Lo stato della Sicilia sotto Verre non poteva essere, e non era, quello stato di assoluta pace interna ed esterna, che Cicerone ci vorrebbe far credere.

Anche dal semplice accenno, fatto innanzi, all'estendersi del latifondo, al decadere della popolazione, alla crisi economica, si può desumere che, se i Romani aveano due volte potuto spegnere nel sangue quelle rivolte servili, che aveano attratto nel loro vortice anche una parte del proletariato, non ne aveano tolto le cagioni, e il fuoco semispento covava sempre sotto le ceneri. Spartaco stesso guardava, con occhio pieno di speranza, a quella terra classica di schiavi arditi ed insofferenti. E, mentre un lievito di future rivolte fermentava, pur dissimulato, all'interno, tutti i mari intorno erano in mano de' pirati, giunti allo stadio della loro maggiore potenza. L'onta recente di M. Antonio Cretico era ancora invendicata e, da soli quattro anni, Verre avea lasciata la Sicilia, quando i Romani dovettero pensare a rimettere insieme una flotta, che non aveano più, e dovettero conferire poteri illimitati al loro più famoso comandante per venire a capo dell'impresa.

In tali condizioni, solo una mano ferma e virile potea impedire uno scoppio immediato e il riardere di una guerra servile. Spartaco, entrato in trattative con pirati di Cilicia, avea deliberato appunto di passare in Sicilia; e, se, secondo qualcuno, il passaggio fu impedito dalla malafede de' pirati, che, presa la mercede, non tennero i patti[1042], non è men vero (ce lo dice un autore attendibile e non remoto da que' fatti) che Verre sorvegliò ed assicurò i lidi italiani[1043]. Questa tradizione recisa e sicura, il proposito di Spartaco di volgersi alla Sicilia, donde gli dovettero venire incitamenti ed assicurazioni di un terreno favorevole, bastano già per mostrare la parzialità dell'accusa di Cicerone[1044]; ed, a chi considera le cose da questo punto di vista, il caso degli schiavi triocalini, prima condannati e poi liberati, quelli di Aristodemo, di Apollonio, di Leonte d'Imachara, di Apollonio di Panhormus, a noi neppure ben noti in tutte le loro particolarità, perdono d'importanza sopra tutto, se intendono a dimostrare che Verre non si occupò di tener sicura la Sicilia. La grazia accordata agli schiavi di Leonida, nel momento stesso dell'esecuzione della condanna, se, a Roma, in un giudizio pronunziato da un regolare tribunale contro un cittadino, era cosa affatto sconosciuta ed illegale; in provincia, tenuto conto della speciale posizione del pretore, dell'ordine non rigoroso de' giudizî, può non destare sorpresa, ed, in linea di fatto, è suscettibile di spiegazioni ben diverse da quelle che congetturalmente ne dava Cicerone. E quanto ad Apollonio, se Cicerone mostrava di non saper concepire, per la sua posizione, ch'egli avesse mano nelle sommosse servili; quelli, cui è noto, per lungo ordine di esempî tutto lo sviluppo del manutengolismo in Sicilia, potranno vedere, in quello, un caso del genere.

I pirati ed i provvedimenti per la flotta.

V'è appena bisogno di rilevare, di fronte a tutto il complesso de' fatti anteriori e posteriori ed alla concorde tradizione[1045], che minaccia dovevano essere poi i pirati, per la Sicilia specialmente. Del resto basti dire che lo stesso Cicerone diceva della loro abitudine di svernare a Melitta[1046], e de' Liparensi, ch'erano divenuti verso di essi veri tributarî[1047]: ed alludeva, con insistenza, alla pericolose avventure del suo viaggio in Sicilia e del suo ritorno[1048]. Quanto più grave era il compito, tanto più erano inadeguati i mezzi, di cui poteva disporre un governatore della Sicilia. Una marineria stabile, regolare e bene ordinata, mancava prima dell'impero, e bisognava sopperire col contingente fornito dalle varie città. Cicerone probabilmente travisa e contorce le varie misure prese da Verre in ordine alla flotta; ma forse non è ardito vedere, attraverso quelle stesse notizie che Cicerone ci dà, frammentariamente ed accompagnate da malevoli interpretazioni, un tentativo di riordinamento della squadra locale. Quali che si fossero le vere intenzioni, che animarono Verre nella sua condotta verso Messana e verso Tauromenium, l'esenzione fatta alla prima di contribuire una nave (se esenzione fu e non sostituzione), non potè indebolire la flotta, dal momento che fu chiamata a concorrervi la seconda, la quale, a dir di Cicerone, non vi era obbligata. Le altre somme, percepite dalla città o da' privati, per esenzioni dal servizio militare, corrispondono ad una consuetudine sempre più invalsa in quei tempi, nelle leve fatte anche in Italia[1049], e davano modo di colmare quei vuoti con mercenarî e proletarî. Tanto più ciò può intendersi per la Sicilia, dove non è punto nuovo questo scambio di vicarî[1050], e, secondo l'interpretazione di uno scrittore, la decima avrebbe avuto origine come corrispettivo di questa esenzione dal servizio militare[1051]; e s'intende meglio, trattandosi della flotta, che soleva essere armata degli elementi più scadenti della popolazione.

