Per quanto noi siamo costretti ad aggirarci in un confine così stretto, come sono le orazioni dell'accusatore, e ci troviamo nella stessa condizione, in cui ci troveremmo, se dovessimo giudicare Warren Hastings dalle orazioni di Burke; pur nondimeno un esame delle accuse, che sia un po' più che superficiale, ci mette subito sull'avviso, e ci fa vedere quanto avea di assolutezza, di partigianeria e di iattanza l'asserzione di Cicerone, che del resto ricorre precisamente nelle orazioni attribuite al secondo stadio del giudizio e che quindi non vennero pronunciate.

La natura delle accuse.

Cicerone, egli stesso, ci dice in un'altra orazione[926], quanta fede si potesse prestare, e quanta in realtà se ne prestasse, alle orazioni d'accusa pronunziate ne' giudizî, che, come questo, aveano un retroscena di motivi e d'interessi politici. Cicerone, egli stesso, parla di simili accuse, che furono pronunciate contro uomini, come M'. Aquilio, L. Cotta, e come lo stesso L. Pisone Frugi, da lui non mai lodato abbastanza; e pure non vi si prestò fede, se anche quelli che le sostenevano aveano perfino il nome di C. Gracco. Che se contro P. Rutilio tali accuse riescirono, non perciò, a senso di Cicerone e d'altri[927], ne dovea rimanere menomato l'onore e la fama, che Cicerone teneva anzi a rivendicare. Cominciando così, per la natura stessa delle cose e la considerazione de' tempi, ad essere un po' meno creduli, quelle accuse, quelle invettive perdono già anticipatamente qualche cosa del loro valore, quanto più sono acri e più eccessive.

La questura e la proquestura.

Si è già veduto, come, nel giudicare della questura e della proquestura di Verre, Cicerone confonda i dati cronologici, e probabilmente a disegno, per trarne precipitate o false illazioni, sulla sua mancanza di fede e su tutto il modo come le tenne. Per quel che riguarda poi la sua proquestura, Cicerone non dubitò, per far torto a Verre, di attaccare la verità della cosa giudicata, del cui rispetto altra volta si mostra tanto zelante; ed attribuisce a Verre colpe e responsabilità, di cui egli, giuridicamente almeno, poteva oramai dirsi mondo, dopo che la sentenza pronunziata da C. Nerone, da Cicerone stesso chiamato vir optimus atque innocentissimus, e per l'occasione fatto coccodrillo, contro Philodamo e il figliuol suo, e l'altra, pronunziata contro Dolabella, ne aveano riconosciuto in altri i responsabili[928]. Nè il vago accenno, fatto alla deposizione resa da Verre contro Artemidoro ed al condono concesso a Themistagora e Thessalo, può menare logicamente ad altra conclusione.

La pretura.

Del potere, specialmente giurisdizionale, esercitato poi da Verre nella sua pretura, là, dove abbiamo la possibilità di un qualsiasi controllo, abbiamo veduto che non fece tutto quell'abuso, che Cicerone vuole sostenere; e, molte volte, egli s'inspirò ne' suoi provvedimenti all'indirizzo, che il diritto civile andava prendendo, secondo l'interpretazione, che il diritto pretorio gli dava.

Del resto, poi, in un giudizio come quello de repetundis, fatto ad iniziativa e nell'interesse de' provinciali, e qui, più propriamente, ad istanza de' Siciliani, i fatti, relativi specialmente alla gestione delle magistrature urbane, non potevano trovar luogo; e si adducevano più che altro per aggravare moralmente la condizione dell'accusato. I lucri illeciti fatti in Sicilia costituivano la vera materia della causa, e, per quanto Cicerone lo dicesse stretto e sopraffatto dalle prove, la condizione di Verre non era tale da precludergli ogni via di scampo.

Il valore delle prove.

Anzi tutto quali erano i mezzi di prova? Si è veduto che molti de' testimoni e de' documenti, a cui si allude, e forse i più importanti, non erano ancora stati prodotti in giudizio, ed avrebbero dovuto essere presi in esame nel secondo stadio. A questi, come a quelli ch'erano già stati dedotti contro di lui, Verre opponeva una ragione pregiudiziale, scuotendo la fede, che a loro si sarebbe potuta aggiustare, con il richiamo alle ire, che li animavano contro di lui. Cicerone[929] cercava di distruggere questa difesa in ogni modo, opponendogli le deposizioni de' cittadini romani, quando Verre diceva di aver nemici i Siciliani per aver voluto proteggere gl'interessi de' primi; opponendogli le deposizioni de' Siciliani, sia di città soggette che d'immuni, quando Verre diceva di aver nemici i cittadini romani per aver tenuto conto degli interessi de' Siciliani. Pareva un'argomentazione inoppugnabile, una via senza uscita; eppure, quali che fossero le sue colpe, Verre non avea tutti i torti a prendersela con questa valanga di rancori e di vendette che si rovesciava su lui. Figurarsi, in tre anni di governo, quanti interessi aveano potuti essere offesi, a dritto od a torto; quanti odî inevitabilmente non aveano dovuto germogliare; ed ora cercavano di avvolgerlo tutto e di schiantarlo. Cicerone stesso se ne ricordava, in altra occasione, di tutta questa posizione imbarazzante, in cui un governatore di provincia si dovea trovare. «Come è difficile e pericoloso questo governo delle città e delle provincie: la diligenza ti acquista inimicizie, la negligenza ti procaccia biasimi; la severità è piena di pericoli, la larghezza è mal corrisposta: la parola è pregna d'insidie, fatale la compiacente adulazione; spianato e ben disposto è il volto di ognuno, gli animi di molti pieni di rancore; gli odî covano segreti, mentre manifeste son solo le lusinghe. Il pretore è atteso al suo venire, inchinato durante la sua dimora, abbandonato al suo partire[930]».