Dato lo scarso sviluppo delle forze produttive, che toglieva il modo di sopperire in maniera facile e soddisfacente a’ bisogni più immediati di tutti, un sistema sociale, ove ognuno fosse obbligato a provvedere da sè alla propria sussistenza, sarebbe stato un inceppo allo sviluppo di più alte forme di civiltà e avrebbe costituita la condizione di una permanente mediocrità.

Il parassitismo oggi, dato lo sviluppo delle forze produttive, capaci di sopperire a’ bisogni universali, non costituisce per noi una condizione relativa di civiltà; anzi è causa di una relativa sosta del progresso morale e intellettuale; ma nell’antichità si presentava come una condizione obbiettiva di progresso, che trovava la sua manifestazione e il suo strumento successivamente, con vicenda continua, in popoli diversi, a misura che un processo intimo di degenerazione, facendo luogo ad una sopraffazione esterna, dava all’un popolo sull’altro le condizioni della supremazia politica e della superiorità civile.

La guerra e l’arte di rendere più o meno stabili e fruttifere le sue conseguenze erano il mezzo per accentrare in un popolo la ricchezza di molti popoli, in una classe la ricchezza dello stesso popolo sovrano.

Su questa base si era sviluppata la civiltà ateniese; su questa base, in ambiente più vasto, con maggior forza assimilatrice e per più lunga durata si era sviluppata la civiltà romana, riassumendo e propagando tutte le civiltà precedenti.

Senonchè, questo parassitismo, per quanto glorioso e benemerito della civiltà, aveva in sè stesso i germi della sua distruzione; e, a lungo andare, per la sua persistenza, pel suo abuso e per il lavoro improduttivo necessario a sorreggerlo, si risolveva in una causa di enorme depauperamento, tanto più grande e sensibile quanto minore era la potenzialità produttiva del mondo antico.

L’Impero romano era una forma di organizzazione politico-sociale troppo costosa e dissipatrice di forza.

Nella forma più appariscente e diretta, i paesi dominati dovevano cominciare dall’alimentare buona parte della popolazione di Roma e poi anche di Costantinopoli, ciò che, già sin dalla fine della repubblica, importava una spesa, che, per quanto calcolata approssimativamente, si può considerare abbastanza notevole[909].

Ma tutto ciò si poteva dire ben poco in proporzione al resto.

A misura che il lusso, lo spreco e la corruzione crescevano, si turbava sempre più ogni possibile equilibrio tra la produzione e il consumo; e il lavoro improduttivo e le classi semplicemente consumatrici si sviluppavano in ragione inversa e a danno del lavoro produttivo. E il danno immediato e diretto scompariva quasi di fronte a quello mediato e indiretto, ma infinitamente maggiore. L’accumulo della ricchezza destinata allo sperpero non era cercato alla produzione, ma alla speculazione, sotto forma di commerci, di appalti e specialmente di usura, esercitata a larga base e con raffinata durezza sopra tutto verso i provinciali e fomentata e sorretta dalla prevalente posizione politica.

Cresceva, moltiplicandosi e diffondendosi fuor d’ogni misura, la categoria degl’intermediari di ogni risma, che se, talvolta, come commercianti, davano un qualche impulso alla produzione, assai più spesso come pubblicani, affittuari, usurai, inceppavano lo sviluppo naturale della ricchezza, e, per soverchia avidità, ne inaridivano le fonti al modo stesso del selvaggio che per cogliere più agevolmente i frutti abbatte l’albero dal tronco.