Già l’assegnazione di terra in un paese non interamente pacificato, e dove il godimento non ne fosse pienamente sicuro e spensierato, riesciva così poco attraente che, come riferisce anche la tradizione[656], e come si deduce dal sistema di arruolamento de’ coloni, talvolta non si riesciva ad espletare le liste con quelli che si offrivano volontariamente e bisognava ricorrere a una specie di coscrizione[657]. La colonizzazione, poi, contenuta ne’ termini d’Italia non interrompeva assolutamente i rapporti con Roma, e anzi, quando la colonia non era molto lontana, v’era sempre modo di esercitare anche effettivamente, almeno nelle occasioni più importanti, i propri diritti di cittadini. Una colonizzazione fuori d’Italia, se non spezzava, rendeva almeno assai più difficili i rapporti con la madre patria, e, se lasciava di diritto immutata la qualità di cittadino nel colono, di fatto ne menomava l’azione effettiva.
Ma, più di tutto, un’assegnazione di terre in suolo provinciale, specialmente, se fatta su larga scala, urtava contro gl’interessi delle classi dirigenti romane[658] e specialmente dell’ordine equestre, che dell’ordinamento provinciale aveva fatto il sostrato della propria speculazione, sia mediante gli appalti delle varie riscossioni, sia mediante il credito esercitato a condizioni usurarie e fomentato e favorito dallo stesso stato di disagio, in cui, per opera delle gravose percezioni e delle indebite esazioni, cadevano i provinciali. Il reddito poi delle provincie era precisamente quello che alimentava l’Erario di Roma e costituiva, insieme alle rendite dell’agro pubblico non ancora alienato o distribuito, il mezzo per far fronte alle guerre e alle altre emergenze dello Stato dopo il disuso del tributo imposto già a’ cittadini.
Così, dopo le assegnazioni avvenute prima della seconda guerra punica per opera di Flaminio nella valle Padana[659] e le colonizzazioni avvenute dipoi massime per opera di Scipione, allo scopo di remunerare e compensare i veterani[660]; dopo che le ultime colonie d’importanza militare furono spinte sino agli ultimi termini d’Italia[661]: la vera colonizzazione italica scompare per riapparire solo come un’appendice delle guerre civili, destinata ad essere un’arma di partito e un mezzo di afforzare poteri personali senza riescire veramente a creare un ceto di piccoli proprietarî e a mutare i soldati di mestiere in veri e buoni agricoltori.
Lo sfogo, che, per tante ragioni, il proletariato cittadino non aveva trovato fuori d’Italia, cercò di trovarlo in Italia; e, poichè il demanio pubblico era in grandissima parte occupato e usurpato da’ maggiori possidenti, non restava che rivendicarlo da costoro per farne la distribuzione.
Lasciando stare la rogazione di Sp. Cassio, così fortemente revocata in dubbio[662], e le altre leggi riferite dalle tradizioni e tendenti in ogni caso a ottenere alla plebe la partecipazione al possesso effettivo dell’agro pubblico[663]; quella che si è presa finora come punto di partenza e caposaldo del movimento a favore della piccola proprietà è la legge agraria licinia-sestia del 387 367.
Se questa legge, recentemente revocata in dubbio insieme ad altre dello stesso tempo e degli stessi autori[664], non è una foggiata anticipazione, una prolepsi di leggi posteriori; già dalla fine del quarto secolo la questione dell’esistenza di un largo proletariato cittadino si sarebbe imposta, e, quel che è notevole, non solo con l’evocazione di un provvedimento tendente ad allargare il ceto de’ possessori dell’agro pubblico e quindi de’ contadini autonomi e indipendenti, ma anche con una contemporanea misura tendente a restringere l’impiego della mano d’opera servile e a favorire quindi la diffusione del salariato[665].
È in ogni modo con i Gracchi, quando il proletariato era divenuto più numeroso, più accentrata la proprietà, più diffusa, invadente e minacciosa l’economia servile; è al tempo de’ Gracchi che il contrasto tra il lavoro libero e il servile, il proletariato e la classe detentrice della grande proprietà fondiaria appare, insieme, rilevante e distinto, sia pel suo carattere storico come per la sua importanza e per il deciso indirizzo di risolvere la grande questione con la rivendicazione del demanio italico malamente appropriato da’ suoi possessori.
La disposizione restrittiva del numero degli schiavi, attribuita dalla tradizione alla legge licinia-sestia, non riappare, per quanto almeno noi sappiamo, nelle leggi sempronie; e poteva bene non apparirvi, perchè l’effetto si sarebbe raggiunto indirettamente col frazionamento della proprietà e con l’incremento assicurato a tutto un ceto di lavoratori liberi.
Ma la reintegrazione e l’allargamento del ceto de’ piccoli proprietarî apparivano così insidiati dalla condizione de’ tempi e così precaria ne dovea sembrare la normale durata, che, ne’ suoi varî momenti, la riforma graccana da un lato credette indispensabile, con la proposta distribuzione dell’eredità di Attalo[666], di assicurare a’ nuovi proprietari con una scorta i mezzi di coltivare il proprio campo, e, dall’altro, di proteggerli contro l’assorbimento da parte della grande proprietà col renderne inalienabili i lotti.
L’interesse di usufruire a tutto loro profitto le provincie avea stretto insieme l’ordine equestre e il senatorio contro i meno abbienti; il nuovo indirizzo dato specialmente da Caio Gracco alla sua riforma e i vantaggi d’ordine vario da lui garantiti all’ordine equestre, valsero a scindere la coalizione della nobiltà senatoria e de’ cavalieri, facendo di questi gli alleati della plebe. Ma v’era più di una cosa che minava questa potente ed anormale coalizione, sperdendo l’augurio della vittoria. La fondazione della colonia oltremarina Giunonia, benchè passata nel complesso delle altre leggi, dovea non piacere a’ cavalieri, se poteva essere l’inizio di una colonizzazione oltremarina più vasta; i trambusti, attraverso i quali la riforma si veniva ponendo in atto e gl’intralciati rapporti creati dall’espropriazione de’ grandi possessori non doveano molto piacere ad uomini d’affari e speculatori, la cui barca procede meglio nel mare calmo increspato da un vento fresco e regolare che non tra il contrasto di venti auspici della burrasca. La restaurazione della piccola proprietà era qualche cosa di così artificiale, in quelle condizioni di tempo e di luogo, tra quell’affluire in Italia delle ricchezze del mondo sotto tutte le forme e le esigenze della nuova vita, che gli interessati ora si lasciavano traviare da maggiori ed illusorie promesse, ora lasciavano intiepidire i loro entusiasmi per la riforma graccana. Quell’ampio ceto di piccoli possidenti, se poteva parere (e neppure era con lo Stato così allargato) la salvezza della forma repubblicana, rappresentava un ritorno all’accarezzata tradizionale età di Cincinnato e di Curio, e, sotto questo aspetto, era un sogno, come quello di Catone, di mettere la camicia di forza alla società, la quale, sotto l’azione della cresciuta ricchezza e de’ nuovi bisogni, pure pervertendosi, s’inciviliva e si faceva più raffinata. Quella sancita inalienabilità, se era una sterile difesa contro le forme di economia agricola più lusingatrici e contro la forza assorbente della ricchezza accumulata, finiva per non piacere a chi avea brama e speranza di acquistare e a chi desiderava il lotto per la speranza di rivenderlo, o si sentiva almeno a disagio con la sua commerciabilità limitata.