Qualche tempo di poi Sallustio[643] poteva con maggiore brevità e con più sentita acrimonia far riassumere così quest’antitesi da Catilina: “Così ogni facoltà, il potere, l’onore, le ricchezze sono in mano di quelli o dove essi vogliono; a noi reietti lasciarono i pericoli, i processi, la miseria„.
E non si debbono vedere in queste parole semplicemente l’ira e l’esagerazione del ribelle, se un uomo d’ordine, come lo stesso avversario e accusatore di Catilina, poteva dire, ripetendo parole pronunziate nel 650/104 da Marcio Filippo, tribuno ma di sentimenti moderati, che in tutta Roma il numero de’ possidenti si poteva dire ridotto a duemila![644].
Infatti il territorio di Preneste, per esempio, al tempo di Cicerone era ridotto in mano di pochi latifondisti[645].
Anche per le terre demaniali, che erano date in affitto da’ censori, il grande affitto tendeva a sopraffare e surrogare il piccolo e insieme a prolungarsi, direi quasi a perpetuarsi[646].
Le grandi fortune del tempo sono anche indicate dalla grandiosità di edificî costruiti da privati per sè stessi o per farne dono allo Stato, dal lusso esuberante, dalle stesse cifre enormi de’ debiti soliti a contrarsi in questo periodo[647].
La fortuna di Crasso da trecento talenti saliva nel giro non lungo della sua vita a settemila e cento talenti, e il suo possessore soleva dire che può chiamarsi ricco solo chi è in grado di alimentare un esercito[648]; ciò che prova come rapida fosse divenuta la circolazione della ricchezza, come più facile la sua accumulazione, quanto più elevato il tenore di vita e quanto maggiore l’impulso ad arricchire con lo sminuito potere d’acquisto del danaro e la cresciuta opinione della ricchezza.
Il profondo malessere sociale che derivava da questo stato di cose e specialmente la sua azione sulle condizioni del lavoro è riassunto con chiarezza ed acume da Appiano[649] così. “I ricchi, avendo occupata gran parte di questo agro pubblico indiviso, e, col tempo, confidando che nessuno loro la toglierebbe, incorporavano i piccoli appezzamenti de’ disagiati loro vicini, inducendo alcuni a venderli e da altri prendendoli con violenza, e così coltivavano vaste estensioni invece di limitati lotti, adoperando coltivatori e pastori schiavi per non sentire, a causa della milizia, la mancanza de’ lavoratori liberi e perchè l’acquisto degli schiavi dava loro molto guadagno mercè la prole, che si moltiplicava sicuramente, essendo essi sottratti a’ pericoli della guerra. Laonde i potenti arricchivano strabocchevolmente, e la schiavitù si dilatava per tutto il paese, mentre la popolazione italica, estenuata dalla povertà, da’ tributi e dalle guerre, si assottigliava. E se anche cessava dal patire di queste cose, languiva per l’inerzia, essendo la terra in mano de’ ricchi, e servendosi essi di schiavi invece che di lavoratori liberi.„
Una parte dunque della popolazione, messa nell’impossibilità d’impiegare direttamente il suo lavoro nella terra e di locarlo, d’altra parte, in servizio altrui, per lo stato di dissesto che sentiva e che da esso, di rimbalzo, si ripercuoteva nel resto del corpo sociale, dovea inevitabilmente provocare in questo un movimento e una trasformazione, che, per una via o per un’altra, eliminasse o attenuasse quello squilibrio così sentito e così grave.
Il filo conduttore e la chiave della storia di Roma repubblicana sta appunto in questa trasformazione del modo di produzione e della diversa distribuzione della ricchezza, che spiegano e chiariscono, insieme alle sue guerre esterne, le sue lotte interne e danno una ragione della irrequietezza, da cui è invasa la repubblica specie ne’ tempi più avanzati e del suo precipitare verso il cesarismo.
L’assottigliarsi del ceto de’ piccoli proprietari e l’aumento del proletariato, tanto più forte quanto più la città ingrandita diveniva centro d’attrazione, e la campagna, che non ne avea più bisogno, ve li respingeva in massa; l’una e l’altra cosa non potevano fare a meno di destare la maggiore preoccupazione dell’uomo di stato.