Si è detto, è vero, che il sentimento religioso cristiano avrebbe concorso all’abolizione della schiavitù anche con le numerose manumissioni, di cui direttamente e indirettamente sarebbe stato causa[58].
Ma anche qui giova intendersi. Seguendo la storia de’ concili e del diritto ecclesiastico, non si può non restare colpiti dagl’inciampi, dalle restrizioni e da’ divieti imposti e rinnovati alle manumissioni de’ servi di proprietà ecclesiastica. Per tacer d’altri[59], è noto il canone del Concilio di Epaôn[60] che vuole “non sia lecito all’abate manomettere gli schiavi donati a’ monaci; giacchè troviamo ingiusto che, mentre i monaci debbono quotidianamente attendere al lavoro campestre, i loro servi se ne stiano in ozio„. Tutte le cautele ordinate allo scopo d’impedire le distrazioni e il baratto della proprietà ecclesiastica rendevano, per sè sole, più difficili e rare tali manumissioni; sicchè anche uno scrittore non sospetto, come il Muratori[61], ha potuto dire che “son rare le manumissioni fatte dalle chiese e da’ monasteri dell’uno e dell’altro sesso, non per altra causa, a quanto sembra, se non perchè la manumissione è una specie di alienazione, ed era interdetto di alienare i beni ecclesiastici, non solo da recenti ma anche da antichi decreti de’ Concili„.
Guardando in ogni modo a varie delle manumissioni, fatte anche da ecclesiastici, accade di vedere indicato come motivo della manumissione una ragione utilitaria chiaramente espressa dalle frasi “Nostra quoque plurimum interesse„ “attendentes multimoda commoditatum genera„ “attendentes utilitatem nostram„. “Le terre che ora sono deserte ed incolte — dice l’arcivescovo di Besançon — saranno, dopo le affrancazioni, messe a coltura, arricchite di piantagioni e di edifici, in guisa che anche le rendite de’ padroni dovranno moltiplicarsi ed aumentare„[62].
In altri casi, è vero ed è attestato da documenti, le manumissioni avvengono per motivo religioso, per la salute dell’anima; ma, per quante siano queste manumissioni, non saranno mai tante, quante ce ne provano e ce ne lasciano supporre le iscrizioni a noi pervenute del muro di Delfo[63] e la storia romana degli ultimi secoli e le relative restrizioni legislative; eppure non si sarà molto facilmente disposti a mettere anche il santuario di Delfo tra i coefficienti dell’abolizione della schiavitù. Vedremo appresso che le manumissioni possono considerarsi piuttosto come un indizio ed un effetto, che non come una causa della decadenza dell’economia a schiavi; reagiscono su questa, solo in quanto concorrono a ingrossare quel proletariato, il cui sviluppo è condizione alla fine della schiavitù. Ma quando l’economia a schiavi non ha perduta ancora la sua ragion di essere, e non si sono prodotte ancora le condizioni dell’economia, che ad essa si sostituisce; le manumissioni non fanno che svecchiare e rinnovare la massa degli schiavi, senza intaccare la instituzione: son pari all’opera di chi sfronda e pota una pianta senza toccare le radici e neanche il tronco, che perciò metterà presto nuovi e più vigorosi germogli.
VIII.
Intanto, è noto, come, agli occhi de’ più, le ideologie, lungi dall’essere, anch’esse, una conseguenza più o meno remota ed un prodotto più o meno mediato dell’ambiente artificiale economico, che gli uomini progressivamente son venuti formando e trasformando, sono invece la causa e la ragione, il principio dinamico, insomma, delle trasformazioni sociali. A quelli, che guardavano la storia anche da questo punto di vista, non potea sfuggire come, indipendentemente dal movimento cristiano, la natura umana era già stata riconosciuta e rivendicata nello schiavo, il fondamento naturale della servitù era stato già scosso e poi demolito. Poichè era sorta l’idea del cosmopolitismo e si era andato formando un più generale ed elevato concetto della consociazione umana e della persona umana, si era venuto ad inculcare, direttamente e indirettamente, non meno che nel Cristianesimo, un trattamento umano degli schiavi.
