Una tale causa, a bene intenderla e giudicarla, avea bisogno di una serenità d'indagine, che era illusione attendersi, tenuto conto, specialmente, del suo carattere politico.
Io non ho inteso, nè preteso fare la difesa di Verre. La storia non accusa, nè difende: interpreta e narra; ed io ho voluto precisamente fare uno studio storico, che permettesse di meglio valutare, da un lato le Verrine, considerate come documenti storici, e dall'altro, il vero rapporto di Verre con gli uomini e le condizioni del suo tempo.
La spiegazione di molti fatti occorre chiederla alle condizioni, in cui la Sicilia e tutto il dominio romano si trovavano, ed a' fatti, che precedettero e seguirono il governo di Verre.
Di più altre cose la spiegazione ci vien data dallo studio delle istituzioni, guardate specialmente nel periodo imperiale. V'era nell'amministrazione delle province, ne' poteri e nelle funzioni del governatore, in tutto insomma, una evoluzione, che appresso si manifesta in forma più distinta e che, in questi ultimi tempi della repubblica, si mostra come un deviamento dal carattere formale della legge e delle istituzioni ed, insieme, come un adattamento di esse allo stato reale delle cose.
Considerata nel suo complesso, l'amministrazione di Verre, malgrado tutte le sue colpe, e al disopra di tutti i suoi non confessabili interessi, sembrava dominata da un criterio direttivo: quello di affermare in tutta la sua estensione, e in forma assoluta, il dominio romano, di accentrare nel governatore tutta la direzione della vita amministrativa e giuridica della provincia. A questo e all'evidenza stessa de' fatti, consapevolmente o no, si riferivano Verre ed Ortensio nella difesa, che Cicerone presupponeva ed anticipava; e questo significato avea l'appello alla comune consuetudine, agli abusi anche, così frequentemente commessi e tollerati.
La causa dal punto di vista politico.
Questa, a dire di Cicerone, era una improba defensio, e, dal punto di vista morale specialmente, egli avea ragione. Ma in questo proprio stava il punto più interessante della causa, che era, sopra tutto, una causa politica. Tutte le osservazioni d'indole giuridica e le rettificazioni de' fatti potevano trovar posto nella difesa, e non erano trascurate; ma la difesa vera consisteva in questo appello alla solidarietà della classe, e Verre non ne faceva proprio mistero. Egli si rivolgeva a quell'aristocrazia, cui Silla avea voluto ridonare il monopolio del potere; che avea chiesta ed ottenuta la sua vittoria alle proscrizioni ed a' supplizî, e, avendo diguazzato nella rapina e nel sangue, non sentiva il bisogno e non poteva nemmeno accampare il diritto di aver degli scrupoli. Lo diceva proprio l'accusatore di Verre[1058]: «le loro case e le loro ville eran piene delle statue e de' dipinti di questi, che, per un eufemismo, Cicerone chiamava ancora «socii.» In quelle ville era racchiuso il danaro, di cui tanti aveano bisogno, tutto quanto di meglio potea offrire il dominio romano. Piangevano tutte le provincie, si dolevano tutti i popoli, chiedevan ragione i regni delle cupidigie e delle offese romane; non v'era luogo, per ogni terra che circondasse l'Oceano, nè così lontano, nè così riposto, ove, ora, la nequizia e la corruzione romana non fossero penetrate. Il popolo romano omai era impotente a resistere, non alle armi, non alla forza, non alle guerre de' popoli stranieri, ma al loro cordoglio, alle loro lacrime, a' loro gridi di dolore[1059].»
E pure, in quelle condizioni politiche, era forza che così fosse. Tutte le colpe, di ogni genere, apposte a Verre, ricompariscono, come un fatto immancabile, in tutta la storia del regime coloniale. Allora, poi, col fasto insolente, che ogni giorno più cresceva e più diveniva generale, col decadere dell'agricoltura, col crescere della concorrenza, l'aristocrazia romana dovea trovare nell'espilazione delle provincie una condizione necessaria di vita; e là si fondevano, mirabilmente, come sempre, il suo interesse politico ed il suo interesse economico, di cui il monopolio del potere era la più schietta manifestazione. Verre, ostinato ed intransigente sillano, affermava per suo conto questo, fors'anche con affettazione di cinismo, e chiedeva alla sua parte che anch'essa, cinicamente, l'affermasse da' rostri, dal tribunale, per tutto. Quando Verre allegava a sua discolpa la corruzione generale, anche più che fare l'appello ad un senso di giustizia distribuitiva, faceva appello allo spirito di solidarietà, ed a quello di conservazione della sua classe.
Ma la memoria del terribile dittatore, dell'uomo, che col suo nome avea fatto tremare i suoi nemici, cominciava ad allontanarsi, e l'opera sua, in gran parte di carattere personale, si andava sgretolando sotto le esigenze del tempo, nell'infiacchirsi della sua parte e nel risorgere delle tendenze democratiche. Molta parte dell'aristocrazia rinunziava alla sua intransigenza, per meglio resistere con graduali concessioni al nuovo impeto della parte popolare e, con la conciliazione, tener lontana ancora l'ora della sua fine. Mutava la sua orientazione politica, e l'appello di Verre dovea perdersi come una voce inascoltata: Verre stesso diveniva quel che di peggio può avere, in certi momenti, un partito reazionario: un troppo zelante partigiano, un incomodo amico. Alcuni anni innanzi, l'interesse di classe avrebbe potuto suggerire il salvataggio di Verre; e l'oligarchia romana si sarebbe condotta verso di lui, come, non di rado nella storia, come, anche oggi, la classe dominante si conduce rispetto ad uomini, che assai più di Verre hanno offesa la legge e la morale, ma che si credono ancora utili; tanto più utili anzi, quanto più sono impulsivi ed inaccessibili ad ogni scrupolo.
Lo spirito di conservazione della classe esigeva, in quel momento, piuttosto il sacrifizio che il salvataggio di Verre. E così fu fatto.