La provvisione avocata al comando dell'armata delle paghe e de' viveri, forniti prima a cura de' varî comuni, se può aver fornito, come Cicerone vuole, argomento di ruberie, può anche meglio considerarsi come un passo nel riorganamento, sempre meglio congegnato e coerente, della forza navale; e diventava una necessità per l'alimentazione delle ciurme, quando, mobilizzata la flottiglia e costretta a mutar spesso di posto, occorreva provvedere a tutto con una regolarità, di cui forse non sempre davano affidamento le singole città ed i navarchi.

Il conferimento, poi, del comando a Cleomene non ha bisogno di essere spiegato esclusivamente con un intrigo di gineceo. Anzi tutto, non si trattava di un fatto assoluto. Cicerone stesso ci fa altra volta vedere la squadra sotto il comando de' legati P. Cesezio e Q. Tadio[1052]. In questa continua guerriglia de' pirati, si dovea ben sentire quel bisogno che appresso raccomandò greci navigatori, anche liberti, in grazia della loro esperienza, per l'ufficio di ammiragli. I copiosi esempî che appresso ne abbiamo[1053], andando verso l'impero, ci dispensano dal ricorrere proprio alla sottile e personale spiegazione messa innanzi da Cicerone. Che se la flotta venne fugata e distrutta, non occorre dimenticare la forza de' pirati ed altre memorande sconfitte da essi date a flotte maggiori.

La spiegazione che Cicerone ne dà, può essere accolta o rigettata; ma, in punto di fatto, egli stesso dice che i navarchi ammisero che le navi fossero bene armate e fornite. Per quelli, che doveano giudicar Verre, ciò risultava da un documento[1054]. Parimenti il diverso trattamento usato a Cleomene ed a' navarchi, trova la sua spiegazione nel fatto che Cleomene era approdato a Pachyno per rinforzare con il presidio di terra l'equipaggio: gli altri invece avrebbero lasciato la flotta in mano de' pirati[1055]. Come si vede, anche per tempi posteriori, queste milizie locali non erano veramente permanenti e si richiamavano, o si congedavano, secondo il bisogno[1056]. Non era dunque da farsi un così gran carico a Verre de' congedi accordati, nè v'era da sorprendersi di questo bisogno sentito da Cleomene di imbarcare altri soldati nell'imminenza della zuffa. Potea, dunque, ben avvenire che egli apparisse in qualche maniera giustificato e che la responsabilità dell'abbandono e dell'incendio della flotta si facesse gravare su i navarchi, che non aveano opposta resistenza, ed anzi aveano abbandonato le navi.

Ad accrescere la difficoltà della situazione, in quei momenti, in Sicilia, conferì anche, e molto, il contegno di Mitradate, il quale, a combattere Roma, si giovava de' pirati, de' Sertoriani, di tutto. Questo scambio di rapporti tra Mitradate e Sertorio dovea richiamare tutta l'attenzione di Verre[1057], che, stando a mezza strada, dovea avere il debito e l'interesse di scoprirli ed intercettarli; tanto più che ciò dava occasione al vecchio sillano di fare le ultime vendette della sua parte. Ed a questo, probabilmente, fu dovuta quella condotta, anche più che severa, crudele talvolta, contro cittadini romani, di cui Cicerone seppe avvalersi assai bene per rinfocolare gli odî e rendere più esosa ancora la causa di Verre.

L'opera di Verre.