Già Euripide[64] avea detto che “in molti schiavi non vi è di brutto che il nome, mentre l’animo è più libero che non sia quello de’ non asserviti„, e Filemone[65] avea detto nella maniera più esplicita che “se anche taluno è schiavo, è pur uomo non meno del suo padrone„. Lasciando stare Terenzio[66], da cui la generica qualità d’uomo era evocata pure in un verso, tratto poi ad assai più largo significato di quello ch’ebbe in realtà; non si può leggere, senza averne la più viva impressione, la lettera, con la quale Seneca[67], che riassumeva e sviluppava il pensiero stoico, esprime, anche più chiaramente che altrove, il suo concetto e il suo sentimento intorno agli schiavi: “Son servi; son bene uomini; son servi; anzi camerati; son servi, anzi umili amici; son servi, anzi consorti della nostra servitù, se vorrai solo considerare per un momento quale potere abbia la fortuna verso noi e verso loro. Perciò rido di costoro che hanno a vergogna lo stare a cena con i servi.....„. “Vuoi tu riflettere come questo, che tu chiami tuo servo, ha la medesima tua origine, sta sotto il medesimo cielo e respira, vive, muore come gli altri? Tanto tu puoi allora vederlo libero, come a lui è dato poterti vedere servo„..... “Questo è il riassunto de’ miei precetti. Vivi con l’inferiore come vorresti che un tuo superiore vivesse con te. Tutte le volte che potrai pensare a quello che ti è permesso verso il tuo schiavo, ti venga in mente che altrettanto dev’essere lecito al tuo padrone..... Vivi col servo con animo clemente, più ancora, amichevolmente, e conversa con lui e con lui consigliati e chiamalo alla tua mensa„.
È difficile concepire, tanto più se si guarda al tempo e all’ambiente in cui furono scritte, parole più elevate ed umane; e non era punto difficile che di esse e della tradizione filosofica, da cui emanavano, si vedesse un riflesso ed un effetto diretto nel punto di vista teorico, da cui omai i giureconsulti romani guardavano la schiavitù; che ad esse si rannodassero le disposizioni che mitigavano e disciplinavano la condizione de’ servi, e che allo stesso impulso di pensiero si riportasse per una serie di gradi il lento sparire della schiavitù[68].
Pure, chi rifletta, comincerà a dubitare fortemente dell’efficacia delle parole di Seneca e degli stoici, quando veda, senza andar fuori della stessa lettera citata, come quelle parole si perdessero inascoltate, e consideri come quel movimento di pensiero non uscisse da una breve cerchia di persone e si andasse sempre più, da un lato, attenuando e, dall’altro, mostrando impotente contro il mondo che voleva modificare. Se ne persuaderà ancor meno, considerando da quali principi movesse la filosofia stoica ed a qual fine intendesse[69].
Socrate, di fronte all’impotenza delle scienze fisiche a risolvere i problemi della filosofia, ne avea cercato in sè stesso una più soddisfacente risposta, spostando l’oggetto dell’indagine dal mondo esterno nel mondo interiore. La filosofia platonica e l’aristotelica si erano mostrate impotenti a risolvere nel campo delle istituzioni politiche i problemi della vita pratica e a realizzare nell’ambito dello Stato il compimento del dovere e del benessere umano; mentre gli Stati, che aveano costituito il sostrato o il modello della speculazione platonica ed aristotelica, decadevano e ruinavano, esauriti, sotto l’incalzare degli avvenimenti e di esigenze più vaste. La filosofia stoica, con un proposito eminentemente pratico, sorgeva per risolvere, fuori e indipendentemente dalla politica, il problema morale, ponendo termine al dualismo e al contrasto platonico e aristotelico tra mondo interiore ed esterno, tra il pensiero e la realtà, col dare la prevalenza all’elemento razionale e col cercare nell’equilibrio dello spirito e nella conformità dell’azione individuale all’ordine razionale quel benessere e quella regola della vita, che inutilmente erano stati chiesti ed ora non si potevano neppur più chiedere ad uno o ad un altro ordinamento politico.