Nel periodo epico della conquista e in quello che lo seguì più da vicino fu come una gozzoviglia gigantesca, resa più dolce da una felice spensieratezza de’ vincitori, mentre nello strepito della grande orgia perivano soffocati o si perdevano inascoltati i lamenti degli oppressi e le preoccupazioni dell’avvenire.

Ma, come una Nemesi seguace, inesorabile, sorgente dalla forza stessa degli elementi e ad essi indissolubilmente congiunta, la carie procedeva lenta, implacabile, senz’arrestarsi mai, segnando i giorni omai contati di quell’organismo nell’aspetto sempre più fiorente e sempre più ròso di dentro.

L’Impero aveva cercato di apportare qualche rimedio alle rapine, alle ruberie, alle vessazioni delle provincie; ma, anche quando vi era riuscito, si poteva dire che avesse curato il male alla superficie.

Certamente esso non aveva potuto, nè poteva mutare radicalmente tutta quella viziosa organizzazione economico-sociale.

Se la piccola e la media proprietà, come del resto è naturale, non erano assolutamente, nè ovunque scomparse[910], i latifondi nondimeno perduravano e progredivano anche, specie nelle regioni più ubertose come l’Africa[911]. Così, molte volte, la piccola e la media proprietà, anche perdurando, erano sopraffatte dalla concorrenza soverchiante, dal peso delle imposte, da’ danni de’ tempi incerti per essi più sensibili, dal cancro del debito; e così della proprietà finivano per conservare l’apparenza più che non la sostanza, anche quando dal novero de’ proprietari non passavano in quello degli affittuari, rimanendo con questa mutata qualità sul loro antico podere.

L’Impero si era venuto e si veniva in tal modo a trovare faccia a faccia con un proletariato già numeroso e forse sempre crescente; ed esso stesso era stato obbligato a mantenere, a rendere stabili, ad accrescere e ad allargare quelle forme di assistenza[912], che assorbivano, per via diretta e indiretta, col loro effetto immediato e con la loro ripercussione, tanta parte delle risorse del dominio.

Una delle stesse maggiori benemerenze dell’Impero, il consolidamento e lo sviluppo di una regolare amministrazione, si era convertito in un’altra fonte di aggravi e di spese, e la gerarchia era divenuta sempre più numerosa e complicata sino a raggiungere forme e proporzioni straordinarie. Infatti, ne’ tempi più avanzati dell’Impero, lo Stato si sentiva spinto ad accrescere le sue funzioni ed estendere la sua azione, e si cercava d’altra parte nella gerarchia l’unità del dominio, che si sfaldava e si disgregava da tutte le parti premuto da forze esterne e dissolto dal formarsi che facevano più autonomi e più coerenti aggregati sulla base di rapporti etnici e di sviluppati centri e rapporti locali.

La forza armata di terra e di mare aveva dovuto poi ricevere uno sviluppo considerevolissimo per proteggere i vasti confini dell’Impero, assicurare la quiete interna e la regolare funzione di servizi pubblici inerenti alla soddisfazione de’ più elementari bisogni della popolazione e dello Stato.

L’esercito era divenuto stanziale, e le legioni da cinquanta ridotte a diciotto dopo Azio, indi avevano cominciato a risalire sino a raggiungere il numero di ventitre, di venticinque, di trenta, poi di trentatre tra Settimio Severo e Diocleziano, e dopo questo si erano accresciute sino ad arrivare a sessantacinque. E intorno alle legioni si aggruppavano e si diramavano le flotte, le truppe ausiliarie, le truppe accasermate in Roma, le milizie provinciali e municipali[913].

In quel progressivo disgregarsi del dominio l’esercito, come il maggiore e più diffuso corpo organizzato, diveniva il creatore e la base del potere politico. Chi legge il Codice teodosiano vede come l’esercito dava la sua impronta alla stessa amministrazione civile, e intorno ad esso si aggruppavano e si condensavano, come a centro, tutte le altre funzioni e attività dello Stato.