I lunghi dissensi civili seguiti dalle lunghe guerre aveano operata una selezione accentratrice nella classe de’ proprietari, e il latifondo, favorito anche dalle condizioni topografiche e idrografiche della regione e rimasto poi sempre come il tipo dell’economia agricola dell’isola, si era venuto sempre più formando e allargando sotto l’azione delle devastazioni, delle confische, delle successioni avvenute in un periodo così lungo e così agitato, e del lusso, figlio di tutti i bisogni di un più elevato stadio di civiltà.
In un paese esportatore, come la Sicilia, facilmente l’agricoltura da un semplice mezzo di vita si converte in una industria; ma la conquista romana era fatta per imprimerle viepiù questo indirizzo. La tendenza alla speculazione, fomentata e promossa nella società romana dalla progrediente accumulazione di ricchezze, in nessun luogo poteva trovare uno sfogo più facile e impiego e più comodo come nella vicina Sicilia sotto forma di acquisti di terre, di appalti, di locazioni di fondi rustici. L’una intrapresa, come accade, ne richiamava un’altra e portava ad associarne una terza. Era anche quello il tempo in cui le guerre fortunate e la crescente estensione del dominio romano fornivano a dovizia gli schiavi; e la Sicilia, gettata come un ponte tra i punti più diversi del mondo soggiogato, in prossimità de’ più fiorenti mercati di schiavi, a contatto diretto con la pirateria, che ne forniva in abbondanza, era forse de’ paesi dove più facilmente e a più buon mercato si potesse procacciarsi degli schiavi, completandone all’occorrenza, in certi lavori temporanei e sussidiari, l’opera col concorso di un proletariato miserabile[611].
Le aziende agricole vennero così in gran parte in mano di membri dell’ordine equestre romano e di altri speculatori: tutto l’agro leontino, il più ricco e il più fecondo, avea solo ottantaquattro fittavoli, il cui numero si andava sempre più restringendo[612]. Intanto il pagamento delle decime, l’incetta pubblica stabilita dalla legge Cassia Terentia a prezzi determinati dallo Stato, le vessazioni che non mancavano[613], congiunte al bisogno di assicurarsi un margine di lucro e all’avidità di ampliarlo, portavano a restringere quanto più fosse possibile le spese di produzione; e la maniera più facile e più comoda, specialmente per latifondisti lontani, era quella di ridurre, quanto più fosse possibile, il costo di manutenzione degli schiavi. Il paese meridionale, che comportava un meno elevato tenore di vita ed un’agevole soddisfazione di più immediati bisogni, favoriva anche meglio questa tendenza; ma, quando le cose si spinsero a tal punto che i padroni si credettero talvolta dispensati perfino di dare il minimo indispensabile a’ loro schiavi rustici e indicarono loro il brigantaggio e il ricatto come mezzo di sussistenza[614] le difficoltà della vita spinte all’estremo e l’esempio proposto si ritorsero contro gli stessi padroni e portarono a una vasta sollevazione.
La guerra, durata una prima volta tre anni (620-22/134-2) pose a dura prova i Romani[615] e la loro signoria sull’isola, e mostrò in quello strumento vocale, come lo chiamava Varrone, in quel gregge umano doti di valore, d’intelligenza e qualche volta anche di temperanza, atte ad essere per i loro padroni oggetto di molta meditazione.
La sollevazione fu alla fine repressa, ma si potè dire domata più che vinta: risorse infatti, poco meno che un trentennio dopo (651/103)[616] con uguale ostinazione e con intento non diverso, e, domata anche questa volta a grande fatica, seguitò a serpeggiare sotto forme più occulte e attenuate, ma anche più persistenti[617].
Nè meno grave fu la guerra di Spartaco(681-2/73-2)[618], che potè mettere le turbe di animali da soma e da macello di fronte agli eserciti consolari e sconfiggerli, e rinnovò la guerra in Italia, quando pareva che ormai non vi dovesse più riapparire, riproducendo, sotto certi aspetti, le preoccupazioni e i terrori della guerra annibalica[619].
Erano queste le rivolte grandi ed aperte, gravi e pericolose, ma che pure si potevano combattere con le armi e stornare come un pericolo che non s’ignora. Senonchè, accanto ad esse e più ancora col loro sparire, v’era la reazione lenta, insidiosa, continua, fatta di resistenze passive, d’inerzie, d’inganni, che non si vinceva e non si domava, se non per farla rinascere sotto altre forme più accanita.
In tutta l’antica tradizione romana compare sempre lo schiavo, che denunzia una congiura, lo schiavo corrotto per tradire il padrone[620]. Era il nemico introdotto nella casa ed appostato nell’ombra, pronto sempre a prendere la rivincita dello stato di soggezione in cui era tenuto, dell’umiliazione in cui viveva, delle sofferenze che non gli potevano mancare. E nel lungo periodo delle guerre civili gli schiavi non mancarono di fare la loro parte[621]. Qualche scrupolo, ch’era come un inconsapevole senso di solidarietà della classe dominante, finiva per cedere all’interesse individuale e diretto del momento e, con un espediente legale, si rompeva il rapporto esistente tra servo e padrone e si raccoglieva la denunzia[622].
Ma, fuori anche di questi casi straordinarî, non era senza le più gravi conseguenze l’infiltrarsi e l’allargarsi nella società romana di una categoria sempre più larga di esseri, considerati, per abitudine, a una stregua diversa da tutti gli altri uomini: non solo riguardati in modo diverso dalle leggi, ma tenuti e fatti estranei a un complesso almeno di sentimenti, di abitudini, di riguardi, che formavano la vita morale degli altri e ne regolavano, ne contenevano in certi determinati confini i rapporti.
Tutti i maggiori impulsi al ben fare, come il sentimento della gloria, quello dell’onore, che elevavano le regole della condotta e, rendendo la vita conforme a virtù, giungevano sino all’alta concezione del dovere, fine a sè stesso, tutte queste cose, per la sfera in cui esso viveva e per la sua mancanza di stato civile e politico, erano per lo schiavo lettera morta. Lo stesso senso di devozione, che talvolta nobilita ed eleva chi dedica tutto sè stesso ad un altro, e in un certo senso avrebbe potuto essere come una idealizzazione del rapporto di schiavitù, trovava spesso inciampo nelle durezze e ne’ contrasti della vita quotidiana; e, in ogni modo, perdeva d’importanza morale per il carattere non volontario ma coatto dello stato servile ed era capace di abbassare ancor più lo schiavo, facendone uno strumento cieco in mano di un padrone cattivo, capriccioso, dissipato.