Ora, che al tempo di Verre il frumento avesse, per tutta la provincia, un prezzo uniforme e costante, recherà molta meraviglia; quando un'occhiata a recenti statistiche mostra come, anche a' tempi nostri, pur con ogni facilità di approvigionamento, con i mezzi di comunicazione incomparabilmente più agevoli, si è ben lungi, nella stessa Sicilia, dall'ottenere questo prezzo uniforme[1003]; ed allora la Sicilia si distingueva sopra tutto per lo scarsissimo sviluppo di viabilità[1004]. Che, dunque, il prezzo del frumento fosse eguale in ogni punto della Sicilia, noi non lo crederemo, se anche ce lo dice Cicerone. Ma un equivoco anche maggiore è quello che vuole indurre Cicerone, quando, parlando del frumento venduto, a detta di Verre, a due sesterzî il modio, e di quello da Verre stesso fatto pagare a tre danari, non fa distinzione di tempo. Percorrendo i dati, comunque non molto abbondanti, che abbiamo sul prezzo de' cereali nell'antichità, da nulla forse siamo tanto colpiti, come dalle variazioni affatto repentine, a cui andava soggetto; in modo che a distanza di pochi mesi è possibile veder salire il prezzo di un medimno da 4 d. 3 ob. a 7 o 10 d.[1005], ed, a più breve distanza ancora, il prezzo di un'artaba da 250 dr. a 320, 368, 384 dr.[1006]. Pure, ciò non può destarci meraviglia, se consideriamo tutti i vincoli imposti al commercio de' cereali, i sistemi proibitivi, i monopolî, i privilegî. Gli effetti di una tale condizione di cose, sopra tutto per quanto riguarda l'artificiale rialzo del prezzo, sono stati studiati, nella stessa Italia, molte volte e da tempo[1007], e non accade di tornarvi sopra. Bastava un'incetta fatta su larga scala per far salire il prezzo sino a 16 dramme il medimno[1008]; ma, anche indipendentemente da questi casi speciali, avveniva facilmente che il grano, svilito di prezzo subito dopo il ricolto, salisse ad un prezzo assai alto in altra stagione dell'anno. In Sicilia, donde, a sola nostra notizia, senza tener conto del frumentum aestimatum e de' guadagni de' pubblicani, tra prima e seconda decima e frumentum emptum, venivano prelevati, per conto di Roma, circa un milionecentotrentamila e più medimni, non era difficile che ciò avvenisse. Lo stesso Cicerone ammette senza contrasto, che appena sotto il predecessore di Verre, il prezzo del frumento era salito a cinque danari il modio[1009].
Considerando dunque l'indeterminatezza della notizia di Cicerone, basterà supporre che i due prezzi diversi de' cereali si riferiscano a due periodi diversi e che Verre, non avendo limite di tempo fissato alla sua richiesta, l'abbia fatta in un momento dì rincaro; ed anche quest'accusa di Cicerone, sempre dal punto di vista legale, da cui egli amava mettersi, avrà perduto ogni fondamento.
La ruina dell'agricoltura siciliana.
Quanto ne avea l'altra accusa che Cicerone facea a Verre, di aver egli solo rovinata l'agricoltura siciliana?
Veramente, se le cifre corrispondono al vero, fa senso il vedere, in soli tre anni, ridotti i coloni di Leontini da 84 a 32, quelli di Mutyce da 187 ad 86, quelli di Herbita da 252 a 130, quelli di Agyrium, finalmente, da 250 ad 80[1010].
Ma, era proprio tutta colpa di Verre?
Non sarò io a negare i tristissimi effetti di un sistema d'imposizione, male ordinato e peggio applicato; pure è giusto rilevare che, nè questo metteva capo a Verre soltanto, nè un fatto di tanto rilievo avea la sua origine soltanto nel sistema tributario e nelle vessazioni di un governatore. Molteplici e maggiori ne erano le cause.
