“Libertà e schiavitù — dice Epitetto[80] — una è il nome della virtù e l’altra del vizio, entrambe creature delle volontà. Chi non partecipa di questa, non conosce nè l’una nè l’altra. L’anima è usa a comandare al corpo e a quelle cose che concernono il corpo e non partecipano dell’elemento razionale. Quindi nessuno è schiavo, se lo spirito rimane libero„.

E altrove: “La fortuna è una trista catena del corpo e il vizio è altrettale dell’anima. Chi ha il corpo libero e l’animo in ceppi, è schiavo; chi, invece, ha il corpo legato e l’animo sciolto, è libero„[81].

“Ciò che turba gli uomini — aggiungeva lo stesso Epitetto[82] — non sono le cose, ma il punto di vista da cui essi considerano le cose„. Coerentemente a questo principio, egli potea dire alla divinità, in cui s’immedesimavano la sua ragione e la ragione universale, con un linguaggio che richiama quello posteriore degli apologèti cristiani: “Menami dove vuoi; cingimi la veste che vuoi. Vuoi che io governi, che viva da privato, che resti, che fugga, che viva in povertà o nella ricchezza? Io di ognuna di queste cose ti loderò presso gli uomini: io mostrerò quale è la vera natura di ognuna di queste cose„[83].

La dissertazione sulla libertà[84] è tutta una minuta, insistente e, volta a volta, paradossale contraddizione del concetto comune e di quello civile della libertà, mostrando, in diverso ordine di rapporti, come usurpi il nome di libero il console e il patrizio, l’usurpi l’amante, e come invece libero sia chi, a qualunque stato appartenga, ha talmente disciplinato l’animo da saper tutto sopportare senza lasciarsi vincere dal dolore, e che può a tutto rinunziare senza lasciarsi trascinare dalla passione: tetragono a qualunque perdita, sia pur quella dell’integrità corporale e della salute, sia pur quella delle persone più care (Diss., 4, 1, 111 sgg).

M. Aurelio prende spesse volte in prestito le sue immagini dal mondo inorganico[85] per proporle come modello allo stoico; e in verità lo stoicismo, per voler troppo sollevare lo spirito, finiva per concepirlo come qualche cosa d’inorganico.

Così questa filosofia stoica, che era sorta con un carattere pretensiosamente pratico, ora, per un’intima elaborazione, e di deduzione in deduzione, finiva in una astratta speculazione ed in una eccentricità sociale, contraddicendo e contraddetta alla sua volta dalla realtà, smentendo e facendosi smentire alla sua volta dalla società, in mezzo a cui era bandita.

Anche chi non creda alla tradizione più sfavorevole a Seneca[86] e non si lasci impressionare dall’ombra fosca ch’essa vorrebbe proiettare su lui, troverà un curioso ed interessante oggetto di studio, vedendo, nelle stesse opere di Seneca, la teoria smentita dalla pratica, le concessioni e le distinzioni insinuate nella stessa salda compagine de’ principî dalla necessità delle cose. Come dà a pensare il vedere questo sapiente, che predica il dispregio delle apparenze, vergognarsi della rustica vettura, che un accidente di viaggio lo costringe a prendere![87] Come si resta colpiti dal sentirgli dire che non bisogna perdere la calma dello spirito per nulla[88], e vederlo intanto a spargere querimonie sul suo esilio in Sardegna[89], lui che pure dirà altrove che ogni luogo è patria al sapiente[90]. E che effetto fa il sentirgli negare il diritto di commuoversi per qualsiasi male[91] e il sentirgli confessare di aver pianto[92] e il vederlo a ingrandire i piccoli pericoli[93], schivare le grandi difficoltà della vita, adulare![94].

Così la filosofia stoica, anch’essa, mostrava la sua impotenza a rinnovare le condizioni della vita con un mezzo ed in un campo esclusivamente spirituali.

Distinta dal Cristianesimo per varie e fondamentali discrepanze[95], avea nondimeno con esso molti punti di contatto. L’una e l’altro spostavano il centro di gravità della vita, l’una nella vita interiore dello spirito, l’altro in cielo. Entrambi rinunciavano alla lotta, talora appartandosi dal campo delle sofferenze umane, tal’altra portandovi — l’una meno e l’altro più — una voce consolatrice; e tutti, ignari del loro tempo e dell’avvenire, rinunziavano, in teoria, ad ogni efficace sforzo per mutare le condizioni della passeggiera vita presente e, in pratica, finivano col soggiacere alla tirannia del mondo esterno, alla forza degli eventi e alla necessità delle cose, malamente e imprudentemente rinnegate.

La setta filosofica, più rigida; più ragionatrice, più schematica, perdeva le ragioni della vita e s’isteriliva rimpetto alla setta religiosa, che, sviluppando tutto il suo contenuto fantastico e affettivo, si diffondeva seducendo le immaginazioni, e si consolidava ricorrendo a tutte le inconseguenze del sentimento e assimilandosi al tempo stesso l’ordine sociale esistente per farne il sostrato della sua gerarchia.