Una delle maggiori preoccupazioni de’ padroni, che si riflette ripetutamente e con insistenza negli agronomi, era la cura di non tenere inoperosi questi schiavi, che rappresentavano al tempo stesso un capitale fisso e circolante, un impiego ed una spesa corrente. Ma, per quanto essi facessero, ciò non sempre poteva loro riescire completamente.

Dove le culture erano variate, era più facile adoperare successivamente gli schiavi in lavori d’ordine vario, adatti alle diverse stagioni, senza peraltro che si potesse mettere rimedio agli ozi forzati e talora assai lunghi voluti dalle vicende atmosferiche e dal corso della vegetazione. Ma, dove, come poteva accadere ne’ fondi più limitati o in paesi di clima e di costituzione meno propizia, la coltura era uniforme; s’imponeva la scelta tra un personale insufficiente o esuberante, con tutti gl’inconvenienti dell’una cosa e dell’altra e la necessaria dipendenza dalla mano d’opera mercenaria. Sotto questo rapporto, al pari che da altri punti di vista come la minore produttività e il rapido sfruttamento della terra, la schiavitù, secondo è stato bene osservato[588], appare come il termine correlativo del latifondo, causa ed effetto di essa, ad un tempo.

A questi ozî forzati sembravano forse rimedio quelle intraprese sussidiarie di genere industriale, che, sotto le forme più modeste di industria casalinga o sotto quelle più sviluppate di fabbrica, andavano sorgendo nelle tenute di campagna, favorite anche dalla presenza della materia prima, dal minor costo de’ lavoratori. Ma quest’impiego alternato degli stessi servi in lavoro di carattere diverso precludeva tutti i vantaggi della divisione del lavoro, e si ripercoteva così sotto forma di altri inceppi e di altri inconvenienti sull’uso degli schiavi.

La continuità del lavoro, poi, anche quando non era elusa con tutti gli espedienti[589], e le trovate che la malavoglia, l’astuzia e altri sentimenti consimili potevano suggerire, non sopperiva alla qualità deficiente del lavoro, dovuto all’incuria, all’inesperienza, alla mancanza d’interesse.

Nell’esporre le forme sempre più differenziate e complesse, che l’agricoltura veniva assumendo, gli agronomi hanno, non di rado, occasione di notare come a certo genere di lavori, di colture e di allevamenti occorresse avvedimento, solerzia ed abilità non poca; tutte cose che spesso mancavano agli schiavi per la brutalità deprimente, in cui crescevano, e spesso anche erano trascurate, come un modo di reazione verso il padrone. In ogni caso la maggiore abilità rappresentava un valore ed un costo maggiore. Columella[590] nota bene come il buon vignaiuolo costava ottomila sesterzi, e tutti quelli che, per impotenza o per inesperienza, credevano di potergli sostituire uno schiavo d’accatto, s’accorgevano alla raccolta quanto fosse errato il calcolo dell’avaro, o impotente il proprietario a corto di capitale. E il guadagno che Catone faceva, istruendo o facendo addestrare gli schiavi inesperti per poi rivenderli[591], mostra quale differenza vi dovesse essere tra il prezzo di alcuni e di altri.

In verità la lentezza de’ progressi dell’agricoltura nel mondo antico è in gran parte dovuta all’impiego degli schiavi.

Vi è chi calcola[592] che, indipendentemente da ogni moderno uso di macchine, l’agricoltura romana impiegava il quadruplo o il quintuplo de’ lavoratori che noi impieghiamo per ottenere lo stesso prodotto.

Il sistema della mietitura in Italia era peggio che rudimentale; e basti dire che si tagliavano, in due volte, prima le spighe e poi gli steli[593], ciò che, oltre a tutti gli altri inconvenienti, avea quello di raddoppiare il lavoro. Si conosceva anche talvolta il mezzo di accrescere il prodotto[594], ma non veniva usufruito. Mancava l’impulso, che, come con una pressione costante, spinge a produrre più e a più buon mercato; mancava l’iniziativa e l’interesse di chi è a diretto contatto con i campi, e, contendendo con gli altri produttori e con la natura stessa, cerca di accrescere la produzione della sua azienda. Il piccolo possidente, per la scarsezza de’ suoi mezzi, per la ristrettezza de’ suoi orizzonti, per la piccolezza del fondo che lo rendeva inadeguato agli esperimenti e a certi mezzi più costosi di produzione, come, sempre, era disadatto all’introduzione di metodi di cultura nuovi e più progrediti e rimaneva stretto a’ sistemi tradizionali, compensandone in qualche modo l’insufficienza con un lavoro più assiduo, più esercitato e sorretto dal diretto interesse.

Il latifondo italico si volgeva agli allevamenti e alla produzione de’ generi di consumo richiesti da’ centri cittadini vicini e da Roma; e la produzione de’ cereali, divenuta molte volte sussidiaria[595], riesciva a mantenersi in una proporzione limitata per la possibilità di reintegrare la terra sfruttata col concime dato dagli abbondanti allevamenti, per l’abbondanza degli schiavi, per la sua lunga esenzione da’ pesi che gravavano le terre provinciali. Impiegare capitali nella terra, intensificarne la coltura, oltre che inutile, sembrava molte volte rischioso[596]. Così l’agricoltura italica procedeva stracca, quasi per virtù d’inerzia, con un automatismo, di cui la forza iniziale ogni giorno si veniva sperdendo.

E non è senza interesse il notare come la maggior parte de’ miglioramenti ne’ mezzi di produzione e specialmente negli strumenti rustici venisse dalle provincie, specialmente dalle Gallie.