L'avocazione, poi, fatta da Verre a sè della causa di Stenio, è cosa pienamente rispondente ad una consuetudine, sempre più prevalente, de' governatori di provincia[960], giustificata dal loro imperium, dalla posizione speciale, che essi aveano nella provincia e dal progrediente accentramento, imposto spesso dall'interesse stesso del dominio romano.

La costituzione del consiglio, nella causa di Sopatro, in parte, dipendeva da una ragione a lui estranea, dal ritirarsi di M. Petilio e degli altri; e del resto, non è dimostrato che il consiglio dovesse essere lo stesso di quello che avea giudicato l'altra volta, e che il governatore, scegliendo gli uni piuttosto che gli altri, avesse veramente violata la legge.

Ugualmente, se si ammettesse, come qualcuno vuole[961], che, nel procedimento in iure, la presenza dell'accusatore non era così impreteribile, come in quello in iudicio, e che, non essendo presente, nè contraddicendo Stenio, la causa si arrestava a quel primo stadio; anche l'assenza dell'accusatore Pacilio non importerebbe quella grave violazione, che Cicerone voleva trovare. Nè, in ogni modo, l'assenza di Pacilio era quella vera desistenza, che valeva di rinunzia all'accusa e l'annullava[962].

Finalmente la missio in bona, ordinata a danno di Epicrate, e così censurata da Cicerone, trova la sua completa giustificazione in una massima del diritto pretorio, accolta nell'editto perpetuo: «Qui fraudationis causa latitabit, si boni viri arbitratu non defenditur, eius bona possideri vendique iubebo[963]». Infatti, Epicrate s'era volontariamente allontanato dalla Sicilia, e i suoi amici finirono col desistere dal difenderlo[964].

La creazione de' magistrati locali.

Passando dall'ordine de' giudizî a quello amministrativo, la creazione di magistrati in generale e de' censori in ispecie, sottratta al voto de' concittadini e fatta, direttamente o indirettamente, dal governatore, potea trovare la sua giustificazione, innanzi tutto, nel potere stesso del governatore, che gli permetteva di derogare a quelle norme costituzionali date, in fondo, da altri governatori, e, poi, dalla consuetudine, crescente ne' governatori, di immischiarsi sempre più, forse anche talvolta a fin di bene, nelle faccende delle amministrazioni locali[965]. Potè anche Verre esservi tratto da ragioni di utilità sua privata, come vuole Cicerone; ma il caso non era nuovo, nè censurabile in sè stesso. È proprio Cicerone che più tardi dalla Cilicia scriveva che i provinciali non aveano, molte volte, nemici peggiori di questi loro magistrati, che li derubavano e li mandavano in rovina[966]. Un'intrusione del supremo magistrato della provincia, del governatore, poteva molte volte essere feconda di bene, e provvido, qualche volta, anche il sottrarre la scelta de' magistrati alle gare delle fazioni locali. Si aggiunga, quanto a' censori, che se il censo era fatto per servire più immediatamente agli scopi de' comuni, avea poi innegabili relazioni con tutti gli interessi dell'amministrazione romana nella provincia, ed il governatore non poteva affatto disinteressarsene[967].

Le statue.

Similmente come elemento d'accusa, dal punto di vista giuridico almeno, poco valore potea avere l'addebito che Cicerone faceva a Verre di avere obbligato i Siciliani ad erogare tanto denaro per elevargli delle statue, e di averlo talvolta esatto, senza poi spenderlo secondo l'uso, a cui era destinato. Che Verre obbligasse i Siciliani a contribuire ad erigere statue, e che lo facesse per vanità insieme e per interesse, può ben darsi; non costa proprio fatica l'ammetterlo; ma gli argomenti, che Cicerone adopera per provare il suo assunto, sono troppo sottili, e il dilemma lascia una facile via di uscita. Quel generale concorso a' suoi onori e quell'universale rivolta, quelle petizioni che invocavano restrizioni di ordine pubblico a tali elargizioni, potrebbero deporre anche di un radicato spirito di adulazione e di una reazione, facile a conciliare con la stessa abitudine di adulare. Ma che che sia della cosa, moralmente, dal punto di vista giuridico, Cicerone stesso ammetteva[968] che, legalmente, si era obbligati ad attendere il decorrimento di un quinquennio per vedere se impiegava il danaro. È pur vero, come Cicerone osservava, che, se a Verre accadeva di sfuggire ad un processo grave come questo, un processo intentato per il semplice denaro, estorto, col pretesto delle statue o per le statue, non potea davvero dar materia a serio pensiero. Ma ciò non poteva, in nessuna maniera, aver l'effetto di toglierli il beneficio del termine e farlo condannare contro l'espresso dettato della legge.

Il conferimento de' sacerdozî.

Il metodo seguito nel dare il sacerdozio di Giove a Theomnasto, se è comico nella forma, non è che un modo di far sentire, anche più fortemente, quell'imperium, in virtù del quale egli poteva modificare, così in principio, come in pratica, le capacità ed i sistemi di elezione. Ma l'elezione di Cephaloedium, che le fa riscontro, lascia scorgere, senza troppa difficoltà, l'esagerazione di Cicerone. È strano come Cicerone, mentre attribuisce a Verre il potere di costringere gli altri a giudicare, a votare, a condursi in ogni modo a suo talento, gli fa violare regole giurisdizionali, norme costituzionali; ciò che non ha senso, perchè Verre avrebbe potuto, per altra via più semplice, con la sua autorità su i giudici e con l'esercizio diretto del suo potere, giungere allo stesso scopo. Riesce quindi difficile l'intendere, come, per far giungere Artemone Climachia al supremo sacerdozio, invece di seguire una via franca e spedita, avesse bisogno di mettere a soqquadro il calendario di quella città. È evidente che, in tal modo, invece di violare le sole norme stabilite pel conferimento del sommo sacerdozio, turbava anche il calendario locale, lasciando una traccia più sicura e più durevole del fatto suo. Veramente, il far servire l'intercalazione a scopi politici e personali di un partito, di una fazione, di una famiglia, era in Roma una cosa tutt'altro che nuova[969]. Cicerone stesso, dalla Cilicia[970], tra il serio ed il faceto, scrivendo, più volte raccomandava di trascurare l'intercalazione di quell'anno per abbreviare la lontananza da Roma, a lui tanto incresciosa. Se, dunque, Verre avesse fatto a Cephaloedium proprio quello che Cicerone gli attribuisce, veramente non avrebbe fatto che usare in provincia una abitudine, già invecchiata a Roma. Ma, considerando l'indole de' fatti e la notevole verosimiglianza delle cose, è possibile che Cicerone abbia qui messo in relazione due cose tra loro indipendenti; anche perchè ciò gli consentiva, nel pubblicare queste sue orazioni, di arricchirle di uno di quegli incidenti umoristici, a cui egli teneva tanto.