Dall’Africa veniva un istrumento da trebbiare più progredito (tribula)[597], che si sostituiva al metodo affatto primitivo di trebbiare in uso in Italia.
Ma progressi anche maggiori vennero dalle Gallie.
Ivi un sistema più razionale d’innestare le viti[598]; ivi meno dispendiosa e più razionale la falciatura dell’erba.
Era dalle Gallie che veniva la nuova forma d’aratro a ruote, che, riversando le zolle e sommergendo l’erbacce, rappresentava un notevole progresso[599]. Nelle Gallie stesse, non solo la mietitura non esigeva un lavoro doppio come in Italia, ma si faceva con una specie di macchina, spinta da animali e guidata dall’uomo, che importava un grande risparmio di tempo e di fatica[600].
E non si trattava di fatto casuale, nè di ragioni meramente accidentali.
L’introduzione dell’ultimo ingegnoso e complicato ordigno non era dovuto, come un antico voleva, alla necessità da parte de’ Galli di utilizzare la paglia: anche nell’agricoltura italica, come si rileva dal libro di Catone, la paglia era molto utilizzata, e più ancora se ne sentiva il bisogno appresso, a’ tempi di Palladio, col ridursi della coltura de’ cereali.
La ragione forse n’è ben più intima e complessa.
Da quel poco che ci dice Cesare della Gallia preromana[601], dalle sue notizie sullo sviluppo della clientela e l’esercizio dell’usura, che riproduceva uno stato sociale analogo a quello di Roma nel periodo di maggiore sviluppo del nexum, si può argomentare che la schiavitù non vi era sviluppata in maniera notevole. Ora la conquista romana, le strade, che mettevano sempre più in relazione le varie regioni della Gallia con la provincia narbonense e con un emporio commerciale come Marsiglia, fecero sì che, in periodo relativamente breve, la terra coltivata si dovette allargare a spese de’ boschi e delle paludi; e la relativa scarsezza di lavoratori e il costo della mano d’opera, come accade, costringeva a cercare loro un surrogato ne’ mezzi meccanici, conciliabili con lo stato de’ tempi e suscettibili di compiere il lavoro con risparmio di tempo e di opera umana. Per giunta il tributo, da cui per tanto tempo il suolo d’Italia andò esente e che gravava invece il suolo delle provincie, obbligava queste, se col suo eccesso non ne stremava la potenzialità economica, a cercare e praticare le forme e i metodi di cultura meno dispendiosi e più rimunerativi[602].
Ma, a misura che il terreno sfruttato diveniva più ingrato e la concorrenza si faceva più viva e la vita economica più complessa; a misura che le conseguenze stesse dell’economia servile, accumulandosi, divenivano più sensibili; si faceva strada in maniera sempre più distinta e insistente la nozione della improduttività e degli svantaggi del lavoro servile. Si veniva maturando il tempo, in cui Plinio[603] avrebbe detto che la peggiore cosa era affidare la cultura de’ campi a’ servi degli ergastoli, il cui lavoro è poco produttivo come tutto ciò che si fa da disperati. È una specie di ravvedimento che si scorge già spesso in Columella, il quale, se anche non condanna in forma astratta ed assoluta il lavoro servile, lo viene a condannare in concreto per la maniera, come lo vedeva funzionare sotto i suoi occhi[604].
E la condanna del lavoro servile risultava anche implicitamente dalla condanna che sempre più colpiva il latifondo[605], termine correlativo della schiavitù e delle forme affini, ne’ tempi e ne’ luoghi di uno stato agricolo rudimentale.