E ciò s’accorda anche meglio con la diffusione sempre maggiore del lavoro libero, non inconciliabile con l’esistenza della fabbrica, ma pur meglio rispondente, per l’antichità, ad altre forme dell’attività produttrice de’ manufatti.

Nella stessa tradizione letteraria il lavoro libero si affaccia già non di rado.

Vespasiano si rifiutava di adottare il congegno suggerito da un meccanico a trasportar con poca spesa delle colonne in Campidoglio per non togliere una fonte di guadagno al popolino, che dunque lavorava per mercede[921].

Il padre dello stesso imperatore era un imprenditore di lavori agricoli[922]. Il padre di Massimo era un fabbro, o, secondo altri, un costruttore di veicoli[923]. Mario, uno de’ trenta tiranni, fu ucciso da un operaio, che aveva già lavorato nella sua officina[924]. Il padre di Pertinace era un negoziante di legname e aveva in Liguria un esercizio, che Pertinace, divenuto imperatore, seguitò a menare innanzi per mezzo de’ suoi servi[925].

L’Historia Augusta accenna, a più riprese, ad operai lavoranti per mercede[926].

Il diffondersi del lavoro manuale è pure mostrato dalle imposte che lo colpivano[927]. In Oriente i Romani l’avevano trovate e le avevano mantenute. Caligola tassava con misura generale i salari de’ facchini[928]. Alessandro Severo, nell’atto stesso che riordinava corporativamente arti e mestieri, imponeva sugli operai che l’esercitavano un’imposta di cui si serviva per costruire le terme[929]. Dello stesso imperatore è detto, come una particolarità, che adoperò de’ servi suoi come cuochi, panattieri, pescatori, gualcherai e bagnini[930]; il che lascia supporre che altri si fossero serviti e si servissero per quelle incombenze di mercenarî, servi o liberi, non importa.

Le corporazioni di mestieri che, perdendo il carattere indistinto e non bene definito dell’epoca repubblicana[931], venivano insieme sviluppandosi e acquistando uno schietto carattere corporativo e si avviavano a diventare una parte sempre più importante o integrale dell’ingranaggio dell’economia pubblica e dello Stato: le corporazioni di mestiere, con questa nuova fase della loro vita, mostrano, anch’esse, quale funzione prevalente esercitasse il lavoro mercenario e come surrogasse il lavoro servile.

Più volte, innanzi, si è rilevato come il vero elemento della trasformazione economica, che menava alla fine della schiavitù, stesse nel carattere mercenario, che progressivamente veniva assumendo il lavoro, e che lo stato libero o servile del mercenario costituiva un’accidentalità, mentre, in ogni caso, si venivano separando e contrapponendo la materia di lavoro e la mano d’opera prima appartenenti ad una sola persona, e si procedeva verso il salariato, dove e quando condizioni diverse, sotto la forma dell’artigianato e della produzione domestica, non riunivano di nuovo, ma in maniera diversa, materia di lavoro e mano d’opera.

Tuttavia la composizione delle corporazioni è tale che se ne rileva non solo il progresso del lavoro mercenario, ma il fatto ch’erano i liberi ad esercitarlo.

Liberi erano i componenti le corporazioni di barcaiuoli del Rodano e della Saona[932] e, in generale de’ navicularii incaricati de’ pubblici trasporti[933]; liberi i membri de’ collegi de’ pistores[934]; liberi gli operai delle fabbriche d’armi[935], delle zecche[936]; e “dovunque — crede poter soggiungere il Waltzing[937] — anche nelle manifatture e nelle cave, i lavoratori erano uomini liberi. Gli schiavi non sembra che facessero parte d’alcuna corporazione [di mestiere s’intende]; ove se ne trovano, bisogna ammettere che sono di proprietà del collegio o dello Stato. Tali erano quelli che lavoravano incatenati ne’ panifici, nelle manifatture e nelle miniere. Occorre aggiungervi i condannati o servi della pena.