Qua e là, nondimeno, documenti di non poca importanza dànno un punto di appoggio concreto per ricongiungere, con una linea ideale e continua, le conseguenze ultime, indistintamente riassunte nelle posteriori condizioni di vita, e lo stato anteriore, meglio noto nelle sue cause e ne’ suoi effetti.
I conti de’ templi di Delo ci mostrano come anche là, nel terzo secolo, si rendessero sempre più distinti nella funzione del lavoro quei fenomeni già notati in Atene: l’appalto, e, accanto al lavoro retribuito a giornata, il cottimo che acquista un posto sempre più considerevole[456]. L’uso di retribuire un singolo servizio, con riguardo alla sua importanza e alla sua durata, trova il suo riscontro nell’esiguità di alcuni compensi[457], e mostra anch’esso, come, via via, il movimento più rapido della vita economica, facesse sorgere la convenienza di sostituire a questo rapporto perpetuo e personale del padrone e dello schiavo un rapporto meramente reale e temporaneo, consistente nello scambio di servigi e di valori. L’opera servile vi comparisce poi in forma affatto eccezionale; ed, anche là dove comparisce, vi appare con una fisonomia sua speciale, con un corrispettivo annuo determinato di alimenti e di vesti. Un simile contratto, che compensa col solo mantenimento i servigi prestati, ha luogo pure con persone, il cui stato si è voluto riguardare come servile, ma che non si può fuor d’ogni dubbio ritenere come tale[458].
XXXVI.
Notevole del pari è la notizia degli schiavi del Laurio ridotti, nella seconda metà del secondo secolo, a mille[459].
Notevoli, ancor più, sono le numerosissime epigrafi di manumissioni della Grecia settentrionale negli ultimi due secoli: un fenomeno davvero degno di ogni attenzione.
Dal secondo secolo in poi, queste manumissioni, sotto forma, talvolta, di dedicazioni e, assai più spesso, di vendita alla divinità cominciano a spesseggiare nella Beozia[460], nella Locride[461], nella Focide[462]; e nelle iscrizioni delfiche, finalmente, raggiungono un numero davvero esorbitante[463].
Ora qui non si può trattare nè di un fatto accidentale, nè di una cosa trascurabile.
L’aumento delle manumissioni suol essere uno degl’indizi esteriori più visibili di una crisi della schiavitù; e a tale stregua vogliono essere considerate quelle manumissioni.
Se possono essere considerate come atti religiosi e spiegate con moventi analoghi altre epigrafi della Grecia settentrionale, che, nella loro forma primitiva e rudimentale, appariscono come semplici dedicazioni, come offerte alla divinità[464]; ciò non è più possibile nelle iscrizioni di Delfo. In esse la divinità entra per una ragione d’ordine esclusivamente giuridico, cioè per compiere una vendita, che spogli il padrone dagli antichi suoi diritti senza investirne un’altra persona reale capace di esercitarli e disposta a farne uso, quando ne fosse investita.
Il motivo della manumissione è schiettamente e incontrastabilmente utilitario. La libertà assoluta è d’ordinario pagata a buon prezzo, ad un prezzo maggiore di quello che potesse allora avere uno schiavo. Ma, molte altre volte, il più delle volte, il manomesso si obbliga a rimanere ancora presso il padrone per tre, per cinque, per sei anni[465], ed anche fin che il padrone viva, prestando tutta l’opera sua[466]; si obbliga pure a farlo suo erede, nel caso che muoia senza prole, od anche incondizionatamente[467]; a fargli l’esequie e rendergli altri uffici funerarî[468], ad alimentarlo, a educargli i fanciulli[469], ad alimentare i suoi proprî genitori od altre persone, secondo l’interesse del manumittente[470], e così via ad un’altra serie di obblighi di vario genere; obblighi alla loro volta commutabili in denaro, talora per convenzione espressa, che include anche la probabilità di anticipare la libertà definitiva, mediante una sostituzione di persona.