La lettera di L. Metello[1019], che Cicerone volea mettere innanzi come il più grave atto di accusa contro Verre, ha un significato molto più largo. Essa è l'eco delle tristi condizioni dell'agricoltura, nel momento in cui era scritta; ma fa pensare ad assai più cose, che non sia la semplice amministrazione di Verre. Anche per il modo di pensare di Metello in rapporto a questo, la lettera non poteva essere rivolta contro di lui. Fors'anche Metello si schermiva verso i consoli, che, di lontano, lo incitavano a cavare dalla Sicilia quanto più potesse. Essa pare fatta per richiamare alla memoria le lettere, colle quali la Compagnia delle Indie, mentre avea l'aria d'inculcare a Warren Hastings la severa osservanza della legge, spingeva a trasgredirla insistendo sulla necessità di accrescere l'entrate. L'apologo del castaldo, che per dare maggior reddito al padrone baratta gli stessi strumenti della cultura, era di applicazione assai più generale, e Cicerone avea torto di volerlo restringere a Verre. L'incitamento, dallo stesso Metello fatto agli agricoltori siciliani, di non abbandonare le colture ed anzi di estenderle, era nelle consuetudini de' governatori di provincia e non ha bisogno, per essere inteso, di essere messo in relazione con le vessazioni di Verre. Benchè Cicerone accenni quasi il contrario[1020], è pur vero che M. Levino fece di tutto per incoraggiare gli agricoltori ad attendere alla cultura della terra[1021], ed, anche dopo di lui, la cultura de' campi venne promossa, perfino con la minaccia e l'applicazione de' gastighi[1022].

La disonesta e rovinosa amministrazione frumentaria era stata, come dire, il cavallo di battaglia dell'accusa di Cicerone, ed, appena, l'allusione a' cittadini romani, arbitrariamente messi a morte, poteva avere tanta azione su' giudici ed anche sul popolo, quanto ne avea questo richiamo a' loro maggiori interessi, così offesi e compromessi. Cicerone lo sapeva e vi si fermava volentieri, comprendendo che ciò avrebbe contribuito grandemente all'esito della causa.

Le opere d'arte.

Tutto il bottino di opere d'arte, da lui denunziato, poteva interessare, solo mediocremente, il popolo romano. Verre chiamava quel suo amore delle opere d'arte passione, i suoi amici lo chiamavano anche manìa, e a Roma, dove il senso dell'arte era ancora molto limitato, avrebbero perdonato l'una e l'altra. Cicerone, per rendere più grave la cosa, tirava fuori, da quelle ch'egli denunziava come rapine, il sacrilegio, i rapporti di Roma compromessi verso potentati stranieri. Ma anche qui era tutt'altro che disperata, dal lato giuridico, la difesa di Verre. Verre si scusava di aver comperato quelle opere d'arte, che Cicerone diceva rubate[1023] e, in verità, in varî casi, riusciva a dare una dimostrazione sufficiente di questa sua asserzione[1024]. Altre volte si trattava di statue, date a lui in virtù di esplicite deliberazioni di magistrature cittadine[1025]; ottenute qualche volta, forse, nel modo, che dice Cicerone, qualche altra, fors'anche, se non con ispontaneità di sentimento, almeno in forma spontanea. Certamente, era pericoloso quel desiderio di comperare, in mano ad un governatore; perchè quelle compere potevano anche mutarsi, e si mutavano, in un mezzo di estorsione: ma, in ogni modo, Cicerone stesso consentiva a non voler vedere, nel semplice fatto della compera, un reato. Che, del resto, molte volte Verre fosse condotto a questa razzìa di opere d'arte, più da passione che da semplice avidità, lo dimostra lo stesso fatto, tante volte ripetuto da Cicerone, del restituire che faceva gli oggetti di metallo prezioso dopo averne staccati i fregi. Col proposito, poi, di mostrare che quelle vendite si traducevano talvolta in veri ricatti, Cicerone si lasciava andare volentieri ad esagerare il valore delle opere d'arte e, chi sa? fors'anche qualche volta a travisarne la vera natura.

Il valore di molte opere d'arte, specialmente di utensili ed arredi, andava a grado a grado rinvilendo, specialmente poichè ne fu affidata la produzione al lavoro servile[1026]. E, quanto alle vantate opere d'arte di Prassitele (IV, 2, 5) di Mirone (3, 5; 43, 93) di Policleto (l. c.), di Boetho (14, 32), di Mentore (18, 38), di Silanione (57, 126); si trattava proprio degli originali, o non piuttosto di copie, cui era conveniente il prezzo assegnato? Questi baratti di copie per originali non erano proprio rari; erano anzi frequenti, anche in un periodo di più progredita conoscenza, e l'inganno riusciva a meraviglia[1027]. Dell'Eros di Prassitele e delle sue varie figurazioni noi non sappiamo tutto quello che vorremmo; ma la celebrità, che presto ottenne, ne dovette necessariamente far moltiplicare le copie. È notevole intanto che di questa statua di «Eros» posseduta da Heio, Cicerone è il solo a parlare[1028]. L'Heracles era soltanto attribuito a Mirone; e sarebbe stata la seconda delle statue del solo Heracles, attribuite a questo scultore[1029]. Anche la statua di Apollo in Agrigentum corrisponde ad un'altra della stessa divinità e dello stesso scultore, che si trovava in Efeso[1030].

Se queste ed altre statue, acquistate da Verre, erano copie semplicemente, anche le conseguenze che Cicerone voleva ricavare dal tenue prezzo, per cui erano state comperate, rimanevano ingiustificate. Di altre statue il furto era stato compiuto o tentato, anche a stare alla versione di Cicerone, da aderenti di Verre; e non era dimostrato assolutamente che l'avessero fatto per conto del governatore e non per proprio conto.

Verre e i suoi accoliti.

Un altro de' punti deboli dell'accusa di Cicerone consisteva appunto in questa solidarietà, tutta congetturale e niente affatto dimostrata, di Verre e de' suoi fautori, o dipendenti.

Occorreva tutta la parzialità di un accusatore per credere che i membri della coorte, che gli amici, che gli aderenti non avessero profittato della loro posizione per empire il sacco. Questo sistema di far risalire a Verre tutta la responsabilità de' fatti compiuti sotto di lui, era un metodo analogo a quello, cui si attennero poi gli accusatori di Warren Hastings, e contro il quale reagisce ora un suo recente biografo, cercando di sceverare quanta parte potesse avere egli, e quanta ne avessero Sir Elias Impey e gli altri[1031].

E Verre stesso, del resto, si rendeva conto di ciò, e si doleva della responsabilità, che avrebbe finito coll'avere, di colpe non sue[1032]. Il maneggio del danaro era presso i questori: ma, mentre Cicerone, parlando di Dolabella già giudicato e condannato, volea far risalire a Verre molte delle sue colpe, tanto riputava l'opera del questore necessaria e prevalente in siffatto genere di cose; trattando invece di Verre, dimentica i questori, e, se una volta li rammenta, lo fa per iscusarli e trarli anzi fuori della causa[1033]. Eppure in altro momento, quando si era trattato di ottenere a preferenza di Q. Cecilio, il diritto di accusare, Cicerone avea ben saputo riconoscere quanta fosse la parte e quanta la responsabilità de' questori in tutte le colpe, di cui si accagionava Verre[1034].