Anche poi a chi non appariva la relazione stretta, che correva tra la schiavitù e questo stato di malessere dell’agricoltura, non potevano rimanere occulti, nè passare inosservati, tanti altri fatti, che per la ripetizione continua e la quotidiana esperienza di ognuno o per la loro stessa grandiosità si rendevano perspicui agli occhi di ognuno ed esercitavano automaticamente la loro azione, come impulso a cercare surrogati della schiavitù.

Già nella più antica tradizione appare come i servi fossero considerati quali un pericolo permanente, pronti a servire d’istrumento in mano agli ambiziosi e a’ ribelli, disposti a tendere la mano a’ nemici in occasione di qualche assalto[606]. Ora, quanto più il loro numero si andava accrescendo e si trovavano insieme in grandi masse, lo spirito di rivolta ed il proposito di emancipazione ne aveano eccitamento ed aiuto.

Nel 335/419 si ha già l’esempio di una vera e propria cospirazione diretta a occupare il Campidoglio e mettere in fiamme la città[607]; e l’ardimento del proposito e la preoccupazione che destò, mostrano come si fosse sviluppata la schiavitù e quanto grande fosse il pericolo.

Col secolo sesto e coll’ampliarsi dell’economia servile, congiure e rivolte divengono sempre più gravi e pericolose, come quella di Apulia del 569/185, dell’Etruria del 558/196, del Lazio del 556/198, dove gli schiavi furono a un punto d’impadronirsi per sorpresa di Setia e Preneste[608].

Nel 621/133 centocinquanta schiavi venivano decapitati a Roma, quattrocentocinquanta a Minturnae, quattromila a Sinuessae; e contemporaneamente rivolte più vaste scoppiavano a Delo, nelle miniere dell’Attica, nel regno di Pergamo[609]. Più tardi altre ne accadevano a Nuceria, a Capua, nel Bruzio, e quel che dovea fare più sensazione era vedere alla testa degli schiavi Vezio, un cavaliere romano, contro cui bisognava che movesse un console con una legione[610].

Le congiure e le rivolte prendevano aspetto e proporzioni di guerre, come mostravano le guerre servili della Sicilia e quella de’ gladiatori in Italia.

In Sicilia l’economia servile avea avuto tutto il suo più completo sviluppo.

La dolcezza del clima e l’avvicendarsi de’ monti e de’ piani, de’ boschi e delle marine la rendeva adatta ad una pastorizia esercitata su larga misura, che infatti vi era fiorita con tanto rigoglio, riflessa perfino in una speciale forma letteraria.

La sua naturale fecondità, la sua relativa vicinanza a Roma, di cui vezzeggiativamente era detta un fondo suburbano e l’incetta di frumento che Roma preferibilmente vi faceva ad alimentare la sua plebe e a provvedere a’ bisogni della sua annona, portava, finchè le cause di decadenza non si vennero svolgendo, a dare un impulso sempre maggiore alla cultura del frumento.

L’economia agricola siciliana poi si presentava con alcuni suoi caratteri particolari.