Un prospetto[914] tratto dalla Notitia dignitatum lascia vedere, anche ammettendo che l’effettivo non rispondeva pienamente a’ quadri, come questa forza armata si stendeva per tutto l’Impero quale una vasta rete di ferro; e il suo costo — retribuiti com’erano i pretoriani a settecentoventi denari, le coorti urbane a trecentosessanta e i legionari a dugentoventicinque[915], oltre gli eventuali aumenti di paghe e i donativi — era tutt’altro che indifferente.
Le imposte escogitate a tenere insieme questa macchina immane dell’Impero con i suoi parassiti, i suoi sostegni, le sue dissipazioni dovevano per necessità crescere oltre misura; e più pesanti e più deleterie le rendevano i sistemi vessatori di esazioni, che, rilevati tante volte, hanno reso quasi un luogo comune questo argomento.
A misura che si procede verso il periodo più avanzato dell’Impero si ha il senso di tutto questo disagio, che lasciava la sua impronta su tutte le manifestazioni della vita, anche le più ingannevoli e simulatrici di un fasto apparente; e, per quanto se ne vogliano ritenere caricate le tinte, si ha l’impressione della povertà crescente di capitali, dello stremarsi delle energie produttive, dell’esaurimento della ricchezza.
L’Impero aveva per molto tempo instaurata la pace, ma, come l’uomo che sente nel momento di riposo tutta la stanchezza di uno sforzo eccessivo, in quello stesso periodo di pace le popolazioni dovevano cominciare a sentire gli effetti del malessere che covava segreto.
Le grandi razzie delle guerre fortunate e quelle de’ primi tempi del dominio avevano alimentato in maniera fittizia l’economia pubblica del popolo dominante e larvata così la realtà delle cose, ma la realtà delle cose, in quel riprendere che la vita faceva regolarmente il suo corso, aveva il sopravvento, e le riserve già esauste non davano altro alimento o lo davano appena.
D’altra parte, nell’ambito stesso dell’Impero e per effetto della nuova organizzazione, veniva sorgendo e si diffondeva un tenore di vita più alto. Il vasto sviluppo della rete stradale, i comuni rapporti con Roma, centro e luogo di convegno universale, il commercio, l’esercito creavano correnti di scambio, dove più, dove meno forti, persistenti o intermittenti; e tutto ciò, con la conoscenza di nuovi usi e di nuovi prodotti, con l’allargarsi degli orizzonti e il progredire della vita civile creava nuovi bisogni, solleticava nuovi desideri e quindi suscitava nuove attività e nuovi rami di produzione. Per quanto lo sviluppo limitato dell’industria antica e il suo esercizio per opera di artigiani non fosse molto favorevole alla sua facile diffusione su zone più larghe e al suo rapido innesto in diversi paesi[916], in maniera sia pure lenta e in proporzioni sia pure modeste, almeno le arti e i mestieri rispondenti a’ nuovi più impellenti bisogni riescivano a trapiantarsi. Se ne’ paesi, ove la tradizione di certi rami di produzione mancava od era stenta, i Romani, direttamente almeno, non riescivano a suscitarli; dove l’industria era bene avviata esercitavano su di essa la loro azione con la crescente dimanda e la maggiore esportazione[917]. Il lusso delle corti e delle classi abbienti, la necessità di rifornire regolarmente la vasta gerarchia e gli eserciti disseminati pel territorio dell’Impero, spingevano, poichè non si poteva più provvedere in forma tumultuosa col diritto di guerra, ad assicurare cespiti continui di rifornimento, anche, all’occorrenza, sotto gli auspici e la direzione dello Stato.
Così l’esigenze di alcuni e il bisogno di altri, la ricchezza di questi e l’indigenza di quelli, la tradizione incoraggiata e fomentata e la facilità d’assimilazione, erano come tante forze cospiranti che suscitavano, per quanto certe condizioni sfavorevoli lo permettevano, la produzione e obbligavano a mettere in movimento il lavoro quelli che dell’opera altrui avevano d’uopo per sopperire a’ propri bisogni, ed erano costretti a ricorrere al lavoro libero, unico rifugio di chi, non riescendo a collocarsi tra gli abbienti o tra i loro parassiti, doveva al lavoro domandare i mezzi di sussistenza.
Uno sguardo infatti alle condizioni dell’Impero fa scorgere questo generale allargarsi di una operosità produttrice, che, se molte volte non aveva il rigoglio de’ paesi ricchi, rivelava nondimeno delle forze quasi dovunque messe in movimento, sia pure per soddisfare in forme rudimentali alle esigenze della vita sociale.
Le proporzioni e le forme precise di questa produzione non si lasciano rigorosamente stabilire e determinare[918]; e probabilmente incorre in un’esagerazione chi, quasi spostando nell’antichità, con criteri anacronistici, un’immagine magari assai attenuata dell’industria moderna, dà all’industria di questo periodo come impronta generale il tipo della fabbrica[919] e le concede uno sviluppo e una proporzione maggiore di quella che potè avere.
Le fabbriche non mancarono, e n’ebbero non poche anche lo Stato e la casa imperiale[920], senza tuttavia che la fabbrica — come del resto lo fa ammettere anche lo stremarsi de’ capitali e il decrescere della ricchezza — costituisse il tratto caratteristico della produzione del tempo.