La lontananza de’ fondi che impediva talvolta di potere esercitare sulla loro cultura una direzione oculata e una sorveglianza continua[685], la mancanza di capitale per costituire gl’impianti e le scorte, il senso insomma della maggiore convenienza dello sfruttamento indiretto della terra consigliavano l’affitto, la colonia parziaria e le altre forme d’impiego di lavoro remunerato anche in natura e a base di partecipazione[686].
I lavori del ricolto[687], come quelli che esigevano la cooperazione simultanea ma temporanea di molti, facevano sì che l’economia agricola, nella coltura de’ cereali e in quella arborea, dovesse assolutamente contare sul lavoro mercenario, che in molti casi era prestato appunto da’ lavoratori liberi. Il lavoro mercenario infatti, se per il grande agricoltore costituiva un oggetto di richiesta necessario, per il piccolo proprietario e il piccolo affittaiuolo, oltre che pel proletariato agricolo, costituiva del pari un oggetto di offerta necessaria, in un caso come ripresa e come impiego sussidiario dell’opera propria e in un altro come mezzo di procurarsi la sussistenza[688].
Ne’ luoghi insalubri il lavoro mercenario si raccomandava anche come un mezzo di diminuire i rischi del padrone[689] con una crudezza, che può sembrare cinismo e ch’è la misura delle forme di coscienza determinate da alcuni rapporti economici.
L’utilità e l’efficacia di questa cooperazione del lavoro libero, oltre che dalle varie menzioni del suo impiego sia sotto forma di locazione d’opera che sotto forma diversa[690], appare dal fatto, chiaramente rilevato da Catone e da Varrone che l’opportunità di procurarsi il lavoro mercenario faceva crescere il valore del fondo[691]. La possibilità di procurarsi medici, falegnami, fabbri, cardatori secondo il bisogno, più che un’utilità, per le aziende minori costituiva una necessità; giacchè, se i ricchi potevano averli del loro, i meno ricchi non potevano fare altrettanto, e la morte di un solo di questi artefici avrebbe assorbito il prodotto del fondo[692].
La possibilità del pari di avere a propria disposizione per gli stessi lavori agricoli la mano d’opera, quando e nella misura che occorresse, importava un minore investimento di capitale nell’instrumentum vocale, come si chiamava la dote di schiavi rustici dati al fondo e un risparmio anche di tutti i rischi e di tutte le perdite, cui era esposto un siffatto capitale soggetto a perire o, per lo meno, a rimanere infruttifero. La disponibilità quindi del lavoro necessario era considerato, anche nel tempo di Catone e di Varrone[693], tra i vantaggi inerenti ad un fondo insieme alla sua vicinanza a’ centri abitati ed a’ mercati, alla sua posizione sulle grandi vie di acqua e di terra, tra le prerogative insomma che, rendendo meno dispendiosa la produzione o più facile lo spaccio, agevolavano e facevano prosperare l’economia agricola.
Come si vede, a misura che si formavano e crescevano i centri cittadini, i mestieri trovavano l’ambiente per meglio svilupparsi e assicurarsi quella clientela, che rendeva possibile l’artigianato.
Per quanto Roma dalla sua stessa posizione politica fosse spinta sempre più ad essere un centro di consumo piuttosto che di produzione, pure il crescere della sua popolazione e de’ suoi bisogni, l’utilità di avere sul posto alcuni prodotti e manufatti, che per lo stesso loro uso ordinario e pel tenue loro valore, mal sopportavano il dispendio di noli non di rado difficili, e, finalmente, la pressione stessa del bisogno sul proletariato crescente, doveano dare un impulso all’estendersi del lavoro manuale.
Perciò, a misura che venivano importati a Roma de’ manufatti, cominciava un lavoro d’imitazione e si accentuava una tendenza ad acclimatare alcuni rami di produzione[694], cosa che poteva riescire più agevole col convenire a Roma di gente di ogni paese, che vi portava, con i propri vizî, anche le proprie attitudini.
Di questa tendenza e del diffondersi in Roma delle arti manuali, noi troviamo le prove, in parte dirette, in parte indirette, talvolta ne’ manufatti stessi e tal’altra nell’importanza sempre maggiore che veniva acquistando ne’ vari aspetti della vita il ceto degli artigiani.
Quali progressi facesse anche a Roma e nel Lazio la toreutica, la varia lavorazione de’ metalli, l’architettura, il disegno, la fabbricazione de’ vari fittili ce lo dimostrano i resti monumentali, e lavori come quelli della fibula di Preneste e della cista Ficoroni e altri avanzi di minori manufatti, la cui tecnica, innestandosi su quella degli oggetti importati, la sviluppava superandola[695].