Questi atti di beneficenza, che sovente al posto di varî proprietari espropriati o confiscati mettevano un veterano, non risolvevano la questione del proletariato crescente, anche quando, come pure assai di frequente accadeva, il veterano fatto proprietario non ricadeva tra i proletarî, donde per poco era uscito.

Le distribuzioni frumentarie, poi, che, per quanto allargate, riguardavano un numero relativamente ristretto di persone[678], meno che mai potevano risolvere la questione del proletariato non cittadino.

Nell’ambito della famiglia si resisteva e si reagiva a questo incremento del proletariato con una limitazione nuovamente introdotta (querela inofficiosi testamenti)[679] della facoltà illimitata di testare, accumulando nelle mani di un solo figliuolo la proprietà familiare e diseredando gli altri.

Una parte del proletariato cercava e trovava uno sfogo nell’esercito, che oramai per opera di Mario si era aperto a’ proletari e che diveniva per essi, nell’estendersi del dominio romano e nella piega sempre più inquieta della politica interna della repubblica, una carriera, un’occasione di bottino, una via anche, come si è visto, ad uscire, per poco o per molto, non importa, dal proletariato.

Ma un’altra parte, per forza stessa delle cose, bisognava che cercasse nel lavoro delle sue mani i mezzi di sussistenza, e che con un’opera più o meno utile, produttiva o improduttiva, si facesse il suo posto nella vita.

La cura e l’interesse messi da C. Gracco nel promuovere la costruzione di vie, oltre allo scopo economico più generale e a preferenza di questo, come viene distintamente rilevato da’ narratori della sua azione storica[680], avea lo scopo immediato e diretto d’ingraziarsi imprenditori ed operai.

Così, mentre la schiavitù per fatto suo proprio andava soggetta ad una crisi che la veniva minando, cominciava, in senso contrario all’azione esercitata dalla mano d’opera servile e della sua diffusione, una reazione della classe libera, concorrente ad allargare il salariato insieme agli stessi schiavi, di cui si andava trasformando in parte la funzione e l’impiego.

VIII.

Il lavoro libero, come si è già prima accennato, aveva nel mondo romano una tradizione. Lo stesso Dionigi che lo diceva rilegato tra i servi e gli stranieri[681], segnala altre volte la presenza di artigiani anche nell’esercito romano[682]. E più volte ancora, in Livio specialmente[683], ricorre la menzione del lavoro libero. Le stesse secessioni della plebe, presentate dalla tradizione non come sedizioni violente ma come semplici scioperi, non avrebbero giustificato le preoccupazioni che inspiravano, se la partecipazione dell’elemento libero alla produzione non ne avesse fatto, anche da questo punto di vista, un elemento integrante dell’economia pubblica romana.

Nell’agricoltura poi la stessa straordinaria diffusione della schiavitù non era riescita a sopprimere del tutto il lavoro libero, che, compresso e ridotto, pur seguitava a sussistere sia sotto la forma d’impiego diretto nella piccola proprietà e ne’ piccoli affitti, sia sotto forma di lavoro mercenario[684].