Era l’eroismo capovolto: l’estrema degradazione che toccava l’estrema dignità; l’estrema servilità che rivendicava la libertà; l’ultimo abbassamento che fiaccava il dispotismo.
L’adattamento divergente, nel corso del tempo, ad Euno, ad Atenione, a Spartaco aveva sostituita quest’altra forma di ribelli, la cui azione era più lenta ma anche più sicura.
Così i tarli lavorano assidui, di notte e di giorno, in ogni punto della casa, intesi e non curati, pazienti, finchè la trave, che resisteva al colpo iroso e replicato della scure affilata, si spezza e il tetto rovina.
Nell’economia agricola, non meno che in città, per un altro verso diveniva deleteria l’azione de’ servi. Specialmente quando, come accadeva ne’ fondi lontani, non erano sotto l’immediata vigilanza del padrone, si davano alla rapina piuttosto che alla cultura[627]: maltrattavano i bovi di lavoro, trascuravano il bestiame, non lavoravano la terra come si dovea, portavano come sparsa più semente di quella che fosse stata sparsa in realtà[628].
Un mezzo per lo schiavo di procurarsi l’ozio era quello di danneggiare gli strumenti agricoli, senza i quali era impossibile compiere il lavoro; onde gli agronomi si vedevano costretti a consigliare al proprietario del fondo di avere in doppio gli utensili necessarî[629], ovvero di avere un fabbro che li riparasse[630]. Nè sappiamo, se ed in quanto questo rimedio giovasse.
Le malattie vere e le finte, le disparizioni, l’impiego anche, pare, in opere pubbliche erano del pari tanti mezzi ed occasioni di perdite pel padrone[631].
Di fronte a tutti questi inconvenienti lo stesso prezzo tenue, a cui gli schiavi, in qualche periodo, avevano potuto essere comperati, poco giovava. Anzi, sotto un certo aspetto, l’oscillazione così forte, anzi gli sbalzi de’ prezzi degli schiavi, determinati da guerre fortunate, da larghe importazioni e da carestie, riescivano di danno per quelli, che aveano investito in servi una notevole parte della loro sostanza, e, costretti repentinamente a vendere, sentivano tutti i danni dell’improvviso ribasso. Ciò doveva senz’altro, come qualunque impiego poco stabile e sicuro, dissuadere dall’acquisto.
Si aggiungeva poi il caro crescente de’ viveri[632] in mezzo al decrescere de’ prezzi degli altri generi, e l’impossibilità di giovarsi per gli schiavi de’ provvedimenti dell’annona, specialmente delle distribuzioni gratuite di frumento.
Tutto questo complesso di fatti economici e di condizioni morali, che ne derivavano, di casi ordinari e straordinari della vita rendevano sempre più malagevoli i rapporti reciproci de’ padroni e degli schiavi, e anche quando non li rendevano più aspri, per lo meno li rendevano più incommodi. I padroni, pur senza potersene ancora completamente dispensare, trovavano molesto l’uso degli schiavi; e passava in proverbio il detto: “Tanti schiavi, tanti nemici„[633]; e si rendeva possibile, più tardi, il tipico epitaffio — il quale, magari non essendo vero, meriterebbe esser tale; tanto bene risponde alla realtà del tempo — di un padrone che faceva scrivere sulla sua tomba di avere accolta come una liberazione la morte per emanciparsi dalla servitù de’ suoi servi![634].