Se le guerre servili, due volte divampate con uno scoppio più violento, due volte erano state represse, non n'erano perciò state tolte le cause. Sotto l'azione di tutte queste cause, che la concorrenza sempre progrediente dell'Africa e dell'Egitto, rendeva ognora più disastrose, la Sicilia s'impoveriva e si spopolava. Era una crisi, incomparabilmente più duratura e più esiziale di quella che avea potuto portare alcuni secoli innanzi la coltura dell'olivo e della vite, introdotta nell'Africa[1011]. Se è vero, come Cicerone vuole, che a C. Norbano, soltanto quattordici anni prima di Verre, era riuscito agevole esigere, senza durezza e senza soverchio aggravio, quello che Verre potè esigere a costo di tanti sforzi; bisogna pure da questo dedurre che, anche in un tal numero d'anni non grande, una sensibile decadenza avea avuto luogo nell'agricoltura. Quell'incremento del lavoro servile, doppiamente insidioso alla piccola proprietà ed al benessere generale, per la concorrenza sempre più implacabile e per lo stato permanentemente malsicuro in cui teneva l'isola, conduceva ad una forma di produzione agricola, sempre più sfruttatrice e meno rimunerativa. I vincoli imposti alla libera espansione degli elementi locali, l'avida e prepotente speculazione di tutto il ceto commerciante romano, che, direttamente o indirettamente, si volgeva alla Sicilia, il prelevamento delle decime, aveano un'azione incalcolabile su tutta l'economia siciliana. La lex Cassia Terentia, introdotta appunto al principio dell'amministrazione di Verre, avea dovuto essere un altro colpo.
Benchè Cicerone tenga a dire il contrario, è poco probabile che il Senato nello stabilire i prezzi tenesse più conto dell'interesse de' Siciliani che di quello dell'erario; e, in ogni modo, quest'altro prelevamento forzato non era fatto per mettere meglio in grado gli agricoltori di tentare la libera speculazione e di profittare della varia vicenda de' prezzi. Se a tutto ciò si aggiunge il brigantaggio e specialmente la pirateria, fatta sempre più audace e molesta, si avrà ragione di sospettare che non era in tutto veritiero, nè in tutto giusto Cicerone, nell'imporre quest'altro carico, tutto, sul capo di Verre.
È strano come Cicerone, che avea tanto abbondato in altri punti, qui, volendo dimostrare la diminuzione degli agricoltori, si limiti a parlare di quattro soltanto tra le sessantotto città di Sicilia. E come mai la diminuzione sarebbe stata maggiore in questi punti, che erano pure i più fecondi? La notizia di Cicerone inoltre è monca, giacchè di due dati, che il catasto di Verre abbracciava, il numero degli agricoltori e l'estensione delle culture, ci dà notizia solo di quelli e non di questa. Nella campagna di Agrigentum, ebbe l'impressione di una grande desolazione; eppure egli non se ne può servire per dimostrare che gli agricoltori scemavano proprio sotto Verre[1012]. Occorre notare, come dallo stesso Cicerone sappiamo, che doveano esservi stati degli anni di cattivo raccolto sotto Verre e che, anzi, per superstizione, i Siciliani ne attribuivano la cagione al trafugamento della statua di Cerere[1013]. È notevole pure che i territorî di quelle quattro città, tutti della Sicilia orientale, doveano essere più facilmente preda de' pirati, omai prepotenti, che facevano sbarchi sulle coste e si inoltravano anche talvolta nel paese per saccheggiare e incendiare le mèssi[1014]. Appiano[1015] attribuisce alla pirateria, divenuta tanto potente da interrompere ogni commercio, anche questo abbandono de' campi. Tutto ciò ci dice già qualche cosa; ma un'altra spiegazione l'abbiamo ancora, se ci facciamo a considerare che que' territori si trovavano precisamente in quella parte della Sicilia, ch'è anche oggi quella ove più domina il latifondo[1016]. Che anche allora la grande coltura tendesse sempre più ad ampliarsi, sia sotto forma di allargamento della proprietà, l'ingens cupido agros continuandi, rilevata poi da Livio[1017], che di locazione in grande, e che si riuscisse a meraviglia a sopprimere piccoli proprietarî, o piccoli affittaiuoli; ce lo dimostra il caso de' Leontini, quale ce lo dà lo stesso Cicerone[1018]. A Leontini appunto, l'unico e grande possessore fondiario era Mnasistrato, odiato perciò stesso da' suoi concittadini, come può essere un latifondista siciliano del giorno, che vive del tributo, della fame e della miseria de' suoi conterranei. Chi sa dunque quanta parte, in questo stremarsi degli agricoltori, l'aveano la mala annata, i pirati e gli emuli di quello stesso Mnasistrato, che Cicerone chiama con intenzione homo honestissimus e vir optimus.