La lex Aurellia iudiciaria, tenuta in sospeso mentre Verre sembrava rinunciasse a difendersi, e promulgata, quando parve che risorgessero il suo ardire e le sue speranze[1060]; fu l'indizio di questo momento politico, e, per Verre, il pronostico della sua condanna.
Egli, nella pendenza del giudizio, rimase ancora incerto, cercando, forse, ancora un'estrema via di scampo.
Mandò un messaggio a Messana, chiedendo che fosse dichiarato Heio degno d'ignominia per la parte presa contro di lui[1061].
Intanto restava ancora a Roma. Dopo che il primo stadio della causa fu chiuso, fu visto in casa di L. Sisenna stare a contemplare con occhi appassionati alcuni arredi di argento, oggetto egli stesso di curiosità per tutti gli altri[1062].
La fine.
Ma a misura che il secondo periodo della causa stava per avvicinarsi, vide la necessità di lasciar Roma, e partì in volontario esilio.
Le speranze erano venute meno in lui; e, presente o assente, la sua vita pubblica era chiusa per sempre. Fu, in qualche parte, disdegno che l'indusse a partire, senz'attendere la sentenza? Era sopratutto il suo interesse che gli dettava di far così.
Troncando col suo volontario esilio quel giudizio di carattere penale, tra lui ed i Siciliani non vi sarebbe stato più luogo che ad una causa civile, in cui molto più difficile riesciva il provare i profitti che gli si attribuivano, e in cui, oltre a tutte le armi che le sottigliezze giuridiche potevano mettergli in mano, gli doveano giovare anche, specialmente in quanto all'acquisto delle opere d'arte, que' documenti, di cui si tentava impugnare l'efficacia nel giudizio di concussione.
Con questo anche si può spiegare che la condanna di Verre fu ridotta a tre milioni, soltanto, di sesterzî[1063].
Se ne andò, così, Verre in esilio con le sue ricchezze, con le statue, che avea saputo mettere in salvo[1064], co' suoi vasi corinzî; ed in quegli ozî invecchiò, non rimpiangendo forse il prestigio del comando e l'agitata vita pubblica e le speranze di maggiori onori.