Niente è più desiderabile che uno stato di vera uguaglianza civile, in cui il desiderio smodato e l’azione eccessiva di ciascuno trovano un limite permanente e un freno salutare nella legittima aspirazione ed azione di altri membri del corpo sociale, il quale così riesce una forma di coesistenza utile alla massa e agl’individui.

Niente invece è più deleterio di uno stato sociale, in cui una classe possa essere impunemente degradata e i diritti di molti negati o impunemente violati, così che alla coordinazione si sostituisca una subordinazione fraudolenta o violenta, e gli uomini, invece di esistenze autonome cospiranti reciprocamente al proprio benessere, divengano strumenti in mano di altri uomini. Come ebbe a dire un cortigiano, ma non servo: “Non ci si appoggia se non su ciò che resiste„; e, dove la resistenza vien meno, viene a mancare ogni base sicura di moralità e di progresso. La facoltà dell’abuso ne diventa il fomite e il generatore immancabile; la intemperanza e la mancanza di freno producono la degradazione in alto, e l’oppressione e le conseguenze di ogni eccesso patito la producono in basso; e così la corruzione, per l’intima solidarietà del corpo sociale, dilaga per tutto, e la società si adagia in un parassitismo che la estenua e la dissolve.

Posti tra gli estremi della obbedienza cieca e della ribellione, gli schiavi piegavano, come verso una risultante, ad una via di mezzo, feconda di mezzi termini, di astuzie, di espedienti, qualche volta ricalcitrando, più spesso cedendo, opponendo la frode alla violenza e cercando quell’adattamento all’ambiente, che, di dedizione in dedizione, sogliono cercare i deboli, salvo a trovare, con la inconsapevole tenacia de’ deboli, tutta una serie di sostitutivi, che, se non ristabilisce in qualche modo l’equilibrio a favor loro, fa, inconsciamente, le vendette della loro disfatta.

Quello che fu detto della Grecia vinta, che, soggiogata, soggiogò Roma, potrebbe, sotto un certo aspetto, ripetersi di questi schiavi, che, arrivando a Roma da paesi di coltura greca, vi esercitavano tutta l’azione resa possibile da una superiorità intellettuale o dalle abitudini della vita vissuta in mezzo a società più raffinate.

Ministri e ministre di voluttà, avvincevano i nipoti di Romolo, che l’avevano incatenati, in una rete di fili sottili ma inestricabili, ove andavano a perdersi il loro vigore e le loro sostanze.

Pedagoghi, si assidevano nella casa; e, per quanto tenuti in una posizione inferiore e magari disprezzati, divenivano i formatori intellettuali dei loro padroni.

Lo stato di soggezione loro e di ogni altro servo e la forzata compiacenza li faceva istrumenti e complici di ogni intrigo de’ figli di famiglia.

Si vedeva il servo lesinata la razione od escluso da’ varî diletti della vita? Ed egli, facendo onore al suo nome antico (fur)[623], se ne rifaceva rubando.

Non poteva liberamente informare alla sua volontà le sue azioni e sostenerne a fronte aperta la coerenza? Ed egli ricorreva alla menzogna, che in lui, così, non soltanto non veniva chiamata vizio, ma arte; non solo arte, ma virtù[624]. Infatti per la degenerazione dei sentimenti, che corrisponde alla degenerazione de’ rapporti sociali, virtù diventa, o ne usurpa il nome, in un determinato ambiente e per quello a cui è utile, tutto ciò che costituisce un impreteribile mezzo di difesa, un inevitabile espediente di vita. Il servo è ingannatore (fallax)[625] per antonomasia, e, all’occasione, è anche spergiuro.

E, quando di fronte alla verga il servo giunse a sorridere, e la dignità e la sensibilità d’uomo furono così bene cancellate in lui, che, col cinismo il quale non costa più nemmeno uno sforzo, celiò sulle lividure, onde era rigata la sua pelle[626]; il padrone si dovette sentire disperato ed impotente innanzi all’apatia di questo bruto, come Zeus di fronte alla divina, incoercibile coscienza di Prometeo.