Oltre a tutti questi inconvenienti che, come un intimo male, venivano rodendo l’istituto della schiavitù, v’era tutto un disquilibrio sociale, che la schiavitù determinava quanto più si allargava, e che, provocando una inevitabile reazione, poteva soltanto trovare la sua risoluzione in una profonda trasformazione del modo di produzione.
Il latifondo e la progressiva concentrazione della ricchezza, resi possibili e favoriti dalle nuove condizioni, che all’economia agricola e al commercio avea creato la conquista dell’Italia, avevano trovato e trovavano un impulso ed un ambiente propizio in tutte le vicende della successiva storia di Roma. La schiavitù, il cui sviluppo avea avuto luogo simultaneamente, come termine correlativo di quella nuova fase della vita economica, divenuta omai il sostrato dell’economia del mondo romano, esercitava su di esso una pressione più o meno consapevolmente avvertita ma continua, costringendolo a dirigere la sua attività politica e sociale con moto sempre più vivo, nel senso che era compatibile con quell’estensione del lavoro servile e consentaneo alle sue condizioni di esistenza.
La schiavitù, in generale, da un lato, per la scarsa produttività del lavoro servile, esige una vicenda di terre non usufruite e fa cercare nell’estensione dell’area e nel maggiore ampliamento dell’azienda un compenso alla limitata forza produttiva; dall’altro lato, esige ed assorbe molto capitale per l’acquisto e la reintegrazione degli schiavi. Sulla base dell’economia a schiavi si viene costituendo così un organismo sociale, che nella sua politica esterna è aggressivo e invadente e nella sua vita interiore presenta una distribuzione assai disuguale della ricchezza, e tende verso forme oligarchiche più o meno larvate per l’interesse, che il ceto ristretto de’ ricchi ha di monopolizzare il potere come mezzo di assicurare e sviluppare il proprio stato sociale, e per l’agevolezza, che l’opulenza dà di raggiungere meglio questo scopo[635].
Come in parte, qualche volta, si è innanzi accennato, era ciò appunto che avveniva; e, grazie al carattere particolare delle sue vicende, si manifestava con carattere di singolare rilievo nel seno dello stato romano.
Il ceto de’ piccoli e medi possidenti, destinato a sentire sempre più il malessere e gli effetti letali della concorrenza straniera, delle vicissitudini dell’agricoltura, dell’invadente latifondo vicino, del nuovo e più elevato tenore di vita, soggiacque anche più rapidamente alle devastazioni della guerra divampata in Italia e alle conseguenze delle guerre lunghe e lontane, che, non solo distraevano la sua opera dal campo, ma, fin oltre la metà del sesto secolo almeno (587/167), lo aggravavano, in misura sproporzionata, col pagamento del tributo, a cui i ricchi sottostavano in misura proporzionalmente minore. Infatti essi erano tassati soltanto in proporzione della loro proprietà privata, che costituiva la parte minore della loro sostanza rispetto alle terre pubbliche occupate, e, dopo Catone, per alcuni oggetti di lusso[636].
Così delle rovine della piccola possidenza, dall’occupazione del demanio pubblico e più spesso anche dall’usurpazione dell’uno e dell’altro, si sviluppava la grande proprietà a cui talvolta faceva riscontro e sovente si accompagnava anche un’ingente fortuna mobiliare.
La concentrazione della proprietà immobiliare, rispecchiata anche, sotto l’Impero, nelle tavole di Veleia[637] e da Plinio deplorata per l’Italia non meno che per le provincie[638], era l’effetto di un lungo processo storico, che già era maturato sotto la Repubblica, portando gli amari suoi frutti.
Quella irrefrenata tendenza alla concentrazione della ricchezza, che, determinata da cause intrinseche e generali, aveva trovato un fomite e un aiuto nelle vicende di Roma, s’era pure venuta foggiando nel testamento romano[639] e nel rispetto per un certo tempo illimitato alla volontà del testatore un altro mezzo potente e continuo, operante anche nel giro della vita quotidiana.
Così la popolazione si veniva sempre più dividendo in due masse ognora più distinte e repugnanti di ricchi e di poveri, e si verificava quella legge per la quale “l’accumulazione della ricchezza ad un polo significa accumulazione di miseria, disoccupazione, schiavitù e degradazione morale al polo opposto„[640].
Già, all’esordire del settimo secolo, Tiberio Gracco, con parole che probabilmente son quelle stesse pronunziate da lui[641] e corrispondono in ogni modo all’occasione e allo stato delle cose, poteva descrivere in questi termini le condizioni della popolazione e della proprietà: Le fiere che sono per l’Italia hanno una caverna e ognuna di loro ha un ricetto e un giaciglio; ma quelli che combattono e muoiono per l’Italia, di aria e di luce partecipano, non di altro, e randagi e privi di dimora vagano con i figli e le donne. I generali mentono quando incitano i soldati a difendere le are e le tombe da’ nemici, perchè nessuno di tali cittadini ha un’ara famigliare, non una tomba avita, ed essi combattono per l’altrui ricchezza e corruttela, dicendo di essere i signori del mondo e non avendo per sè una zolla di terra„[642].