poi reso[837]; Phylarco depose anche della requisizione fatta per ordine di Verre a Centoripae[838], come Artemidoro di quelle fatte ad Agyrium[839]; Arcagato e Cn. Lentulo Marcellino di quella fatta ad Haluntium[840]; legati di Tyndaris della manomissione de' doni di Scipione[841] e del modo, onde fu compiuta[842]. Ismenio e Zosippo dissero anche delle promesse di Verre di voler restituire il Mercurio[843]. Diede lettura pure Cicerone, in questo primo stadio dell'accusa, degli atti pubblici di Segesta[844]. Theodoro, Numenio e Nicasione, legati di Henna, dissero della statua di Cerere e della Vittoria, invano ridomandate[845].

Qualche testimonio depose ancora su i templi spogliati di Syracusae e, tra l'altre cose, sulle canne d'India rubate[846].