E bisogna notare pure come, sotto la pressione costante delle nuove abitudini e per i vantaggi che l’esercizio di un’arte poteva procacciare, il pregiudizio contro il lavoro manuale perdeva sempre più la sua forza.

I collegi, che già in Pompei[945] raccomandavano candidati, divengono molte volte una forza e hanno attestati di considerazione e di onore[946], ricevono lasciti.

L’esercizio de’ mestieri doveva sembrare omai a molti così poco atto a diminuire la loro considerazione personale e il loro prestigio morale, che in tante lapidi sepolcrali si aveva cura d’indicarlo con frasi talvolta amplificative. Molte altre volte questa indicazione era fatta in forma che meglio dava all’occhio con appositi anaglyfi rappresentanti i ferri del mestiere e gli strumenti professionali[947].

Ma l’importanza, la diffusione, e la frequenza del lavoro mercenario, prestato e retribuito in tutte le forme, ci son mostrati in tutta la loro estensione dall’Edictum de pretiis rerum venalium di Diocleziano[948], che ci mostra così, come in un quadro sinottico, la funzione sociale varia, attiva e molteplice del lavoro mercenario all’aprirsi del quarto secolo (301 d. C.), tempo della promulgazione. Mentre da un lato l’Editto prende a considerare e a regolare i prezzi de’ prodotti già belli e compiuti, dall’altro attende a regolare i prezzi della mano d’opera nelle varie sue forme e vi porta la stessa cura minuziosa, la stessa diffusione analitica che aveva portata nell’elenco de’ generi di consumo e de’ manufatti. Il lavoro del contadino, del muratore, del falegname, quello del fornaciaio, del mosaicista, del pittore d’ornato e di figure, del costruttore di veicoli e di barche, del fabbro, del fornaio, del mattonaio, del mulattiere, dell’asinaio, del conduttore di camelli, del veterinario, del flebotomo, del barbiere, del tosatore di pecore, vi sono tutti destintamente considerati[949]. Segue poi l’elenco de’ lavori in metallo[950], a cui fanno seguito, alla loro volta, i lavori de’ formatori, de’ portatori d’acque, dell’espurgatore di cloache, dell’arrotino[951], e poi, in tutte le loro suddivisioni e distinzioni, il lavoro degli scritturali, quello de’ sarti, degl’insegnanti, degli avvocati[952], nella cui immediata vicinanza, senza criterio di ordine, si parla de’ bagnini[953]. E finalmente l’Editto, riprendendo, dopo essere passato a considerare altri manufatti, le mercedi del lavoro, si occupa de’ ricamatori, de’ tessitori di seta e di lana e de’ gualchierai[954].

Si è cercato, naturalmente, di mettere a profitto il tasso de’ salari stabilito dall’Editto per dedurre quale fosse la condizione delle mercedi a quel tempo; ma se ne sono tratte le più disparate conseguenze.

L’Editto fissa mercedi di proporzioni assai diverse per i diversi generi di lavoro; ma fanno difetto i termini di paragone, a cui riferirli per trarne analoghe conseguenze.

Il salario giornaliero dell’operaio di campagna, fissato nell’Editto a venticinque denari[955], cioè a cinquantaquattro press’a poco de’ nostri centesimi, è stato messo in relazione col salario giornaliero di un lavoratore comune, valutato da Cicerone[956] a dodici assi, uguali press’a poco a sessantadue e mezzo de’ nostri centesimi. Ma si è fatto osservare[957] che questa costanza approssimativa del salario dopo tre secoli circa è soltanto apparente, quando si valuti in oro il valore del denaro posto a base della tariffa dioclezianea; giacchè, con questo calcolo, il salario giornaliero al tempo di Cicerone veniva a corrispondere a più di ottantuno centesimi, al tempo di Luciano a più di settantatre centesimi e al tempo di Diocleziano a soli cinquantadue centesimi. La condizione de’ lavoratori quindi sarebbe divenuta molto peggiore al tempo di Diocleziano, tanto più che era salito il prezzo del grano e quello del vino.

Una valutazione critica de’ prezzi dell’Editto di Diocleziano suggeriva ad un autore la conclusione che il salario in moneta del giornaliero ai tempi di Diocleziano è, rimpetto al minimo necessario per l’esistenza, di alcuni centesimi più elevato che non i corrispondenti recenti salari della Germania e dell’Italia[958].

Se non che non è sfuggito che nell’Editto di Diocleziano si tratta di misura massima del salario, ciò che impedisce di considerarlo come salario effettivo o di prenderlo come medio.

Inoltre, come si è accennato altra volta, il dato ciceroniano è così vago, e non si saprebbe da due dati isolati e disparati trarre conclusioni sode e positive sull’oscillazione de’ salari nelle due epoche lontane.