La base eminentemente subbiettiva della morale stoica e il contrasto con la realtà della vita, che, disconosciuta, reagiva e rivendicava tutti i suoi diritti, hanno fatto sì che la filosofia stoica, secondo i diversi tempi e i diversi suoi seguaci, si presentasse talvolta sotto parvenze un po’ discrepanti; rasentando talora la dottrina e l’atteggiamento de’ cinici e tal’altra inclinando ad un mal dissimulato opportunismo; ora predicando l’astensione dalla vita politica, ora accettando di parteciparvi; ora guardando alla vita dall’alto, quasi con olimpico dispregio, or fecondando con un senso di benevolenza, che diveniva quasi pietà e filantropia, il suo cosmopolitismo teorico[70]. Ma, attraverso tutte queste varietà accidentali e queste attenuazioni, rimane sempre, come fondo della dottrina, che la sapienza e la felicità della vita consistono nell’emanciparsi, nella forma più assoluta, dal mondo esteriore e dagli affetti, intesi in maniera ora più larga ora più stretta, come quelli che attestano appunto l’azione del mondo esterno su noi. Riporre l’ideale della vita in ciò che dipende esclusivamente ed assolutamente da noi (τὰ ἐφ’ ἡμῖν); e, rispetto a ciò che è fuori di noi (τὰ οὐκ ἐφ’ ἡμῖν) che da noi non dipende, che che esso si sia[71] — ricchezza, salute, figliuoli, oppressione, lusinga — adottare il supremo rimedio della tolleranza e della rinunzia (ἀνέχου καὶ ἀπέχου), mantenendo ad ogni costo la serenità dell’animo (ἀπαθία)[72]: ecco i criteri fondamentali e le regole di condotta della scuola stoica[73].

Secondo la bella immagine di M. Aurelio[74], la vita dovea essere pari a “quella fonte limpida e dolce che, offesa a parole da chi le sta accanto, non cessa dal versare la sua acqua dolce: infangata ed insozzata, subito disperde ed elimina la bruttura e non ne resta punto maculata„.

Un’azione diretta quindi a modificare legalmente l’istituzione della schiavitù, o ad abolirla, è fuori dell’orizzonte della filosofia stoica; anzi implica una palese contraddizione alla sua dottrina, perchè avrebbe fatto dipendere da un diverso rapporto esteriore degli uomini e delle cose, da qualche cosa di mutevole ed accidentale, quello che occorreva chiedere soltanto ad una disciplina tutta interiore della propria anima.

“Fa quel che la natura comanda — diceva M. Aurelio —; opera se ti sia dato, e non curarti se qualcuno lo saprà, nè sperare la repubblica di Platone„[75].

L’utopia politica era così eliminata e resa inutile dall’utopia morale.

E Seneca scrivea tutta una lettera[76] per contraddire chi diceva che i cultori della filosofia fossero orgogliosi e ricalcitranti e dispregiatori de’ magistrati e de’ re e di quelli da cui si amministrava lo Stato. “Quell’uomo puro e sincero — egli diceva — che si appartò dal foro, dalla curia e da ogni amministrazione dello Stato, per ritrarsi nella cura di cose maggiori, ama quelli per opera de’ quali gli è lecito di far ciò, e da solo attesta loro la sua gratitudine, e si professa obbligato ad essi che non lo sanno neppure„.

Di una emancipazione civile degli schiavi non si trova accenno negli stoici, al pari che negli altri loro contemporanei: era infatti fuori l’orizzonte economico e giuridico di tutti, e per gli stoici, si aggiunga, era fuori l’ambito della loro attività.

Seneca possiede servi, e quanti! Trova anzi ragione di ammirarsi e di compiacersi, quando un improvviso incidente di viaggio gli mostra che possono bastargliene anche meno[77]. Perfino Diogene il Cinico, la cui filosofia rappresenta come l’iperbole dello stoicismo, ne avea uno[78].

Schiavitù e libertà (δουλεία καὶ ἐλευθερία) hanno negli stoici un significato tutto diverso da quello che si usava attribuire a queste parole nell’uso generale e nel linguaggio tecnico giuridico.

La libertà, per gli stoici, consiste nel fatto che la volontà non è determinata dal mondo esteriore, ma, pur sotto l’azione degli agenti esterni, dalla sua propria natura[79].